Gli Eisner Awards 2021 sono una foto sfocata del fumetto USA

eisner awards 2021

Durante il Comic-Con di San Diego, è tradizione che il venerdì sera sia la notte degli Eisner Awards, e lo stesso è stato anche in questo 2021 in cui la manifestazione è stata solo online, con il nome di Comic-Con@home. Il premio competitivo organizzato dalla convention è come gli Oscar ma senza il tam tam mediatico, le cene organizzate da Vanity Fair, le clip virali, le campagne diffamatorie. Quindi in pratica senza tutto il divertimento.

Ciononostante, gli Eisner restano il premio più importante del fumetto statunitense – anche se penso che a un fumettista faccia più piacere ricevere un MacArthur Fellows Program che un Eisner, per una mera questione monetaria. Un’intera industria (con il beneficio del dubbio perché Comic-Con non ha mai diffuso i dati e il numero di votanti, quindi non sappiamo quale sia la reale portata della cerimonia e quanto sia “intera” quell’industria) che ti premia dicendoti che quell’anno sei stato il migliore in quello che fai.

Le candidature ai premi sono scelte da un gruppo di giurati, un po’ come succede per i premi di Lucca Comics e Comicon. Quest’anno, a decidere i finalisti degli Eisner c’erano il proprietario della fumetteria californiana Alakazam Comics, Marco Davanzo, una bibliotecaria dell’università di San Diego, Pamela Jackson, un membro del consiglio del Comic-Con, Shelley Fruchey, il fumettista e fondatore dell’etichetta KID Comics Keithan Jones, un rappresentante dell’associazione con scopi educativi Little Fish Comic Book Studio, Alonso Nuñez, e lo storico Jim Thompson, co-conduttore del podcast Comic Book Historians.

Nel 2021, la principale novità è stata l’introduzione di una nuova categoria, miglior fumetto biografico, che si è aggiunta al premio per il miglior fumetto di non-fiction, a rimarcare la sovrabbondanza di biografie e autofiction come genere rifugio per molti autori.

Dal mainstream alla nicchia

Rispetto ad altre annate, la fotografia scattata degli Eisner Awards 2021 è risultata confusa. Dei vari fumetti con più di due candidature (Decorum, The Department of Truth, Dragon Hoops, Far Sector, La solitudine del fumettista errante, Stillwater, Superman’s Pal Jimmy Olsen e Li troviamo solo quando sono morti) nessuno è andato oltre le due vittorie. Delle cinque candidature a suo nome, Gene Luen Yang ne ha concretizzate tre, confermandosi uno degli autori più poliedrici del panorama statunitense.

Si è infatti aggiudicato, in veste di sceneggiatore, il premio della migliore pubblicazione per ragazzi (Superman Smashes the Klan, che ha vinto anche nella categoria del miglior adattamento di un altro medium) e, come autore unico, quello della miglior pubblicazione per adolescenti, con Dragon Hoops.

In generale, non c’è stato un asso pigliatutto, una tendenza chiara, si è tutto frammentato nei vari angoli del fumetto americano – dal mainstream alla nicchia, come nel caso della miglior storia breve, andata a un fumetto di graphic medicine (la nicchia della nicchia, verrebbe da dire), When the Menopausal Carnival Comes to Town di Mimi Pond. È stata colpa anche dell’enorme produzione che ha portato a candidare quanti più autori e opere possibili, dando quindi un segnale poco chiaro a chi poi quei premi li deve comunicare.

Il mio è un discorso che non ha nulla a che vedere con il merito dei premiati ma incide sulla popolarità, sugli effetti nelle vendite e sull’immagine che ci consegna un settore variopinto e vivo nella sua capacità di inglobare prodotti così diversi ma anche talmente frammentato da non essere in grado di valorizzare a dovere ogni piccola scheggia di creatività. Succede la stessa cosa nei Grammy, il più alto riconoscimento musicale in America, dove ogni genere musicale è rappresentato da tre o più categorie di premi, producendo una lista di vincitori sterminata la cui visibilità si perde facilmente.

