“Fun Home” di Alison Bechdel: un invito a comprendere la diversità

fun home alison bechdel

A giugno del 2006, esattamente 15 anni fa, uscì per la prima volta in libreria negli Stati Uniti Fun Home di Alison Bechdel. Presentato come il primo graphic novel dell’autrice di Dykes to Watch Out For – una delle prime strisce a fumetti con protagoniste appartenenti alla comunità LGBT – Fun Home si piazzò al primo posto della classifica dei migliori libri del 2006 secondo la rivista Time e l’anno successivo vinse un premio Eisner per la miglior opera basata sulla realtà. Nel 2013 il libro è infine diventato un musical – finalista al premio Pulitzer – poi approdato a Broadway e in procinto di diventare un film (con Jake Gyllenhaal).

Usando le parole con cui la MacArthur Foundation ha motivato l’assegnazione del Genius Grant, il premio per le personalità creative, «Bechdel ha cambiato la nozione di memoir e ha ampliato il potenziale espressivo della forma grafica». Eppure, come suggeriscono i tentativi di censura del libro fatti in Missouri prima e in South Carolina poi, Fun Home parla di qualcosa che a molti fa ancora paura.

Una tragicommedia familiare

In Fun Home Bechdel ripercorre la sua infanzia e adolescenza raccontando di suo padre Bruce, morto prematuramente per un tragico incidente, o forse per un suicidio ben congegnato. Attraverso una narrazione non lineare, costruita per salti temporali intorno a riferimenti letterari particolarmente significativi, Bechdel tratteggia il ritratto di un uomo freddo e distante, la sua passione per la letteratura alimentata dal lavoro di insegnante e la sua ossessione per il restauro di oggetti (e case) d’epoca.

Persona piena di talento, intelligenza e curiosità, l’uomo ha paradossalmente fatto delle scelte – stabilirsi nella cittadina di provincia dove era nato, rilevare l’impresa funebre dei genitori, mettere su una famiglia “tradizionale” – che lo hanno portato a vivere la sua omosessualità (o bisessualità) in modo clandestino e sicuramente doloroso anche per chi gli stava accanto.

Mentre si interroga su chi sia stato veramente suo padre, cercando di distinguere tra la persona reale e i ruoli che di volta in volta impersonava, Bechdel ricorda la sua infanzia trascorsa tra cimeli d’antiquariato e bare vuote, disturbi ossessivo-compulsivi e diari segreti in cui non trascriveva mai la verità, fino all’adolescenza, alla ricerca di sé stessa e al coming out.

Fun Home ha per sottotitolo Una tragicommedia familiare e contiene una dedica alla madre e ai fratelli in cui l’autrice dichiara «Ci siamo divertiti un sacco, a dispetto di tutto». Anche se il tono del racconto non si appesantisce mai, è difficile ridere ripercorrendo i ricordi evocati dall’autrice. La famiglia Bechdel è decisamente sopra le righe ma anche incapace di comunicare. I cinque membri che la compongono sono persone di grande talento con molte cose in comune, ma appaiono incapaci del più comune gesto di affetto, come il bacio della buonanotte.

Bechdel riesce a trovare un equilibrio tra il suo coinvolgimento emotivo e la volontà di raccontare la complessità di quelle relazioni: non prende la scorciatoia di assegnare colpe e trovare una spiegazione univoca agli eventi del passato, riuscendo a sollecitare in chi legge una sorta di sospensione di giudizio e una forma di empatia verso i personaggi raccontati, dando alla vicenda di Bruce una grande carica di umanità e di senso.

Se Bechdel riesce a ottenere questo risultato delicato e straordinario è, oltre che per un lungo lavoro di analisi che le ha consentito di fare pace coi i suoi mostri, per una forte, genuina spinta ad andare oltre verità preconfezionate, pregiudizi e stereotipi.

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Fun Home e il coraggio di andare oltre

Quando Bechdel pubblicò Fun Home aveva alle spalle anni di Dykes to Watch Out For, la striscia a fumetti che racconta di alcune amiche che frequentano una libreria, chiacchierano del più e del meno ma anche dei temi caldi del giorno e sono dichiaratamente lesbiche. La striscia, disegnata dal 1983 al 2008, ha un valore culturale inestimabile perché ha contribuito a dare della comunità LGBT un’immagine fedele, rispettosa e – potremmo dire –“normalizzante” in un momento storico in cui l’omosessualità, oltre a subire un forte stigma sociale, era automaticamente associata all’epidemia di HIV.

DTWOF è ricordata anche per un altro motivo. Contiene infatti una tavola da cui è stato estrapolato il cosiddetto Bechdel Test, una sorta di metodo empirico utile a valutare l’incidenza dei personaggi femminili in libri, film e serie tv e quindi a capire se un determinato prodotto culturale rafforza o smantella gli stereotipi di genere.

Bechdel ha spiegato che la sua intenzione all’epoca era semplicemente quella di riportare una conversazione avuta con una sua amica e non certo di fissare dei criteri di misurazione del sessismo.

Così come in altre sedi ha ribadito che il suo lavoro non deve essere interpretato alla luce del suo orientamento sessuale: «Aspetto il giorno in cui sarò considerata una fumettista e non una fumettista lesbica». E ancora: «Essere lesbica significa che ho dovuto ragionare più di altri sulla mia sessualità, e il risultato è che probabilmente nel mio lavoro tendo a essere più aperta».

bechdel test

Apertura mentale significa anche coraggio di cercare quelle verità nascoste che, anziché semplificare una storia, ne alimentano l’ambiguità. Ed è quello che Bechdel mostra in Fun Home, dove la sua relazione con il padre appare fortissima eppure inconsistente, in un paradosso senza soluzione.

