Peppe: gioie e dolori di un mangaka italiano in Giappone

Quanti, tra ragazzini e ragazzine, hanno il sogno di diventare fumettisti? E quanti vorrebbero vivere questo sogno in Giappone che, per il mondo del fumetto, è un po’ un Eldorado, un traguardo professionale e una versione reale del paese dei balocchi? Fra questi giovanissimi c’è anche, naturalmente, chi quei sogni li ha coltivati insieme. E’ il caso di Giuseppe Durato, in arte Peppe, un esempio di come non tanto il talento innato, quanto la costanza e la perseveranza possano portare all’agognata realizzazione dei propri sogni.

Nonostante il mercato giapponese sia notoriamente un ingranaggio spesso spietato, in cui è difficile entrare ed emergere, la sua serie Mingo – Non pensare che tutti gli italiani siano popolari con le ragazze! è stata pubblicata su una rivista di Shogakukan – una delle major, nell’editoria giapponese – e poi raccolta in quattro volumi da libreria, proprio come accade abitualmente con i manga. A fine aprile il primo volume è uscito anche in Italia, per la casa editrice Dynit. Ma quando si tratta di realtà e vita vera, non tutto è proprio come nelle favole. 

mingo peppe manga dynit

Presentati brevemente, alla maniera giapponese.

Sono nato nel 1992 a Fossacesia, in provincia di Chieti, ho studiato all’università Ca’ Foscari di Venezia e mi sono laureato in giapponese. Non ho mai frequentato scuole di fumetto. Ho scoperto i manga molto in ritardo, al liceo, quando avevo sedici anni. Nel mio paesino avevo poco accesso alle pubblicazioni e nell’unica edicola arrivavano solo tre serie, che sono le prime a cui mi sono interessato: Naruto, Detective Conan e Keroro.

Ti sei dunque appassionato al fumetto con i manga, o ne leggevi anche prima?

Li leggevo da prima: Topolino, qualche serie Bonelli, i supereroi Marvel, quelli che leggono più o meno tutti i bambini. Guardavo tanti cartoni animati e mi divertivo a ridisegnarli, ma l’idea di diventare fumettista mi è nata proprio leggendo i manga. Mi è scoccata una scintilla e ho pensato che avrei voluto farlo anch’io. Anche se ero consapevole di non avere chissà quale talento. 

I manga fanno spesso questo effetto, chissà perché… a volte sono proprio un detonatore che fa esplodere una passione. Dal tuo punto di vista, cos’hanno di diverso rispetto agli altri fumetti?

Secondo me l’aspetto che affascina tanto dei manga è che ogni storia è un piccolo universo, con autori specifici e stili specifici, cosa che non si può dire dei fumetti con personaggi standardizzati, tipo “il supereroe” o “l’investigatore”. Leggere manga mi ha fatto pensare che anch’io avrei potuto creare il mio piccolo universo, mentre ad esempio chi disegna o scrive per Topolino deve attenersi a un canone molto rigido e lavorare per qualcun altro, seguendo regole imposte a priori. 

Leggendo il tuo manga, a prescindere dallo stile di disegno, è evidente l’influenza della “scuola giapponese” nella regia e nella composizione della tavola. È stata una sensibilità spontanea o ti sei documentato appositamente, studiando le tecniche di altri autori?

All’inizio, in Italia, ho letto tutto quello che riuscivo a trovare: manuali su come si fanno i manga, in cosa differiscono dai fumetti europei e americani… Per quello che avevo in mente mi sembrava sufficiente, oltre a leggerne tanti e individuare le caratteristiche dei singoli autori. Parlo di cose proprio tecniche come la lunghezza dei capitoli, l’arco di tempo coperto, la grandezza delle vignette… Ma è stato un percorso totalmente da autodidatta.

