“Luca”, una Pixar estiva e rilassata

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Luca, il nuovo film Pixar che racconta l’amicizia tra due giovani mostri marini mutaforme, Luca e Alberto, e una bambina umana di nome Giulia sullo sfondo dell’immaginario paesello ligure di Portorosso nell’Italia di metà Novecento, ha l’aspetto di un progetto carbonaro, indipendente, realizzato all’insaputa dello studio. Quasi un picture book adattato a cartone.

Il film è un omaggio del regista genovese Enrico Casarosa al proprio paese d’origine. Trasferitosi in America negli anni Novanta per lavorare ai Blue Sky Studios e poi passato alla Pixar, Casarosa ha lavorato come storyboardista per diversi film (Cars, Ratatouille, Up, Il viaggio di Arlo) e ha diretto il cortometraggio La luna. Il suo film è estremamente personale e ispirato alla sua infanzia del regista, con ambizioni che stanno totalmente da un’altra parte rispetto alle produzioni Pixar recenti.

Che sia personale potrà sembrare una tautologia, ma è l’emanazione diretta del suo regista molto di più di quanto non lo siano state certe altre pellicole Pixar, che, diventando imprese colossali, diluiscono la volontà creativa dell’autore nei tantissimi collaboratori impegnati nella realizzazione del film – siano essi i character designer, i direttori delle animazioni, i soggettisti o i direttori della fotografia.

Luca non è un ambizioso racconto sul senso della vita (Soul), non è una produzione che rilancia una storia nota, ampliandone la portata (Gli Incredibili 2, Toy Story 4), né una produzione originale riempita di stimoli, cambi di scena e cast enorme di personaggi (Coco, Onward). È un film che lavora di sottrazione, con poche – ma fondamentali – dinamiche e uno stile visivo da libro illustrato, distante anni luce dal piglio iperrealista di Toy Story 4 e Soul, dove strade, negozi e riflessi erano ricreati con precisione fotografica. È una storia di amicizia, raccontata nel modo più diretto e semplice possibile. 

È un film con pochi personaggi, provinciale, insulare, perché così sono le ambientazioni, ma anche perché la narrazione, il modo in cui è diretto il film e la posta in gioco sono affari che si consumano tra le viuzze e i ciottoli di Portorosso e le casupole del mondo sottomarino. Non ci sono megalopoli o folle oceaniche.

Le canzoni sono di repertorio, la luce pastosa, è tutto di secondo mano, usato, vissuto, tenuto con cura ma non appena uscito dalla concessionaria. Rimane comunque il prodotto di uno sforzo di gruppo, ma forse il suo essere un film più piccolo, nelle cose che racconta e come lo fa, ha permesso allo stile di Casarosa di arrivare sullo schermo meno filtrato.

Stilisticamente, Luca è un sequel di La luna, da cui riprende i colori e le influenze: i racconti immaginifici di Italo Calvino, citato nella toponomastica di Portorosso e nel cognome di Giulia, Marcovaldo; il disegno di Hayao Miyazaki, filtrato dalla mano di Casarosa – le bocche dei personaggi sono le stesse che animavano le facce di Conan il ragazzo del futuro, del quale Alberto veste gli stessi abiti. Il film è riscaldato dal rossore dei volti di Luca e Giulia, dal calore del sole, dalle luci soffuse che escono dalle finestre delle abitazioni e dai filari di lampadine dopo il tramonto.

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In alcuni dettagli dell’animazione, Luca prova anche a giocare con alcuni aspetti espressivi. Per esempio, recupera un espediente tipico dell’animazione tradizionale, quello dell’effetto mosso realizzato duplicando un soggetto. Nell’animazione in due dimensioni (ma anche nel fumetto) quando un personaggio si muove velocemente, per far vedere la scia del movimento, di solito si disegna ripetutamente il soggetto in questione. Una mano se un personaggio si sta sbracciando a salutare, tante gambe se è impegnato a correre. È una tecnica che non sarebbe necessaria nell’animazione al computer, visto che esiste un modo per ricreare l’effetto mosso dei corpi in movimento senza ricorrere a questo stratagemma. In Luca diventa un vezzo per riportare il vocabolario visivo a quella semplicità che è la cifra complessiva del film.

Il film di Casarosa incarna benissimo l’atmosfera dell’estate. Non solo perché ambienta la vicenda in un luogo di mare soleggiato e vibra dei colori del giugno ligure, ma anche perché è un film che indugia, che gode nel perdere tempo. Alberto e Luca (e poi Giulia) girovagano, fanno amicizia, assaggiano la cucina locale, vanno in bici, imparano senza un piano, senza un progetto se non quello della crescita inconsapevole che avviene quando si instaurano nuove relazioni.

A un certo punto Luca si fa carico dei suoi obblighi narrativi e imbastisce una trama più strutturata, ma i tempi e i modi sono sempre laschi e senza quell’ansia da prestazione che avvinghia certi film, troppo preoccupati di controllare che ogni meccanismo scatti al momento giusto per godersi ciò che hanno creato.

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