“Pulp”, il western secondo Ed Brubaker e Sean Phillips

pulp brubaker

Max Winters è uno scrittore western in pieno declino. La New York degli anni Trenta dove vive e lavora è una città in piena trasformazione, così come tutto il resto del mondo, e ormai le nuove generazioni sono pronte a prendersi i loro spazi. Eppure la sua vita non è sempre stata così grigia e remissiva. Un tempo non era troppo diverso dai personaggi che popolano i suoi racconti, pieni di azione e avventura. Che sia ora di tornare sui propri passi?

Dopo due uscite sentite e personali come I miei eroi sono sempre stati tossici e Un brutto weekend, Ed Brubaker e Sean Phillips decidono di fare un passo indietro fino ai primi numeri di Criminal. Non si tratta di una regressione ma della precisa volontà, dopo essersi presi del tempo per parlare di loro stessi, di consegnare ai lettori un fumetto che è puro distillato di grande racconto di genere statunitense. Scritto e disegnato senza sensi di inferiorità o pretese di elevazione a qualcosa di alto. 

Pulp chiarisce le bellicose intenzioni dei due autori già dal titolo, che la sceneggiatura interpreta alla perfezione senza mai scadere nel banale. Il pulp di queste pagine è infatti quello pieno di duri e pessimi soggetti dei giornaletti da quattro soldi degli anni Cinquanta, non quello delle sanguinolente commedie nere della seconda metà degli anni Novanta nate sulla scia di Quentin Tarantino. Non c’è traccia di ironia o castelli di omaggi, solo amore per le grandi narrazioni popolari.

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Con un gioco di scrittura da scafato sceneggiatore quale è, Brubaker inserisce il western – quello vero, fatto di pistole a tamburo, cow-boy e distese di polvere – in un contesto urbano e temporalmente spostato in avanti di almeno 50 anni. A questo incrocio già peculiare riesce ad aggiungere una serie di ingredienti sempre più tosti, dalla caccia ai Nazi fino al tema dei vecchiacci che ancora una volta si ritrovano a fare quello che è più giusto. A qualsiasi costo. 

Pulp è una storia che poteva essere scritta solo da un americano. C’è un enorme senso di moralità e di dovere, e la redenzione è a portata di tutti, basta sacrificare tutto. Se non fosse per il sottile senso dell’umorismo che attraversa tutte queste pagine, anche quelle più drammatiche, parrebbe di essere davanti a un film mancato di Sam Peckimpah.

La lunga ombra di Elmore Leonard si stende su tutta la trama, e quello che ne risulta è un racconto entusiasmante e sanguigno, che difficilmente lascerà qualcuno insoddisfatto. Dentro c’è tutto lo spazio necessario a costruire una grande mitologia, come ogni western che si rispetti, resa ancora più ampia da costanti salti avanti e indietro nel tempo. Il protagonista riesce contemporaneamente a trasmettere la fragilità di chi ormai non ha più grandi possibilità di riprendere in mano la propria vita e la durezza di chi è cresciuto in ambienti non proprio concilianti.     

Come di consueto Phillips – sia Sean che suo figlio Jacob, colorista della storia – interpretano la sceneggiatura di Brubaker in modo perfetto. Il tema del rosso come colore ricorrente è gestito con estrema eleganza, e non c’è spazio per scimmiottamenti fuori tempo massimo di Sin City su queste pagine, mentre soluzioni più rarefatte si alternano a passaggi che sono autentico fomento.

L’uso del colore è ormai uno degli strumenti narrativi più potenti e solidi delle produzioni dei tre autori, pur rimanendo in binari già ampiamente noti – il consueto cambio di palette a ogni piano temporale – ma con la classe di chi certe cose le maneggia da tempo.

Rispetto alle ultime uscite di Criminal c’è forse meno ricercatezza, ma è proprio il tipo di racconto a richiedere un approccio più muscoloso e diretto. Così ecco il sangue scorrere a fiumi, mentre i lineamenti del protagonista sembrano scolpiti nella pietra. Abbiamo un gran numero di revolver sfoderati come se ci si trovasse in un saloon da film western, ma a fare da palcoscenico agli eventi abbiamo una New York che pare una versione anni Trenta di quella di Taxi Driver

Quello con il cult cinematografico degli anni Settanta non è un accostamento troppo peregrino. Come nel capolavoro di martin Scorsese la prospettiva di chi racconta è quella di un’umanità in declino. Reduci da anni durissimi che si vedono evaporare davanti agli occhi tutte la speranze in un domani migliore a favore di una generazione di giovani cresciuti in un ambiente ben diverso dal loro. Naturale che il loro punto di vista sul mondo non sia esattamente tutto lustrini e pailettes.

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Eppure nel mondo di Pulp un uomo deve comunque fare quello che deve fare, anche smettere gli abiti da rapinatore alla canna del gas per passare a quelli di spietato castigatore di Nazisti, non importa quanto il destino gli remi contro.

Pulp è una prova di muscoli notevole, oltre che la dimostrazione tangibile di come il gruppo di autori dietro a queste pagine – impossibile non citare ancora una volta l’importanza dei colori di Jacob Phillips – non abbia la minima intenzione di mettere il pilota automatico per campare di rendita. Dopo anni di crime e noir potrebbero benissimo dare ai lettori un surrogato di quanto fatto fino a oggi e invece preferiscono continuare a cambiare le carte in tavola.

La loro produzione pareva essersi fatta più intima e dolorosa, e invece ecco arrivare in libreria uno dei loro lavori più tosti ed espliciti. Se da un parte si rifletteva sulla vita e sul corso degli eventi che la compongono, su queste pagine si torna a parlare di sparatorie, scazzottate, uomini duri come l’acciaio e giustizialismo spicciolo. Difficile trovare da lamentarsi.

Pulp
di Ed Brubaker, Sean Phillips
Panini Comics, giugno 2021
cartonato, 72 pp., colore
13,00 € (acquista online)

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