Poi, nel momento in cui ti trovi a realizzare un fumetto, non pensi più alla teoria. Mi è venuto abbastanza spontaneo riprodurre quel che avevo assimilato. Però è stato molto importante, in seguito, il lavoro con l’editor, per sistemare le singole tavole e i dettagli. Credo che la cosa più importante sia leggere tanto: come Quentin Tarantino è diventato regista senza frequentare scuole, ma solo guardando film, anche per me è stato lo stesso con i fumetti (lo cito ma non voglio assolutamente paragonarmi a lui!).

Pensi che le scuole di fumetto non servano?

No, non lo penso, ma nel mio caso non mi sembrava necessario. Sicuramente c’è chi si sente più tranquillo se viene guidato in un certo modo o se trova un maestro a cui fare riferimento. Io mi sono documentato sui percorsi lavorativi dei mangaka in Giappone e quasi tutti, inclusi quelli più famosi, sono autodidatti. Magari hanno fatto istituti d’arte ma nella maggior parte dei casi hanno deciso di intraprendere la carriera quando erano ancora al liceo.

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Dopo la laurea ti sei trasferito subito in Giappone?

Sì, mi sono laureato a novembre 2014 e sono arrivato in Giappone a gennaio 2015. Avevo 22 anni appena compiuti. Sono stato fortunato perché i miei genitori sono di mentalità molto aperta e mi hanno lasciato fare quello che volevo, in primis trasferirmi a Venezia per studiare. Ma io sapevo già che mi sarei trasferito ancora più lontano, dall’altra parte del mondo, quindi è stato anche un modo per prepararli a vedermi sempre meno. Venezia era solo l’assaggio. 

Immagino che il percorso per diventare fumettista non sia stato una passeggiata. Vivere in Giappone non è facile. Come ti sei mosso, una volta arrivato?

È un percorso che parte da molto lontano. Il primo ostacolo, per poter restare a vivere in Giappone, è il visto, perché quello turistico dura solo tre mesi e non permette di lavorare. La cosa più pratica all’inizio è stato iscrivermi a una scuola di lingua e avere quello da studente, anche se non ne avevo molta voglia dato che mi ero appena laureato. Ero carente sulla conversazione ma per quello mi sarebbe bastato vivere lì. Però mi serviva il visto e quindi mi sono iscritto a una delle scuole di Tokyo (ce ne sono centinaia), con l’idea di restarci il meno possibile, anche perché sono tutte molto costose.

Non volevo gravare per troppo tempo sulle finanze dei miei, quindi mi sono messo subito a cercare lavoro. Ho provato a propormi come assistente fumettista ma sarebbe stato molto difficile ottenere il visto in quel modo. Il lavoro più facile e immediato che potevo trovare era in un ristorante italiano, come fanno in tanti, e sono stato fortunato perché ho trovato un buon posto al ristorante di Armani nel quartiere di Ginza (una delle zone più ricche di Tokyo, N.d.r.), dove mi hanno assunto come receptionist.

Nel frattempo andavo a scuola e davo lezioni di italiano privatamente. Mi sono iscritto anche a un’agenzia di moda per fare il modello free lance, dopo essere stato approcciato da un talent scout per le vie della città, cosa che agli stranieri capita spesso.

Ti sei dato molto da fare. Riuscivi a gestire tutti gli impegni facilmente?

Non proprio, infatti dopo tre o quattro mesi di questa vita ho lasciato i lavori che sapevo non mi avrebbero fatto ottenere un visto. Per fortuna è saltato fuori il manager di un’agenzia di moda sconosciuta che me lo ha garantito. Ecco, senza questa persona non avrei mai realizzato il mio sogno: considero quell’incontro il primo passo sulla strada che poi mi ha portato a diventare un mangaka. 

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Il lavoro di modello in cosa consisteva? Ti ha permesso di raggiungere l’indipendenza economica?

Sì, appena ottenuto il visto ho lasciato la scuola e dopo altri quattro o cinque mesi di lavoro come freelance presso varie agenzie ho smesso di chiedere soldi ai miei. Devo specificare che senza il supporto della famiglia non ce l’avrei mai fatta, sarebbe stato impensabile anche solo restare a vivere in Giappone.

