“Black Widow” è tre film in uno

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Black Widow è senza dubbio il film dell’universo cinematico Marvel più sfortunato di tutti, quello che è rimasto impigliato ben due volte nella pandemia, che si presenta al mondo in tragico ritardo rispetto all’evoluzione non solo dell’universo cinematico (avete presente serie come WandaVision, The Falcon and the Winter Soldier e adesso Loki? Volete mettere rispetto alla fase precedente con Captain America e Iron Man che fanno a cazzotti?), ma anche della nostra cultura e società (mascherine, mascherine, mascherine!).

La storia ​ha un sapore perturbante, a cominciare dall’enorme immagine di Scarlett Johansson con un’inquietante tuta in versione bianca che peraltro nel film ha una sua vicenda abbastanza particolare (ma niente spoiler, non temete). E già dopo i primi venti minuti ci siamo chiesti: ma cosa stiamo vedendo? Perché chi va a guardare Black Widow va a guardare tre film diversi, ed è bene che lo sappia

Black Widow è innanzitutto un film della Marvel. C’è una parte, una gran bella parte, in cui ci si insegue in auto e in moto, ci si spara, si fa a mazzate come se non ci fosse un domani, si spara ancora, si tirano coltelli, si salta, si vola, si atterra, si spara ancora. Il tutto condito da gesti atletici, effetti speciali oramai diventati leggendari e dalle mossette di Scarlett Johansson. Comunque, c’è quel film là, anche se arriva dopo un po’.

Poi c’è un altro film, quello con la storia delle origini di Vedova Nera rivisitata in salsa Marvel Cinematic Universe. Che è un frullatore che centrifuga e fa scomparire il 90% della complessità e anche molta della profondità dei personaggi canonici, trasformandoli in una versione da grande schermo: più semplice, più lineare, con dei conflitti interiori ed esteriori oltre che degli obiettivi più facilmente comprensibili. Non è necessariamente un male, perché seguire un film non è come leggersi annate e annate di fumetti, però lo spessore è comunque un altro.

In ogni caso, in questo secondo film ci sono bambine spaventate, c’è la violenza, c’è la costruzione quasi documentaristica dell’orrore della Stanza Rossa, con immagini e falsificazioni da mockumentary degne di miglior causa secondo chi scrive. Sarà anche simbolica, ma l’idea dell’exploitation delle bambine in tutto il mondo trasformata in un piano di uno scienziato pazzo sovietico per controllare il pianeta con la sua legione di Vedove Nere mi pare un po’ riduttiva.

I Marvel Studios volevano il Wakanda del genere femminile, ma non ci siamo: non arriva ai livelli del primo Wonder Woman. Tutt’altro: le scelte di emancipazione e di potenziamento di genere ricordano più il secondo Wonder Woman (brutto) e Captain Marvel (tristemente poco e male femminista). La storia delle origini è una storia di bambine che poteva essere vista e spiegata di più ma soprattutto meglio, ma fa da motore alla seconda parte del film, che è basata sull’idea di famiglia.

Questa idea di famiglia è funzionale alla narrazione ed è la morale del film: Vedova Nera ha la sua famiglia di origine, che è comunque artificiale, e quella adottiva degli Avengers. Entrambe sono disfunzionali a livelli da fumetto, questo sì, ma fa parte dello stile Marvel, che è ossessionato dall’idea che le persone che si trovano ad essere insieme quasi per caso poi debbano amarsi e cercarsi per tutta la vita, provando dolore quando lo fanno, quando non lo fanno e quando riescono a farlo.

Mistero, o forse ideologia della post-famiglia simile a quella messa in scena negli anni Ottanta da Steven Spielberg e da una decina di altri registi che volevano mostrare il divorzio come situazione normale nel tessuto sociale americano (ricordate? Da E.T. al primo Jurassik Park non c’è una famiglia che non si sia sfasciata, neanche quella della trilogia d’esordio di Guerre Stellari: un disastro).

Invece, il terzo film, cioè il film da circa 134 minuti diretto dalla pluripremiata Cate Shortland e prodotto dall’onnipresente Kevin Feige (lo Stan Lee dei nostri tempi) è quello che va peggio di tutti. È quello della storia, o, se vogliamo, quello del test di Bechdel al contrario. Mi spiego subito.

Il test di Bechdel è stato inventato dalla fumettista americana Alison Bechdel in una vignetta del 1985 intitolata The Rule, che fa parte della serie Dykes to Watch Out For. Il test è molto facile: nella vignetta di Bechdel due amiche non vanno al cinema perché una di loro ha deciso di guardare solamente i film che rispettino tre condizioni (le regole del test).

La prima è che nel film ci siano almeno due personaggi donna di cui si conosca il nome. La seconda è che queste due donne parlino almeno una volta tra loro (e non solo con gli uomini del film). La terza è che parlino tra di loro di qualsiasi cosa ma non di uomini: niente mariti, figli, colleghi maschi, capoufficio etc.

Ecco, spiace dirlo ma, se volessimo applicare questo test al contrario, agli uomini anziché alle donne, il film di Cate Shortland – basato su una storia di Jac Schaeffer e Ned Benson con sceneggiatura di Eric Pearson – fallisce miseramente. E questo, paradossalmente, è un grosso problema.

