Yasuji “Rakuten” Kitazawa, padre del manga

rakuten manga

di Mario A. Rumor*

In Giappone alcuni film recenti hanno guardato il mondo dei manga dritto in faccia, da un punto di vista privilegiato: quello delle origini. Dopo aver fatto incetta di opere a fumetti da convertire in film o torendi dorama, l’industria dello spettacolo nipponica ha deciso di raccontare la storia di individui che non andrebbero mai dimenticati.

Lo scorso anno è uscito il film Hokusai diretto da Hajime Hashimoto, andato a tenere compagnia a quel Hokusai Manga (1981) in cui si raccontava la vita del celebre pittore Katsushika Hokusai, che tanto influenzò la nascita dei fumetti giapponesi. Tre anni fa, invece, molto coscienziosamente, ha fatto la sua bella figura The Manga Master della regista Moe Oki, suo secondo film a rispondere alla domanda: cos’è un artista? Presentato come Manga Tanjo al Tokyo International Film Festival nel 2018, è un biopic dedicato a Yasuji Kitazawa in arte Rakuten (1876-1955), uno dei padri del manga moderno: «è un artista dimenticato, nessuno purtroppo si ricorda di lui», disse Oki.

E non aveva torto. Rakuten appartiene a un periodo della storia del fumetto troppo distante per i palati “sopraffini” che oggi si beano tra le pagine del Sol Levante. Attorno a lui regna un senso di ingratitudine proprio da chi si professa intenditore, ma in realtà non ha mai davvero guardato alle origini di ciò che costituisce la sua passione. Ardore intellettuale, curiosità e coraggio sono qualità che Rakuten mise subito in campo quando iniziò ad appassionarsi al disegno, e proprio simili qualità sono tornate utili a dare un senso al suo mestiere per l’avvenire stesso del manga, facendo da ponte tra passato e presente.

Da una visuale diametralmente opposta, razionale e appassionata, Kitazawa non è mai stato dimenticato. In Storia del fumetto giapponese (Musa Edizioni, 1998), Maria Teresa Orsi gli dedica un intero capitolo. Premura identica si rintraccia in studiosi quali Brigitte Koyama-Richards, Jacqueline Berndt o, per restare al Giappone, Hirohito Miyamoto e il disegnatore Shigeo Miyao che ne scrisse in Nihon no giga: Rekishi to fūzoku (“Fumetti del Giappone: Storia e cultura”, 1967). Tantissimo materiale proviene inoltre dagli scritti e dalle lettere dello stesso Rakuten, oggi conservate negli archivi del Saitama Municipal Cartoon Art Museum. La questione della distanza tra noi e le sue opere non è sostenibile come giustificazione, poiché nei siti di e-commerce libri e collection di Rakuten si trovano a prezzi variabili e spesso ragionevoli (ad esempio, i suoi diari illustrati di viaggio editi da Shincho).

C’è una ragione per cui Rakuten, artista che influenzò lo stesso Osamu Tezuka e Machiko Hasegawa, va considerato il vero alfa del fumetto giapponese, ed è la sua abilità nel trasformare gli individui più comuni, fino ai grandi manipolatori dello scacchiere politico internazionale, in personaggi. Personaggi con storie da raccontare, personaggi da deridere o più spesso da biasimare. Gli riusciva facile concentrare una riflessione in una singola illustrazione oppure organizzare una storia tramite riquadri (da due a dieci), con una consapevolezza narrativa già proiettata in avanti rispetto a come si comportava il mondo del fumetto della sua epoca.

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La locandina di “The Manga Master”

Il vero nome era Yasuji, quarto figlio di una famiglia che viveva nel distretto di Kita Adachi, a Omiya, nella prefettura di Saitama. Rakuten era un simpatico pseudonimo che significava “cielo radioso” e pare gli fu affibbiato da un lettore. Il giovane cresce in un momento storico particolare del suo Paese, pochi anni dopo la restaurazione Meiji, in mezzo a scombussolamenti sociali e culturali che contribuiscono a formarne la personalità e lo spirito critico nei confronti della società nipponica e della politica. La passione per il disegno diventa una priorità: giovanissimo, studia l’arte tradizionale nella città di Yokosuka con Inoue Shunzui, maestro di ukiyo-e, accostandosi con il medesimo fervore all’arte occidentale grazie agli insegnamenti del maestro Yukihiko Ōno presso la scuola Daikōkan.