Ma arrivato al punto in cui ero guadagnavo molto bene, ricordo nettamente di aver pensato che avrei potuto continuare a fare quel lavoro per sempre e godermi la vita, grazie al giro di clienti che mi ero costruito. Invece mi sono detto che era un’incredibile chance, che non potevo sprecare. La fortuna di fare il modello è che ti lascia tantissimo tempo libero, che ho impiegato per rimettermi a disegnare, dopo quasi un anno di stallo. 

E cos’hai disegnato?

In circa un mese ho messo insieme una storia one-shot, disegnata con carta e inchiostro, e l’ho portata a una casa editrice. Ovviamente non andava bene nulla, ero ancora un dilettante molto acerbo. Ma sapevo di avere del potenziale.

Forse è questo che mi ha permesso di non mollare, il “crederci”, anche se so che sembra una frase fatta. Io sapevo che potevo dare molto di più, sapevo di poter raggiungere una qualità accettabile per essere pubblicato in Giappone.

Hai scelto solo una casa editrice a cui bussare o hai mandato le tavole a tante diverse?

Ne ho scelta una, la Shogakukan, ma solo perché mi sarebbe piaciuto pubblicare sulla rivista settimanale Big Comic Spirits, che ha un target seinen (ragazzi 20-25enni, N.d.r.) ed è la stessa su cui sono serializzate le storie di Taiyo Matsumoto, il mio autore preferito.

Ho scoperto in seguito che era la stessa su cui pubblicavano Naoki Urasawa, Inio Asano e tanti altri maestri di questo calibro. In più, penso di non avere uno stile propriamente “manga”, con gli occhioni stereotipati e il cespuglio di capelli, per intendersi, e quindi mi sarei trovato a mio agio in una rivista con stili molto differenti e particolari.

L’iter per diventare autore qual è stato?

Quello che seguono tutti. Ho chiesto un appuntamento con un editor, nel mio caso era una donna, a cui ho portato quel primo lavoro, e poi mi sono messo sotto a correggere le tavole seguendo le sue indicazioni. In Giappone funziona così, tutte le riviste indicono concorsi periodici per esordienti e si può partecipare spedendo direttamente le tavole di una storia autoconclusiva oppure consultandosi prima con un editor in casa editrice, per chi ha la fortuna di vivere a Tokyo. Io ho seguito questa seconda strada, ma dopo tre mesi stavo ancora correggendo.

Quando ho riportato le tavole per la terza volta non volevo più saperne di rimetterci mano e ho chiesto di mandare il lavoro al concorso. Circa un mese dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor, ma parlare al telefono quando non si è perfettamente padroni di una lingua non è facile e così ho capito solo poche parole, tra cui “premio” e un appuntamento per l’indomani. Quando ho attaccato mi sono messo a piangere, credevo di aver vinto!

Invece il giorno dopo ho scoperto di aver ottenuto il premio più basso, quello di “incoraggiamento” diciamo, che era di 10.000 yen, circa 75 euro al cambio attuale. Ma questa piccola vittoria mi ha dato un grande impulso a continuare e una grande fiducia nelle mie possibilità di miglioramento.

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Dopodiché hai continuato a lavorare con la stessa editor?

No, ne è subentrato un altro, che si era interessato a me dopo aver visto i risultati del concorso. Con lui ho disegnato un altro one-shot, una storia autobiografica basata sulla mia prima relazione sentimentale avuta in Italia, e dopo un altro paio di mesi l’ho inviato di nuovo al concorso.

Stavolta ho vinto un premio un po’ più consistente, pari a circa 350 euro, ma soprattutto ho avuto la possibilità di conoscere il signor Mameno, quello che poi è diventato il mio editor di riferimento per la serie di Mingo.

Con lui hai cominciato la serializzazione di Mingo

Non ancora. Prima voleva un altro one-shot e io gli ho proposto una storia drammatica, ambientata in Italia tra mafia e criminalità. La sua risposta è stata «certo, molto interessante, ma sai cos’è ancora più interessante? Tu. Devi parlare di te». La cosa mi ha spiazzato ma ho iniziato così a pensare a Mingo, la mia prima commedia.

