La storia della serie tv di Lucky Luke con Terence Hill

Alla fine degli anni Ottanta, Terence Hill – l’attore protagonista di molti western, spesso in coppia con Bud Spencer, in seguito volto della serie Rai Don Matteo – girò e interpretò una serie tv ispirata al fumetto Lucky Luke, creato da Morris nel 1946 e a cui contribuì in un secondo momento lo sceneggiatore René Goscinny. La serie andò in onda su Canale 5 nel 1992, preceduta dal lancio della puntata pilota, che uscì come film autoconclusivo nelle sale europee e americane nell’estate del 1991.

«Una mia amica – che conobbi perché andavo a lezione di latino da sua zia – ebbe questa idea: fare un adattamento in live action di Lucky Luke» racconta a Fumettologica Terence Hill, al secolo Mario Girotti (come voleva la consuetudine cinematografica di assumere dei nomi d’arte americani in quanto più adatti per i film western). L’attore si convinse dopo un servizio fotografico a Parigi: «Non riuscivo ad assumere le posizione giusta per il cowboy quando un giornalista mi diede da guardare una striscia di Lucky Luke chiedendomi di imitarlo. Cominciai a pensare di potermi un giorno identificare con lui» disse in un’intervista a La Stampa.

«Tutti quanti mi scoraggiavano perché Morris e la vedova di Goscinny non avevano concesso i diritti a nessuno. Siccome l’idea e i fumetti mi piacevano molto andai a parlare con loro. Avevano paura che qualcuno tradisse lo spirito del fumetto ma adoravano Lo chiamavano Trinità, perché era un film pulito e per tutti, e mi affidarono il personaggio.»

«L’importante – mi dissero cedendomene i diritti – è di non cercare a tutti i costi di imitare per filo e per segno la carta stampata. E infatti il mio Luke è un incrocio tra me, tutti i miei personaggi passati e l’eroe del fumetto.»

La lavorazione

Hill si trasferì con la moglie Lori e l’autore televisivo Carl Sautter (Beverly Hills 90210, Moonlighting) a Los Angeles e, per sei mesi, i due lavorarono insieme alla sceneggiatura del pilota e alla struttura complessiva, cercando gli episodi da adattare. Con un budget di 25 miliardi di lire, speso soprattutto per la ricostruzione nel Nuovo Messico di Daisy Town, il paese di cui Lucky Luke è sceriffo, Hill diresse il pilota tra Nuovo Messico, Colorado e Arizona.

La parte più difficile della lavorazione fu girare con gli animali. Nella serie compare infatti un puma, che «veniva dal Colorado e non era addomesticato» scrive Hill sul proprio sito ufficiale. «Grossi pezzi di carne erano stati piazzati intorno a me. Mi dissero di stare molto calmo e di far finta di dormire, in modo che l’animale non mi attaccasse. Alla fine, il puma attaccò la macchina da presa, poi corse via verso il saloon!»

Come in ogni western che si rispetti, c’erano poi i cavalli, in primis il destriero parlante di Lucky Luke, Jolly Jumper – doppiato in originale dal cantante Roger Miller, che interpretò anche la sigla del film Lucky Luke Rides Again. «Fui molto orgoglioso di come abbiamo girato le scene con Jolly Jumper» racconta Hill a Fumettologica. «In America stranamente non hanno i cavalli andalusi e quindi facemmo venire un cavallaro famoso che faceva spettacoli. Portò quattro cavalli bianchi tutti uguali, che poi dovettero andare in quarantena, ognuno con un compito diverso: uno sapeva sedersi, uno correva velocissimo.»

Un western dorato

Quello di Hill era un film (e una serie) che si prendeva grandi libertà ma soprattutto che cercava una sobrietà visiva inedita per il periodo, in cui imperversavano blockbuster iper-fumettistici come Batman e Dick Tracy. Quest’ultimo film in particolare aveva preso l’estetica del fumetto e l’aveva fatta diventare la cifra stilistica di tutto il film, dai costumi al trucco, passando per la fotografia e la recitazione. Più di tanti altri film, e per una precisa visione artistica, Dick Tracy è un fumetto in movimento.

Lucky Luke invece, per una altrettanto legittima scelta creativa, rifiutò l’estetica del fumetto (il cappello era più piccolo, il gilet sostituito dallo spolverino bianco e dalla bocca di Luke non pendeva più la sigaretta) preferendo mettere in scena un western dorato: dorati sono i capelli del protagonista, dorato il deserto, i costumi e le scenografie. Nella storia del pistolero costretto a fronteggiare i fratelli Dalton, che cercano di persuadere i nativi a rompere la pace con la popolazione di Daisy Town, l’atmosfera è lieve e mai calcata, in quella che Oreste del Buono sulla Stampa definì una «satira garbata del genere western, non tanto tesa a smontarlo, quanto, anzi, a suggerirne un ulteriore culto».

«In Francia e Germania il film ebbe un grande successo» commenta Hill. «In Francia organizzarono una proiezione dedicata ai bambini a cui presenziò il Presidente della Repubblica e io arrivai a cavallo dentro il cinema. Fu un’epoca irripetibile. Oggi per un’ora di serie ti danno dai 6 agli 8 giorni ma con un western è difficile stare nei tempi. All’epoca avevamo 18 giorni per fare un’ora. Adesso è un scandalo chiedere così tanto tempo! E ci sembrarono pure pochi, all’epoca. Quando giravamo i film con Bud Spencer ci impiegavamo anche 4 mesi.»

Quando fu trasmesso in televisione in Italia, Lucky Luke registrò buoni ascolti: la prima puntata totalizzò 6.800.000 spettatori, contro il film di Rai 1, Newman – Robot di famiglia, che ne fece meno della metà. Al cinema, il personaggio dei fumetti sarebbe tornato sotto forma di cartone animato e per altri due film dal vivo: Les Dalton (2004), inedito in Italia, e Lucky Luke (2009) con protagonista Jean Dujardin, da noi trasmesso direttamente su Rai 2 nel 2011.

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