La scoperta dei fumetti americani sulle pagine della rivista Shokokumin, come spesso accade agli artisti inquieti e bramosi di novità, gli spalanca un mondo al quale si avvicina prima imitando lo stile degli autori prediletti, poi studiando come proporre qualcosa di simile al pubblico giapponese. Tra i periodici che legge con interesse c’è Box of Curios, settimanale pubblicato a Yokohama e diretto dal caricaturista australiano Frank A. Nankivell. Ed è precisamente sotto la sua ala che il giovane Yasuji finisce per imparare le basi del disegno caricaturale, facendolo diventare una professione. L’esperienza lavorativa, pur esaltante, non dura molto: nel 1899 il successo di Rakuten a Box of Curios attira l’attenzione di Yukichi Fukuzawa, uno dei principali intellettuali del periodo e fondatore del quotidiano Jiji Shinpō. Il giovanotto entra a far parte dello staff di disegnatori del supplemento domenicale Jiji Manga, sulle cui pagine si presenta come giornalista e mangaka grazie a uno spazio dedicato all’attualità che diventa immediatamente molto popolare.

Disegna fumetti a indirizzo politico, e li disegna in stile occidentale. Sebbene fosse considerato un maestro del genere, sulle pagine di Jiji Manga realizza una varietà di strisce con stili innovativi sempre diversi e storie non sempre rivolte alla politica, introducendo una schiera di personaggi ricorrenti come l’artigiano calvo Mokubei, il contadino Tagosaku oppure (come ci informa Orsi) Haikara Kidorō, personaggio ideato negli anni Venti e ispirato agli intellettuali che brulicavano nelle grandi città. Rakuten si comporta come un artista che ha una battuta o una freddura per chiunque. Autore di spettacolari caricature di personaggi in vista, sotto la sua cura il supplemento Jiji Manga ospita un’offerta molto ampia nelle sue 4 pagine, compresi brevi fumetti inviati dai lettori: quasi un antesignano delle fanzine e degli inserti presenti in riviste come Out o Animage negli anni d’oro della loro storia!

Lo studioso Miyamoto ci avverte che all’incirca in quel periodo la parola “manga” intrecciata ai lavori di Rakuten fa la sua comparsa su Jiji Manga, per la precisione nel numero uscito il 12 gennaio 1902. Salvo poi fornire una mezza rettifica, affermando che il termine circolava addirittura dal 1890 grazie a Ippyō Imaizumi, l’artista che Rakuten sostituì quando questi si ammalò.

La questione è in realtà molto più complessa. Sintetizzare in poche righe come la parola “manga” finì per assumere il significato di oggi è impossibile. Una questione su cui peraltro Rakuten interviene personalmente, redigendo alcuni saggi lungo l’arco di tutta la sua carriera, dal 1905 al 1952. In uno di essi ammette che la parola era entrata nel gergo del supplemento per merito suo, dopo aver consultato il dipartimento editoriale della casa editrice Shinpōsha. Il termine, scriveva Rakuten, era stato scelto per dare una connotazione precisa al suo lavoro rispetto alle precedenti forme artistiche e fumettistiche in Giappone. Dagli anni Dieci del Novecento, “manga” finisce sulla bocca dei principali disegnatori, diventando uno strumento per elevare la posizione professionale del prodotto e di chi lo realizza: un merito che Miyamoto attribuisce a Ippei Okamoto, uno dei maggiori artisti del panorama a fumetti affermatosi nello stesso periodo di Rakuten.

Nel 1905 la vita professionale di Kitazawa cambia. Il sarcasmo delle sue vignette solleva polemiche negli ambienti del potere; giungono richiami e tentativi di censura dallo stesso comitato di redazione. La frustrazione generata da una graduale mancanza di libertà spinge Rakuten ad accettare l’invito di Yujirō Nakamura, direttore e proprietario della casa editrice Yūrakusha, di creare nel 1915 un giornale umoristico tutto suo. Nasce dunque Tokyo Pakku (alias Puck), periodico distribuito ogni 10 giorni e poi settimanalmente, che per l’artista rappresenta il periodo di lavoro più proficuo, ben 7 anni, e in cui si concede tutto ciò che gli garba artisticamente, a cominciare dalla novità della presenza del colore. Le vignette a tema politico dominano quel formidabile palcoscenico di carta accompagnate da didascalie in 3 lingue: giapponese, cinese e inglese.