Con lo one-shot di Mingo ho vinto il secondo premio del concorso, circa 750 euro, e a quel punto mi è stato chiesto di realizzare i primi tre capitoli della storia, per la serializzazione. Sembrava fatta, ma in realtà è stato un lavoro lunghissimo, un anno intero di riunioni e correzioni, per avere l’ok definitivo per la pubblicazione. Mameno-san mi dava indicazioni su tutto, dallo storytelling al disegno, dalla forma al contenuto.

Come funziona il rapporto con l’editor? Nelle case editrici giapponesi è fondamentale, come ha racconta bene il manga Bakuman, che è proprio la storia di un ragazzo che vuole diventare fumettista.

Bakuman. per me è stato una sorta di manuale, spiega davvero tante cose dell’editoria giapponese. Diciamo che, come è narrato anche nel fumetto, l’editor spesso vuole avere molta voce in capitolo, vuole che il manga sia in larga parte opera sua, anche se non è lui a disegnare. È come se quel ruolo fosse ricoperto da dei mangaka mancati.

Quindi c’è sempre questa sorta di tensione non detta tra autore e editor, in cui il primo vuole avere libertà di manovra e il secondo vuole avere il controllo di tutto. Le buone opere nascono quando si trova un punto di equilibrio tra le due istanze. Io ho mantenuto sempre un atteggiamento molto umile, perché ero un esordiente e per di più straniero, ma ho cercato di farmi valere su quello che mi sembrava giusto, e in ogni caso l’ultima parola spetta sempre all’autore, che ci mette la firma. 

Nel mio caso, posso dire con certezza che devo molto a Mameno-san e senza di lui probabilmente non ce l’avrei fatta. E penso che l’umiltà sia una dote davvero necessaria per riuscire a emergere in questo settore.

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Quanto è andata avanti la serializzazione? E come hai gestito le infernali scadenze di consegna? 

Mingo è uscito per un anno su rivista, per poi essere raccolto in quattro volumi. È stato un anno infernale, esatto, dato che dovevo consegnare diciotto tavole a settimana. Esperienza terrificante e bellissima allo stesso tempo. Lo stress mentale è la cosa peggiore da sopportare, perché più la serie va avanti e più aumenta, sai che dovrai sfornare di continuo nuove idee e non ti godi nemmeno il poco tempo libero che con difficoltà sei riuscito a racimolare. È un pensiero fisso.

E poi il mestiere del fumettista non è solo “penso la storia, scrivo la storia, ottengo l’ok, disegno la storia”. C’è un lavoro enorme dietro per gestire tutti i dettagli, i rapporti con l’editor e gli assistenti, la documentazione per ogni scena… ad esempio per fare gli sfondi è vietato prendere immagini su internet, quindi andavo io a fare le foto nelle location, ma devi stare attento a cosa fotografi, all’inquadratura e così via… ogni parte del lavoro ha molta preparazione dietro ed è un processo estremamente stancante.

Tu avevi assistenti?

Sì, solo una. Per me era sufficiente, perché anche quella diventa una cosa da gestire e più ne hai, più è complicato. Il mio obiettivo era realizzare un lavoro qualitativamente soddisfacente con il minor carico di stress mentale possibile, quindi un aiuto per gli sfondi e i retini era abbastanza.

Inoltre gli assistenti sono a carico dell’autore, non della casa editrice (cosa secondo me assurda) e quindi è anche una spesa non indifferente. I grandi autori possono permettersi squadre intere di assistenti solo perché hanno un sacco di soldi. Ma i mangaka ricchi sono pochissimi. In media sono persone al massimo benestanti, ma in molti casi arrivano a stento alla fine del mese.

Hai mai lavorato come assistente?

