“Earwig e la strega”, il primo vero flop dello Studio Ghibli

earwig e la strega studio ghibli

Earwig e la strega, il nuovo film dello Studio Ghibli, è un prodotto televisivo, trasmesso il 30 dicembre 2020 su uno dei canali dell’emittente nazionale giapponese NHK e poi uscito in sala qualche mese dopo. Dura solo 82 minuti ed è tratto da un libro per bambini di un centinaio di pagine, pubblicato anche in Italia per Salani con la traduzione di Valentina Daniele.

Proprio alla traduttrice ho chiesto lumi per cercare di comprendere quello che ho visto al cinema: una storiella scadente raccontata in un film scadente. Verrebbe mai in mente di definire così un’opera dello studio diretto da Hayao Miyazaki? No, ma c’è una prima volta per tutto.

Earwig è abbandonata di fronte a un orfanotrofio e cresce lì con il nome di Erica Wig, un peperino che non ha paura di nulla e che, per sua stessa ammissione, riesce a convincere tutti a fare quello che vuole lei. Non ha alcuna intenzione di essere adottata, ma un giorno una strana coppia dall’aspetto molto sopra le righe decide di prenderla con sé.

Salta fuori che la donna, Bella Yaga, è una strega e l’uomo, Mandragora, una sorta di demone dal pessimo carattere. Erica rimane prigioniera in una casa in cui è costretta a fare la sguattera per la strega, che la tratta male e ignora la sua richiesta di imparare le arti magiche. Decide così di fare da sola, con l’aiuto del famiglio Thomas, un gatto nero parlante.

Questa la breve storia narrata nel libro, l’ultimo di Diana Wynne Jones, la stessa autrice de Il castello errante di Howl, scomparsa nel 2011 e nume tutelare di molti autori fantasy contemporanei, tra cui Neil Gaiman e J. K. Rowling. Come il libro, anche il film è indirizzato ai bambini piccoli ed è incentrato sulla figura della protagonista, una novella Pippi Calzelunghe dall’aria sfrontata e saccente.

Peccato che, oltre alla trama principale, il film ne contenga un’altra posticcia e fumosa, incollata alla bene e meglio sui personaggi, senza che ce ne fosse alcun bisogno. Erica porta con sé una audiocassetta del gruppo Earwig (?), che la madre le aveva lasciato nel momento dell’abbandono. Scopre per caso che Mandragora fa il compositore (??) e in passato lui e Bella Yaga facevano parte degli Earwig insieme alla madre di Erica (???), cosa che dà vita a flashback ambientati negli anni Settanta, con pantaloni a zampa, concerti e capelli a cespuglio (????).

Questa linea “musicale” ha ispirato anche la locandina, che non ha alcun senso dato che la ragazzina non canta mai nel film, e in ogni caso il tema non è certo quello. Puntare sulla magia, no? Viene quasi da pensare che lo studio avesse qualche debito nei confronti dell’autore della colonna sonora, Satoshi Takebe, la cui canzone principale Don’t Disturb Me è in effetti orecchiabile, ma insomma, non giustifica l’inserimento di un’intera linea narrativa.

I personaggi non hanno spessore e non sono approfonditi, la protagonista non compie alcun arco evolutivo (come comincia, finisce, con un paio di disavventure nel mezzo), le backstory sono solo accennate e del tutto incomprensibili (a un certo punto viene da pensare che Erica sia figlia di Mandragora, ma chi lo sa?), alcuni elementi della storia vengono introdotti e poi dimenticati, lo sviluppo è noioso e ripetitivo, il finale arriva di colpo e tronca la storia aggiungendo punti interrogativi, come se avessero finito i soldi. Di streghe avevamo già Kiki, di gatti neri avevamo già Jiji, il confronto è impietoso. Earwig/Erica è quasi insopportabile.

Vogliamo incolpare Goro Miyazaki, il regista figlio d’arte che forse doveva fare un altro mestiere? Eppure La collina dei papaveri, il suo ultimo film datato 2011, non era affatto male. Forse perché alla scrittura aveva collaborato il padre? Scorrendo la filmografia dello Studio Ghibli salta all’occhio che, dove c’è lo zampino paterno, il prodotto funziona, guarda un po’. 

Vogliamo incolpare Keiko Niwa, sceneggiatrice e sodale di Goro, già autrice di Si sente il mare, opera televisiva del 1993, dimenticabile anch’essa? Prima di Earwig, Niwa ha collaborato alla scrittura di I racconti di Terramare, Arrietty, La collina dei papaveri (questi ultimi due insieme a Miyazaki senior) e Quando c’era Marnie, tutti lavori senza grandi guizzi, né grandi incassi. 

Vogliamo incolpare la diabolica CGI, tecnica con cui lo Studio Ghibli non sembra avere particolare affinità? Già dal trailer era chiaro che il risultato sarebbe stato anni luce lontano da ciò a cui la Pixar, per nostra fortuna, ci ha abituati. Forse siamo dalle parti del primo Toy Story in quanto a texture, fluidità dei movimenti e mimica facciale dei personaggi. Il che non aiuta una trama messa già male. 

Una nota positiva esiste, ma riguarda solo l’edizione italiana. La traduzione del film è di Francesco Nicodemo, l’adattamento di Roberta Bonuglia, la direzione del doppiaggio di Massimiliano Alto. Il risultato è di buon livello, di certo migliore dei film precedenti.

Piange il cuore a dirlo, ma Earwig e la strega è un brutto film, sia visivamente che narrativamente. Arrivati a questo punto, è triste constatare che lo Studio Ghibli non abbia eredi degni dei fondatori (uno, Isao Takahata, scomparso nel 2018; l’altro, Hayao Miyazaki, che a gennaio ha compiuto ottant’anni) e brancoli un po’ nel buio nell’attesa del prossimo film dello stesso Miyazaki senior, che per l’ennesima volta è tornato sui suoi passi dopo aver annunciato il ritiro (era il 2013), mettendosi a lavorare su un nuovo film.

How do you live? (questo il titolo internazionale con cui è stato annunciato) sarà realizzato con tecnica tradizionale, durerà 125 minuti e a dicembre 2020 il produttore Suzuki affermava di essere a metà dell’opera e di non avere scadenze pressanti. Ci vorrà ancora qualche anno, dimentichiamo Earwig e aspettiamo.

Leggi anche:

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su InstagramFacebook e Twitter.