I personaggi maschili non esistono. C’è il cattivo, di cui conosciamo il nome, e c’è il padre di Vedova Nera, di cui conosciamo il nome. Non si parlano. E comunque, passano il tempo a parlare di Vedova Nera, della sorella, della madre, delle altre donne presenti con vari ruoli e a vario titolo nel film.

Questo è un problema, perché un discorso è fare politica di genere nei film Marvel (come prima peraltro la Marvel ha fatto con i suoi fumetti, a partire dagli anni Sessanta) e un discorso è ridurre le narrazioni a parodie di se stesse. Attenzione: non penso che una storia di soli maschi (o comunque scritta in modo tale da non superare il test di Bechdel) avrebbe senso oggi, se non in contesti limitatissimi. Ce ne sono, ma sono l’eccezione.

Mi viene da pensare a Greyhound – Il nemico invisibile di e con Tom Hanks, ma si tratta di un film ambientato al 98% su una nave da guerra americana che sta attraversando l’Atlantico per proteggere un convoglio di mercantili dai sottomarini nazisti e con un punto di vista temporale dilatato per rendere la tensione di quelle ore concitate. Però, a parte questo tipo di eccezione, oggi è praticamente suicida immaginare di fare un film sensato che non superi il test di Bechdel se non per particolari tortuosità della trama.

È suicida semplicemente perché il test ha funzionato, il cinema è cambiato, la televisione è cambiata, e il test di Bedchel adesso è una misura di normalità, non per cercare le eccezioni. Ecco, secondo me siamo cambiati noi, e chi è arrivato di recente (mi riferisco ai più giovani) vive per fortuna una nuova normalità in cui donne e uomini, nella loro fludità, sono comunque tutte persone. E ci mancherebbe altro. Per questo trovo assurdo mettersi adesso a fare il contrario.

Però è questa la direzione che è stata scelta dalla Marvel ed è questo il vero problema di questo film. Una direzione che tradisce il personaggio e la sua storia. Natasha Romanoff nell’universo cinematico Marvel è entrata passando dalla strada più dura: nei primi film di Iron Man, vero e proprio boys club di supereroi testosteronici, lei era solo una gran donna, un bocconcino che Tony Stark avrebbe assaggiato volentieri, anche davanti alla fidanzata.

Ci sono voluti un buon numero di film e la creazione di un rapporto non sentimentale o sessuale con Clint Barton, l’unico altro vero “guerriero” degli Avengers che, come Natasha, non ha superpoteri ma solo abilità sviluppate con l’addestramento, tenacia e sacrificio, per riuscire a rendere Vedova Nera un personaggio e non solo la ragazza carina da guardare mentre si allontana ancheggiando.

La forza di Vedova Nera sta nel modo che ha per affrontare il mondo che le è stato particolarmente duro e nemico. Natasha Romanoff è molto più che una icona femminista messa sottovetro all’interno di un ambiente politicamente corretto e protetto, capace di interagire solo con altri personaggi femminili o con il proprio padre e che cerca di uccidere la figura edipica che le fa da antagonista. Lei è una guerriera con una particolarità: il suo centro si sposta.

La moralità di Vedova Nera, che è cresciuta spiando, mentendo e uccidendo, evolve molto più di quella di altri personaggi dell’universo cinematico e al tempo stesso molto meno. Rimane coerente con se stessa e al tempo stesso cambia, ma solo perché la conosciamo di più e meglio. Il servizio che le fa il film dedicato alla sua storia delle origini, ambientato tra Captain America: Civil War e Avengers: Infinity War, è pessimo.

Senza contare l’aspetto più fastidioso: il paternalismo del cattivo di turno, talmente arbitrario da essere praticamente fortuito perché non risponde a nessun tipo di necessità narrativa o estetica. Anzi è controproducente da un punto di vista logico: il cattivo di Black Widow dovrebbe essere un vero cattivo, malvagio, spietato. Invece è solo l’uomo nero degli archetipi femministi.

Peccato. Il film in realtà è una festa per gli occhi, con alcuni momenti oggettivamente noiosi o scontati, ma si sa. Rimangono aperti grandi interrogativi marginali: perché tutti i film e le serie televisive Marvel finiscono sempre a fare la guerra in qualche palazzo di fine Ottocento di un Paese dell’Europa dell’Est, tra Praga e Budapest? E perché abbiamo il sospetto che le strade e il palazzo stesso siano sempre gli stessi? Ci saranno gli sconti fiscali per chi va a girare in quegli spazi?

A parte questo, e a parte una regia particolarmente concitata negli scontri ma alla fine leggera e a tratti vuota, rimane una interpretazione di Scarlett Johansson che è molto, molto buona. Come quella di Florence Pugh, cioè Yelena Belova. David Harbour che fa Red Guardian, Rachel Weisz nella parte di Melina Vostokoff e Ray Winstone nella parte del cattivo Dreykov sono piatti come tavolette (Harbour un filo meno, forse).

Piacevole, O-T Fagbenie nella parte del toy boy Rick Mason. Praticamente una nota a pie’ di pagina, ma che ha una scena meravigliosa in cui russa come un boscaiolo sul letto di Natasha Romanoff. Ecco, cambiando il genere dei personaggi, sarebbe stata una scena perfetta per un film di James Bond degli anni Sessanta con Sean Connery. Fa ridere da quanto è ingenua ma almeno non è drammaticamente e ideologicamente premeditata.

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