“La città incantata”, il film che trasformò Miyazaki in un fenomeno globale

la città incantata hayao miyazaki studio ghibli

Il 20 luglio 2001, esattamente vent’anni fa, fu distribuito per la prima volta nei cinema La città incantata di Hayao Miyazaki, il cui titolo originale è Sen to Chihiro no kamikakushi, che significa “La sparizione causata dai kami di Sen e Chihiro”. Ennesimo gioiello dello Studio Ghibli, è forse il titolo più importante nella favola produttiva dello studio di Koganei, non necessariamente il più bello ma sicuramente il più cruciale.

La protagonista della storia è Chihiro, una bambina di dieci anni che sta traslocando con i suoi genitori in un’altra città, abbandonando i luoghi e gli amici che conosce da sempre, arrabbiata e confusa. Poco prima dell’arrivo, però, il padre sbaglia strada e tutti si ritrovano nel bel mezzo di un bosco e di quello che pare un parco divertimenti abbandonato. Vagando per quelle strade scoprono un banchetto delizioso, e i genitori, affamati, cominciano a mangiare per poi trasformarsi in maiali. Chihiro, spaventata, fugge e si ritrova in una piccola città di fantasmi, spiriti, demoni, streghe. Aiutata da Haku, Chihiro decide di fermarsi lì, in attesa di capire come aiutare i suoi genitori e, infine, tornare alla sua vita.

Nella vasta e variegata filmografia di Miyazaki, possiamo contare titoli dall’alto valore tecnico, tematico, visivo e concettuale. Ma La città incantata ha una sua precipua importanza al di là del valore del film. Per capire il perché, bisogna però fare un passo indietro.

Dal flop al successo globale

Il precedente film di Miyazaki, del 1997, era stato Princess Mononoke, un’opera sontuosa, complessa e stratificata che rappresentava la summa delle direttrici artistiche del regista, ma anche un esempio di quanto profonda ed estatica potesse essere l’animazione. 

La lavorazione di Princess Mononoke, però, fu travagliata e portò Miyazaki a un livello di stress così alto da spingerlo a decidere di ritirarsi dalle scene. Si trattava di una decisione sensata: aveva quasi sessant’anni, i ritmi di lavoro – anche a causa del suo maniacale perfezionismo – erano estenuanti, aveva già una carriera alle spalle di prestigio e soprattutto lo Studio Ghibli era in buone mani, quelle di Yoshifumi Kondō, regista di I sospiri del mio cuore e allievo prediletto dello stesso Miyazaki e di Isao Takahata. C’era inoltre il buon Toshio Suzuki, storico produttore del Ghibli, a tenere salda la rotta dello studio di Koganei. Ma poi successero alcune cose.

Nel 1998, Kondō morì per aneurisma cerebrale. Il film successivo a Princess Mononoke, I miei vicini Yamada del collega Isao Takahata, delineò la volontà del suo autore di distaccarsi dall’universo estetico e narrativo ghibliano noto per intraprendere strade più sperimentali e ardite. Gli incassi di I miei vicini Yamada furono terribili, appena 16 milioni di yen (circa 122 mila euro). Per fare un raffronto, Princess Mononoke aveva incassati più di 11 miliardi di yen (circa 86 milioni di euro). Insomma, il futuro dello Studio Ghibli era incerto e scure nuvole si profilavano all’orizzonte.

Miyazaki decise così di tornare a dirigere un film ispirandosi molto liberamente al romanzo fantastico del 1987 Il meraviglioso paese oltre la nebbia (Kiri no mukō no fushigi na machi) di Sachiko Kashiwaba. Nel 2001 uscì La città incantata, l’opera destinata a trasformare lo Studio Ghibli e la figura di Miyazaki in un fenomeno globale.

Gli incassi del film furono stratosferici, superando in Giappone quelli di Titanic. Il film inoltre rimase stabile per anni in cima alle classifiche dei film di maggior successo. Il produttore e regista John Lasseter della Pixar, grande ammiratore di Miyazaki, cominciò a lavorare affinché i titoli dello Studio Ghibli fossero distribuiti negli Stati Uniti tramite Buena Vista, sfruttando proprio il clamoroso successo di La città incantata. Nel 2002 arrivò dalla Germania il primo segnale che questo fenomeno non era limitato alla qualità o agli incassi, quando il film vinse, ex aequo con Bloody Sunday di Paul Greengrass, l’Orso d’oro come miglior film.

Era la prefigurazione a ciò che sarebbe successo nel 2003, quando La città incantata vinse l’Oscar come miglior film animato. Non era mai successo prima che un film animato giapponese vincesse un Oscar. Miyazaki non si presentò a ritirarlo perché, come ebbe modo di dire in seguito, non voleva visitare un paese responsabile dei bombardamenti in Iraq.

Il successo globale, gli immani incassi e la vittoria di premi prestigiosi resero ben presto La città incantata un film traghettatore, perché fecero in modo che l’intero universo ghibliano fosse universalmente riconosciuto per il suo valore e forzarono in maniera sensibile il modo in cui la critica e il pubblico poco avvezzo consideravano gli anime. Grazie a La città incantata abbiamo avuto Il castello errante di Howl, le opere del figlio di Miyazaki e abbiamo persino potuto godere della meravigliosa perfezione di La storia della principessa splendente. Gli effetti di La città incantata resero possibile uno spettro di possibilità che prima erano incerte, ma soprattutto trasformarono lo Studio Ghibli in un’icona. Oggi, chi non è vicino all’animazione giapponese, conosce comunque le opere di Miyazaki.

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La maestosità de La città incantata

Ma è davvero così bello, La città incantata? Sì, lo è. Racchiude in sé decenni di lavori, di cure maniacali, di suggestioni, di atmosfere, di sostrati concettuali, trasformando il tutto in una storia che è intimamente giapponese ma che è anche parecchio esposta all’Occidente, con i suoi riferimenti a William Shakespeare (Romeo e Giulietta ma anche La tempesta), a Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie) e a L. Frank Baum (Il mago di Oz).

È la storia di una crescita, la stessa che compiamo tutti noi. Una traslitterazione di questo passaggio, una maturazione raccontata con gli strumenti della metafora e della fantasia. Il passaggio all’età adulta, in La città incantata, prende corpo per mezzo del gesto dell’attraversare confini, siano essi porte o spazi. E se quell’esplosione di colori, immaginazioni, quell’ibridazione di mondi spirituali che occupa la prima parte del film non fosse sufficiente, ecco che Miyazaki recupera quel senso poetico e nostalgico che aveva contraddistinto un altro capolavoro, Il mio vicino Totoro, quando Chihiro/Sen prende il treno e il paesaggio si fa malinconico, dolce, infinito.

E non c’è crescita senza dolore: la maturazione di Chihiro passa anche e soprattutto attraverso l’addio alla sua sfera infantile, quella in cui tutto è possibile, in cui il fanciullo di pascoliniana memoria è ben vivo, in cui il futuro non è utopia ma qualcosa che la giovane protagonista del film può afferrare con tutta se stessa, con le mani e con il cuore.

Non è un caso che il film si concluda con quello sguardo, rivolto a ciò che sta dietro, a ciò che si è appena superato, ed è uno sguardo colmo di nostalgia. È in quello sguardo che si cela la maestosità di un’opera come La città incantata e più in generale di un regista come Hayao Miyazaki.

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