Sì, per due mesi con l’autrice Keiko Nishi, poco prima della serializzazione (e quindi sapendo già che mi avrebbero pubblicato). Si trattava in realtà di un’esperienza richiesta dalla casa editrice, senza un passato da assistente non mi avrebbero permesso di pubblicare. Quindi mi è stato detto, nonostante Mingo fosse bello che pronto a partire, che avrei dovuto fare almeno un mese da assistente per un mangaka veterano prima di iniziare a lavorare al mio, di manga. E così è stato. 

Dalla sensei ho imparato molto, non tanto tecnicamente (motivo principale per cui si fa il lavoro di assistente, ovvero per imparare le tecniche di disegno) quanto umanamente, dalle conversazioni che facevo con lei su come affrontare le sfide che mi aspettavano. Mi chiedevo, lamentandomi, come avrei vissuto la realtà successiva all’aver realizzato un sogno che pesava sulle mie spalle da più di dieci anni e ricordo ancora le sue parole: «Il sogno non deve essere diventare mangaka, ma continuare a esserlo».

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E arriviamo al tuo debutto. Dicevi che in media non si guadagnano molti soldi, ma il punto è anche un altro: come si viene pagati? A tavola? A episodio? A settimana? 

Un esordiente che debutta su riviste tipo Spirits prende 10.000 yen a tavola (circa 75 euro, N.d.r.), pagati settimanalmente. Se la rivista è solo online, il compenso scende a 8.000 yen (60 euro, N.d.r.). Può sembrare tanto, ma tutto quello che guadagnavo lo investivo nel manga, lo stipendio dell’assistente era una grossa spesa, e poi ci devi aggiungere l’affitto e la vita a Tokyo, che è una città carissima. Finché il fumetto è su rivista, non vedi altri soldi.

Quando poi viene raccolto in volumi da libreria, ci sono le royalties del 10% sul prezzo di copertina (questa cifra è la stessa per tutti, esordienti e veterani) ma ovviamente il guadagno dipende dalle vendite. Eiichiro Oda, il creatore di One Piece, oltre a essere pagato di più a tavola, è diventato ricco perché vende milioni di copie, senza contare il merchandising e il resto. Ma quella è l’eccezione, non la regola. 

Inevitabile notare quanto questo modello sia diverso da quello europeo. Penso alla produzione di un graphic novel, o al processo produttivo italiano di Sergio Bonelli Editore, in cui un autore per realizzare un singolo volume può impiegare anche un anno…

Esistono anche mangaka che lavorano così. Ma di norma il manga popolare è quello che vende tanto perché è un prodotto di consumo e, come tale, dev’essere fruito velocemente e a ritmo sostenuto. Io personalmente non credo che tornerei a lavorare per un settimanale, preferirei dei ritmi meno pesanti.

Quello che ho fatto con Mingo è stato estremamente soddisfacente, considerando la poca esperienza che avevo e come sono riuscito a gestire tempo e soldi, ma è stata un’impresa quasi impossibile. Ancora adesso, se riapro i volumi, rivivo lo stress di allora, l’ansia della consegna e i mille imprevisti che capitavano sempre.

Su questo ho un aneddoto: una volta ho incontrato Kengo Hanazawa, l’autore di I Am a Hero e, parlando del suo primo manga, Ressentiment, mi ha detto la stessa cosa. Non riesce più nemmeno a guardarlo perché, a parte lo stile ancora acerbo, gli ricorda troppo la sofferenza e lo stress provati mentre lo disegnava. 

Parliamo di Mingo. Quanto c’è di autobiografico? 

Non moltissimo. Il protagonista ovviamente sono io (“Mingo” è il mio soprannome storico al liceo), un italiano un po’ otaku che va a vivere in Giappone, ma le situazioni in cui si trova sono perlopiù inventate. Diciamo che è autobiografico al 40%.

Molti dei comprimari incarnano vari stereotipi degli italiani in Giappone (anche se, lo ammetto, mi ricordano diverse persone che ho davvero conosciuto): il rimorchiatore seriale, quello fissato con la cucina italiana, il cosplayer, il gamer… Non è così raro che chi si trasferisca lì diventi un “big in Japan” e riscuota successo per il solo fatto di essere straniero. Tu hai volutamente seguito questi stereotipi o ti sono stati in qualche modo imposti perché erano “ciò che il pubblico si aspetta”?