Bruce riesce a raggelare ogni manifestazione d’affetto di Alison bambina, le impone vestiti leziosamente femminili e una cameretta piena di pizzi e fiorellini, ma è il primo a intuire come il percorso della figlia sarà simile al suo. E Bechdel, pur attribuendo al padre difetti di un certo peso, non può che riconoscersi in lui. Il momento del suo coming out, oltre a essere cruciale per la sua crescita personale, sembra per un attimo aprire un canale di comunicazione speciale con il padre, inaspettato e prezioso.

La morte di Bruce, che sia stata fatalità o suicidio, trasforma presto questa possibilità in un’occasione mancata, eppure finisce con il rimarcare ancora di più il parallelismo tra padre e figlia: entrambi rallentati nella ricerca della propria libertà da pregiudizi e dettami sociali, tendono disperatamente verso un orizzonte abbastanza ampio in cui sentirsi liberi di essere sé stessi. Se nella vita vera una sola dei due riuscirà effettivamente a raggiungere questo obiettivo, entrambi troveranno un rifugio, ma anche uno strumento di comprensione di sé, nella letteratura.

Fumetti e letteratura

Fun Home è pieno di citazioni letterarie, molte inglobate nel racconto, altre addirittura usate come titolo dei capitoli. I riferimenti sono ad autori cari a Bruce come Albert Camus, James Joyce e Francis Scott Fitzgerald, ma non solo. Bechdel racconta come il padre abbia modellato alcuni aspetti della sua vita su quello che leggeva, e come lei si sia trovata a fare altrettanto.

Anche lei individua nella letteratura uno strumento per interpretare quanto è accaduto nella sua famiglia, per mettersi nei panni di un padre distante e per dare una direzione alla sua vita laddove la realtà sembra priva di prospettive. E in questo non fa nulla di diverso da chiunque legga buoni libri.

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Quello che colpisce è il modo in cui Bechdel intreccia la letteratura al suo racconto personale senza mai snaturare il linguaggio del fumetto verso una direzione che non gli è propria. Questo aspetto è ancora più rilevante se si considera come l’uscita di Fun Home si collochi in un momento storico caratterizzato dal boom del formato graphic novel e dalla tendenza a definirlo “letteratura disegnata”, e quindi come una lettura di tutto rispetto perché più vicina ai romanzi letterari che ai fumetti da edicola o da fumetteria – strategia che da una parte ha contribuito all’ampliamento della base di lettori, dall’altra ha rafforzato il pregiudizio per cui i fumetti necessitino di un bollino di letterarietà per essere promossi al rango di opera d’arte.

Fu in quel clima che Time assegnò a Fun Home il primo posto nella top ten dei migliori libri – libri, non fumetti – del 2006. E fu sempre in quel clima che Bechdel sottolineò come l’etichetta di graphic novel, o quella più precisa di graphic memoir, fosse a suo parere poco rilevante: «Sono felice quando la gente che parla di Fun Home, lo chiama libro invece che graphic novel. E non perché ritenga un fumetto meno importante di un libro, ma perché penso sia importante non creare ulteriori paletti marginalizzanti».

Con grande intelligenza, Bechdel individuò con chiarezza la radice di questo pregiudizio: «La gente pensa che i fumettisti non siano né grandi artisti né grandi scrittori, e penso sia vero, ma questo ragionamento non tiene conto del fatto che scrivere e disegnare insieme sia una cosa completamente diversa, presupponga una forma diversa di talento».

Lo stile

Bechdel ha impiegato 7 anni per disegnare Fun Home, alternando questo lavoro a quello sulla striscia DTWOF. Il suo metodo combinava analogico e digitale, disegno a mano inchiostrato su carta e operazioni di preparazione e rifinitura con Illustrator e Photoshop.

Fondamentali le reference fotografiche, che spaziavano dalle foto di famiglia puntualmente riprodotte alle immagini di luoghi e dettagli di interni presi da Google fino agli autoscatti usati per definire meglio posture e gestualità. La quantità di immagini consultate e citate è evidente dalla grande ricchezza dei dettagli di ogni tavola di Fun Home, risultato che deriva dalla ferma intenzione di rendere la parte grafica del fumetto altrettanto densa di significato quanto la controparte testuale.

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Bechdel ha indicato come suoi modelli di riferimento Hergé, Robert Crumb e Charles Addams, e in effetti il suo stile rielabora alcuni elementi distintivi dei tre autori: anatomie precise combinate con volti espressivi, tratteggi nervosi e disordinati, tavole monocromatiche sui toni di grigio.

La scelta di usare la pittura a inchiostro è stata la risposta al tentativo di distinguere stilisticamente Fun Home da DTWOF senza ricorrere al colore. Per sfruttare la delicatezza delle sfumature propria di questa tecnica senza rinunciare alla definizione del nero, Bechdel ha realizzato disegni inchiostrati e pittura sfumata su fogli distinti che ha poi ricombinato con Photoshop.

L’autrice ha indicato nel capitolo 5, dove compaiono diverse mappe, il manifesto del suo modo di fare fumetti: «Per me i fumetti hanno una funzione simile a quella delle mappe, perché partono da una realtà tridimensionale complessa e confusa e la adattano in una versione bidimensionale decisamente più gestibile».

Bechdel ha condiviso una parte dolorosa della sua storia personale, trasformandola in una riflessione sulla difficoltà di riconoscersi “diversi”. Ha intrecciato un dialogo con la grande letteratura mostrando come i fumetti siano altrettanto capaci di ampliare gli orizzonti dei singoli lettori e della società in cui vivono. Fun Home è un invito al rispetto e alla comprensione che non bisognerebbe smettere di ascoltare.

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