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Una prima pagina di “Tokyo Puck”

Il successo di Tokyo Puck, definito come la più autorevole cronaca sociale del Giappone, mette in evidenza due tratti della personalità di Rakuten. Uno era la prorompente vis comica nel bersagliare chi finiva nel mirino delle sue illustrazioni, dalla politica all’economia (in una celebre vignetta sono indicati i nuovi nemici del popolo: l’aumento dei prezzi di tabacco, sake, ferrovie), coinvolgendo anche aspetti della vita sociale come i ritratti arguti realizzati sulla figura della donna e il posto da essa occupato in quegli anni. L’altro, forse un po’ sorprendente, riguarda il latente entusiasmo dell’artista nel riconoscere la crescente influenza del Giappone come potenza economica e militare, ancora ignaro dei disastri futuri.

La presenza di quel periodico fa fiorire altre riviste simili. Rakuten sembra incassare il colpo, finché Nakamura decide di cedere Tokyo Puck: allora Rakuten lascia per fondare due nuovi periodici, Rakuten Pakku e Katei Pakku: il primo praticamente identico a ciò che si era lasciato dietro, l’altro un giornale per famiglie distribuito nel luglio 1912. Il rammarico peggiore arriva nel momento in cui scopre che alcuni suoi allievi non intendono seguirlo. Nonostante l’amarezza, il mangaka trova il modo di dare vita a nuovi progetti come la prima rivista per bambini, Kodomo no tomo (“L’amico dei bambini”), perfezionando i contenuti a fumetti senza trascurare i temi morali ed educativi sotto forma di articoli.

L’insuccesso di tali iniziative lo riporta a Jiji Manga, dove tutto sembra ripartire da capo. Ma non è così. Nel 1921 Jiji Manga si è ormai staccato da Jiji Shinpō diventando il precursore dei manga domenicali. La professione che gli aveva garantito benessere economico gli consente di viaggiare in Manciura, Europa e America. I soggiorni all’estero, vera rarità, oltre a fornirgli il pretesto per entrare in contatto personalmente con altre forme artistiche e culturali, ispirano un discreto numero di illustrazioni per Jiji Shinpō.

Il soggiorno parigino si rivela un trionfo, con una mostra espositiva di suoi lavori al Musée du Jeu de Paume, e perfino un riconoscimento del Ministero dell’Istruzione e delle Belle Arti che lo nomina membro dell’Accademia. Un trattamento simile lo attende in Inghilterra, dove vengono celebrate le opere del passato ma aspramente criticate quelle realizzare in Francia. L’ingratitudine di cui dicevamo risiede nella paradossale doppia facciata dei riconoscimenti, per effetto dei quali Rakuten viene incensato come un eccellente pittore ma non gli si attribuisce il giusto riconoscimento là dove aveva portato innovazione: la caricatura e il fumetto.

Dopo aver lasciato Jiji Shimpō, dà vita al Rakuten Manga Studio, dove accoglie allievi e discepoli consigliando spesso di guardare al lavoro di artisti occidentali come Pierre Puvis de Chavannes o Gluyas William. Tra coloro che passano di là, troviamo futuri grandi fumettisti di prima della guerra quali Keizō Shimada, Yutaka Asō, Fukujirō Yokoi e quel Hekoten Shimokawa che contribuì alla gemmazione del cinema animato giapponese. Durante la Seconda guerra mondiale, i caricaturisti non hanno modo di lavorare, ma Rakuten continua a disegnare. Nel 1950 torna nella natale Omiya, dove muore 5 anni più tardi. La moglie lascia la casa alla prefettura di Saitama che la trasforma in un museo, il primo in Giappone dedicato ai fumetti, con al piano terra un’esposizione permanente con riproduzione fedele del suo studio.

Con il suo sguardo tagliente e il suo grandioso tocco, Rakuten ha mostrato il mondo di allora carpendone emozioni, sentimenti e contraddizioni: guardava al suo mondo, ma ammirava già un orizzonte entusiasmante di prodigi e meraviglie di cui era certo la sua arte sarebbe riuscita a influenzare il fumetto in ogni sua forma. Un pioniere e un sognatore, certamente un modernizzatore.

The Manga Master è dunque un cerchio che si chiude, ma solo qui. Nella rievocazione della vita del disegnatore (si inizia con l’artista anziano nel 1943 interpretato alla grande dall’attore Issey Ogata) la finzione della rivalità tra lui e Okamoto s’innesta con passione e rigore al clima di un’epoca, riuscendo a raccontare il dilemma creativo degli artisti e di come si sono posti nei confronti dell’arte del disegno, in un momento storico così distante da noi. Un connubio ideale di memoria, storia e un sogno chiamato fumetto che non smette di appassionare.

*La versione originale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 304-305, ora in edicola, fumetteria e online.

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