Allora… intanto il protagonista è Mingo, che non è uno stereotipo. È italiano anche lui, ma fa capire al lettore che non tutti gli expat sono uguali, esiste anche gente “normale”. Che è poi quello che dico proprio a parole nel sottotitolo “non pensare che tutti gli italiani siano popolari con le ragazze!”.

Mingo rappresenta l’antistereotipo e si pone in contrasto con i personaggi che lo circondano, dipinti come macchiette ma che servono per creare situazioni comiche in cui lui si trova invischiato. Poi è vero quello che dici, spesso gli italiani all’estero non danno il meglio, per usare un eufemismo, ho conosciuto anch’io persone che sembrano macchiette e quindi perché non mostrarle anche ai lettori? 

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Quel tipo di personaggio era una maschera, un espediente narrativo?

Sì, un po’ perché è divertente e poi perché disegnare un manga comico in Giappone non è per niente facile. Avrei potuto orientarmi verso un umorismo più ricercato, che sicuramente sarebbe stato apprezzato in Italia, ma nessun giapponese lo avrebbe capito. Abbiamo un umorismo totalmente diverso, quindi dovevo trovare un punto d’incontro valido sia per me che per i potenziali lettori giapponesi. Penso che giocare sugli stereotipi sia stato necessario, per sfruttare il contrasto con Mingo e far arrivare il messaggio che esistono anche italiani “normali” in Giappone.

Il fatto che tu l’abbia scritto originariamente in giapponese e poi qualcun altro lo abbia tradotto in italiano per l’edizione appena uscita non ti è sembrato un po’ strano?

In effetti sì… ma sono soddisfatto del lavoro del traduttore. Io l’ho scritto in un giapponese non perfetto, naturalmente, con un “accento” diverso dovuto al mio essere straniero, che penso sia stato una nota caratteristica apprezzata dai lettori in Giappone. In italiano ovviamente questa cosa si perde, ma era inevitabile.

Stai lavorando a un nuovo manga? Puoi parlarne? 

Sì, sto lavorando a un nuovo manga. Probabilmente di nuovo con Spirits o quantomeno con lo stesso editor, Mameno-san, dato che questa volta mi è stata concessa più libertà riguardo ai tempi di realizzazione. L’idea è di fare un unico volume, al massimo due, e di scriverlo dall’inizio alla fine, per poi, durante il periodo di serializzazione, doversi preoccupare soltanto della parte dei disegni. 

Vorrei creare un’opera di maggiore spessore narrativo e con disegni molto più curati. Quindi in un certo senso lavorare un po’ di più all’europea invece che alla giapponese. Per quanto riguarda i contenuti, non posso dire niente essendo ancora in fase di studio e documentazione, ma affronterò nuovamente il bipolarismo culturale che mi rappresenta (Italia-Giappone) con una storia drammatica e non comica questa volta.

Per concludere, un flashback sull’esperienza all’edizione 2019/2020 del reality show giapponese Terrace House. Come è nata questa partecipazione televisiva? E ha influito sulla realizzazione di Mingo?

Terrace house è arrivato qualche mese prima dell’inizio della serializzazione e ha influito pesantemente sulla realizzazione del manga che, come ti dicevo, comporta già discrete pressioni e alti livelli di stress. Ha influito negativamente, in quanto tutta la parte di preparazione alla serializzazione è stata occupata da impegni legati alla registrazione del programma, quindi centinaia di ore che non ho potuto attivamente dedicare a preparare capitoli in anticipo o semplicemente a gestire mentalmente quel percorso lavorativo.

Sicuramente la nota positiva è stata la popolarità che mi ha dato: probabilmente non saresti qui a intervistarmi, se non fosse stato per quel programma. Chissà se Mingo sarebbe lo stesso arrivato in Italia!

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