Pomezia non è New York. I supereroi secondo Bilotta e Ponchione

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Gli Uomini della Settimana sono uno scalcinato gruppo di eroi guidati da Aquila, un reduce della Seconda guerra mondiale il cui unico punto debole è il colore rosa. Nemici giurati dell’Invisibile – improbabile antagonista di cui non si è mai avuta traccia tangibile – i Nostri eroi finiranno per cadere uno alla volta a partire proprio dal loro leader.

Nel primo volume de Gli Uomini della Settimana di Alessandro Bilotta, Sergio Ponchione e Nicola Righi sono due le grandi costanti: l’arte e la finzione. Tutti i personaggi parlano di arte o si autodefiniscono artisti. Allo stesso tempo assistiamo a un ciclo continuo di eventi, performance e vernissage. Perfino il funerale di Aquila è simile all’opera Death of a collector (2009) del duo scandinavo Elmgreen & Dragset. In secondo luogo non ci vuole poi molto per rendersi conto di come tutti i personaggi mistifichino costantemente la realtà a loro stessi – Alter che si crede una rockstar durante un’ospitata al centro commerciale Nuova Pomezia – e agli altri – il potere da mutaforma di Mimo sono semplici travestimenti.

Come se questo non bastasse i Nostri si muovono in un mondo che pare totalmente finto, tra passaggi segreti da clichè celati dietro librerie e celebrità sintetiche che esistono solo in forma digitale. Il volume stesso si apre con una finzione: un soldato tedesco recita la parte di Hitler, parlando però in italiano mentre i suoi colleghi continuano a esprimersi nell’idioma nativo.

A una prima lettura sono questi i due poli tra cui si muove tutta la narrazione, confermando un binomio – arte & indagine sulla verità – che è da sempre parte integrante dell’evoluzione artistica dell’umanità. Se lo scollamento tra i due è un processo che dura ormai da centinaia di anni – diciamo dall’introduzione della fotografia – dobbiamo invece guardare alla vita di Andy Warhol per ribaltare completamente l’assioma e capire come la finzione stessa sia ormai un’arte.

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L’intera narrazione della vita di Warhol è un continuo manipolare i fatti. Nonostante amasse raccontare di essere autodidatta aveva in realtà frequentato scuole prestigiose, tra cui il Carnegie Institute of Technology, dove gli insegnanti ne avevano riconosciuto fin da subito il talento spronandolo e aiutandolo. Fingeva sulla sua età, attribuiva alcuni dei suoi lavori al suo assistente. Era uno degli epicentri della New York più avanguardista e bohémien, ma ha sempre abitato – senza mai confessarlo a nessuno – nel quartiere borghese dell’Upper East Side. Si circondava di personaggi bizzarri di ogni sorta, ma nel suo privato era piuttosto noioso. Voleva frequentare drogati e travestiti, ma intanto  si comprava enormi tenute negli Hamptons come il classico riccone wasp.

Non solo questo atteggiamento non ha mai intaccato la sua opera, ma anzi ha finito addirittura per rafforzare il suo contributo all’arte rendendolo uno dei personaggi più radicali e trasgressivi del Novecento. Dopotutto nell’epoca della comunicazione per essere artisti bisogna prima di tutto vivere come opere d’arte. Come se dietro la superficie scintillante non ci sia nulla di interessante da raccontare. 

Bilotta, Ponchione e Righi paiono partire da questo presupposto, così glamour ed eversivo se ambientato nella New York di Leo Castelli e dello Studio 54, per medriocrizzarlo in maniera tragicomica ambientandolo in Italia. Gli eroi di queste pagine sono talmente irrisori da non poter neppure ambire neppure al titolo di uomini dell’anno e devono accontentarsi del titolo settimanale. Eppure sono famosi, vengono intervistati perfino in tv. Prima di scoprire che anche lo studio è finto e non esiste nessun programma televisivo davvero interessato a loro.

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L’intero mondo dove si muovono pare basarsi su inezie: si indaga su furti di opere mai esistite, mentre un atto di vandalismo su un pannello pubblicitario è visto come un grave delitto. Il cattivo di turno si vanta di aver fatto perdere 20 minuti al suo acerrimo nemico. Ci si perde continuamente in questioni di lana caprina. Se negli Stati Uniti qualche anno fa si era assistito a una grossa corrente narrativa in cui i supereroi tornavano a essere davvero super – esseri quasi divini, in grado di risolvere in scioltezza questioni su scala globale – su queste pagine la direzione è opposta.

Siamo ai Fantozzi dell’eroismo. Autentici cialtroni in costume. Il pubblico dell’epoca rideva pieno di cattiveria rivedendo nello sfortunato ragioniere qualche collega, mentre nessuno si rendeva conto che il meccanismo poteva funzionare anche in senso contrario. Allo stesso modo gli Uomini della Settimana vivono in un mondo di finzione ben radicato nelle loro teste, dove sono celebrità sfavillanti. Sono sempre gli altri a essere scarsi.

Gli autori costruiscono attorno a questo concetto una narrazione labirintica dove nulla è vero, eppure le conseguenze degli eventi sono reali. Se un fan dell’inesistente Carolina Rotante si butta da un palazzo per incriminare l’odiato Puah! l’asfalto dove va a schiantarsi è assolutamente tangibile. Alla fine del primo volume è ancora presto per capire pienamente dove la serie voglia andare a parare, ma è già chiaro il raffinato lavoro di narrazione portato avanti da Bilotta e Ponchione. Se a un primo sguardo non si è troppo lontani dalla fase revisionista di Grant Morrison – diciamo tra Flex Mentallo e Seaguy – a un’analisi più attenta ci si accorge che il fattore metanarrativo è molto meno preponderante rispetto ai lavori dello sceneggiatore scozzese.

A colpire maggiormente sono le decine di trovate buffe e assurde disseminate tra le pagine, che si tratti di giochi di parole o di soluzioni grafiche. Un scatola di compresse Ales diventa un barattolo di sale, se l’eroina Da Da Da ne inverte l’ordine delle lettere. Puah! ha un costume ricoperto da pois, ma al contempo è ossessionato dall’idea di «demistificare e offendere». Il suo nome non poteva essere più azzeccato.

Oltre alla sceneggiatura anche le tavole sono ricche di dettagli e continui tocchi di cesello, senza perdere mai in chiarezza e ordine. Ponchione e Righi alternano soluzioni prese in prestito al fumetto supereroistico statunitense a omaggi al fumetto popolare italiano – a tratti Max Bunker è richiamato quasi alla lettera – senza rinunciare a soluzioni più grafiche, come la geometria di certi tratteggi o la finta tridimensionalità dei nastri di Da Da Da. Il risultato finale è posato e solido e allontana in maniera definitiva il pericolo di un’eccentricità fine a se stessa.

Gli Uomini della Settimana è un fumetto di supereroi sopra le righe fin dalle sue premesse, colto e raffinato come ci si aspettava dai suoi autori. Nonostante il materiale di partenza derivi chiaramente dalla produzione seriale statunitense, l’insieme risulta profondamente radicato in Italia, senza mai rendere pesante o sforzato questo aspetto.

Il primo volume si chiude con l’inevitabile colpo di scena, facendo intendere che c’è ancora molto da scoprire. Per ora Gli Uomini della Settimana si conferma una lettura stimolante e mai banale, e le aspettative per le prossime uscite sono alte.

Gli uomini della settimana
di Alessandro Bilotta, Sergio Ponchione e Nicola Righi
Panini Comics, giugno 2021
cartonato, 80 pp., colore
14,00 € (acquista online)

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