E in quelle categorie dove in teoria ci sarebbe spazio per la notiziabilità, quest’anno, non è andata granché bene. Miglior serie regolare? Usagi Yojimbo, nata nel 1984 per mano di Stan Sakai e non esattamente un prodotto di primo pelo (è ricominciata nel 2019 ma complessivamente va avanti da 250 e rotti numeri). Anche il fatto che si premi un autore non per un’opera specifica ma per la sua produzione in quell’anno, che, salvo casi rari, non si limita a un fumetto solo, è un dato che non aiuta a creare una comunicazione efficace e a spingere a dovere i vincitori sugli scaffali delle librerie.

Oppure succede il contrario, cioè che in alcuni casi la dinamica per affermare un nome o stabilire la popolarità di un autore si inceppi e si finisca per restare incastrati nella ripetizione. Penso alla categoria dei coloristi, una roccaforte difficile da espugnare per chiunque non sia Dave Stewart, che ha vinto 10 Eisner negli ultimi 18 anni, o i soliti noti – quest’anno erano candidati tre nomi che avevano già vinto in passato, e uno di loro ha vinto di nuovo quest’anno (Laura Allred, moglie di Mike e colorista di X-Ray Robot per Dark Horse e Bowie: Stardust, Rayguns & Moonage Daydreams per Insight Editions).

Tra i candidati degli Eisner Awards 2021 in questa categoria c’era per altro anche Gipi, la cui nomination per Unastoria tradisce una scarsa comprensione del mestiere di fumettista, oppure, e mi augurerei fosse quest’ultima opzione, i selezionatori hanno riconosciuto il valore dell’opera e volevano inserirla a prescindere, anche se gli slot nelle altre categorie erano già ipotecati. 

Eisner Awards 2021: oltre i numeri

Più delle altre volte, gli Eisner Awards del 2021 hanno evidenziato una stanchezza creativa da parte delle due major, DC Comics e Marvel Comics. DC si era fermata a 9 candidature, e altre 6 condivise, mentre Marvel ne aveva raggranellate appena 4 (più 6 condivise). Avevano fatto meglio della Casa delle Idee persino IDW Publishing, Drawn & Quarterly, First Second, Europe Comics, BOOM! e Abrams.

Image Comics e Fantagraphics Books erano le case editrici con più candidature, rispettivamente 17 (e altre 11 condivise con altri soggetti) e 19. Oltre ad avere candidature nei premi più importanti, Image era presente in tutte le candidature al miglior sceneggiatore – tutti e sei i candidati erano avevano almeno un progetto per la casa editrice, a conferma che la sua politica autoriale continua a funzionare, attirando talenti che si sentono liberi e padroni delle proprie creazioni, anche se non sempre con un ritorno di vendite soddisfacente (vedi Decorum). Fantagraphics dominava invece nella categoria delle riproposte e del recupero di fumetti d’annata.

Poi però le 7 vittorie in totale dei due editori (3 per Image e 4 per Fantagraphics), di fronte alle 5 di DC e ai 2 premi di Marvel raccontano una storia diversa, fatta di scelte rincuoranti e usato sicuro – penso a Ed Brubaker, premiato insieme a Sean Phillips per il miglior graphic novel, Pulp, e per il miglior fumetto digitale, Friday, disegnato da Marcos Martin; Matt Fraction, anch’egli doppio vincitore, con Steve Lieber per Superman’s Pal Jimmy Olsen, votata miglior serie limitata e miglior pubblicazione umoristica; o Adrian Tomine, premiato per La solitudine del fumettista errante (miglior design e miglior biografia a fumetti), gradevole ma non certo un’eccellenza all’interno della sua bibliografia.

Anche in termini di immaginario non si è certo spinto per il nuovo, facendo vincere serie di eroi canonici come Vedova Nera (miglior nuova serie) e Superman, personaggio che ha collezionato quattro vittorie (due a testa per Superman’s Pal Jimmy Olsen e Superman Smashes the Klan), dando quindi l’idea che i votanti preferiscano letture che non escono dalla loro zona di confort. In attesa probabilmente di poter ri-premiare Saga quando tornerà a essere pubblicata.

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