“Uomini e Topi”, lo straordinario puzzle visivo di Rebecca Dautremer

uomini topi dautremer

Uscito in Italia un po’ sotto silenzio – forse causa pandemia – per Bompiani nell’autunno scorso, questa versione illustrata realizzata da Rebecca Dautremer di Uomini e topi, celebre romanzo breve di John Steinbeck, merita invece di essere considerato un evento importante nell’editoria illustrata contemporanea. 

Ciò che il lettore si troverà tra le mani è un tomo che, dalle dense 100 pagine scritte dal narratore statunitense, passa alle ben 480 pagine, completamente e variamente illustrate. In una logica simbiotica, il volume ospita il testo tradotto (magistralmente) da Michele Mari, che non fa rimpiangere il primo traduttore italiano Cesare Pavese, e tutta l’arte eclettica e la tecnica caparbiamente tradizionale di Rebecca Dautremer, una delle firme più importanti e influenti dell’Illustrazione internazionale.

Dautremer offre qui un vero e proprio tour de force tecnico, ai limiti del maniacale. Ci sono le soluzioni pittoriche realizzate con matite, pennino, moltitudini di pennelli dalla punta finissima. E poi ci sono collage e gouache dai colori profondi, caldi ma delicati su supporti cartacei in carta acquerellabile a grana grossa, spesso “trattati” e “strappati”.

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L’autrice francese è nota per il suo inconfondibile e personalissimo stile, sempre sul limite del grottesco senza mai cedergli completamente, e fondato su un segno esile, morbido e sognante, sempre in equilibrio instabile tra realismo onirico e surrealismo pop. Negli anni ha prodotto una nutrita schiera di estimatori ma anche di pallidi epigoni, e sembra oggi aver trovato una nuova maturità, dopo anni di ricerca dedicata prevalentemente ai temi del fantastico e alla letteratura per l’infanzia, cui ha portato impulsi nuovi, pur debitrice della grande lezione di Lisbeth Zwerger, grazie alla collaborazione con Éditions Tishina. 

Nasce proprio dal lavoro per questa piccola casa editrice parigina il nuovo percorso di Dautremer, letterario e lontano dal fiabesco, iniziato con la sua interpretazione di Seta di Alessandro Baricco e proseguito con questo, ben più complesso e realistico, Uomini e topi

L’eclettismo della Dautremer già si era espresso in ambito teatrale, pubblicitario e nel cinema d’animazione, di cui troviamo tracce in queste due opere letterarie rilette e rivisitate graficamente. Ma il lavoro dell’artista sul testo “liquido” e fragile di Baricco, che ne dichiarava il merito di essere stata in grado di “mettere in scena la scrittura” e di essere a volte riuscita a raccontare meglio di lui alcuni passaggi del libro, non era stato altro che un’applicazione tutto sommato classica della sua arte, arricchita da qualche incursione nell’illustrazione erotica, nel grafismo surreale inglese alla Ronald Searle o Quentin Blake, e nel collage neodadaista delle animazioni di Terry Gilliam per i Monty Python. 

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Con il testo di Steinbeck, invece, ci troviamo di fronte a tutt’altro progetto grafico-letterario. Se le sperimentazioni di Dautremer in Seta apparivano tutto sommato estemporanee, in Uomini e Topi si riconoscono un più deciso design complessivo e un perfetto mix di linguaggi che opera non solo come mise en scène ma rasenta, nell’eccezione più ampia possibile, la mise en abyme. Un approccio inedito tra linguaggi diversi ma complementari e con-fusibili, che crea una straordinaria e magnetica ridondanza semantica ampliando l’effetto dei diversi stati emozionali che percorrono il testo. 

Basterebbe questo per parlare di capolavoro, senza paura dell’abuso. E ciò a causa non solo della qualità altissima in tutta la mole incredibile di disegni prodotti, a colori e in bianco e nero, ma anche del dispiegamento dell’illustrazione praticamente in tutte le sue forme e i suoi stili. Si passa dalla varia gamma del realismo e dell’espressionismo “temperato” sino al surreale – in cui non è esente l’influenza di Lorenzo Mattotti – e al fiabesco; dalle illustrazioni in sequenza con dialoghi e senza dialoghi che richiamano l’idea di storyboard, al fumetto delle origini e al cinema d’animazione, che si presentano anche nella modalità di linguaggio e di citazione visiva; fino all’illustrazione naturalistica, al divertissement caricaturale dell’arte commerciale stile anni Trenta. 

A tutto ciò si aggiunge peraltro un’eco dell’eterogeneo movimento di fine anni Novanta noto come New Pop, primitivamente libero, contaminato dall’arte contemporanea e a sua volta contaminante, tra moda e underground. Il tutto costruito intorno a grandi ricorrenti illustrazioni, a piena pagina o a doppia pagina, sia di classica atmosfera generale sia emotivamente evocative del testo, tra finito e non finito, con sovrapposizioni di segni e significati multipli e conviventi e spesso contenenti azioni e dinamiche narrative “interne”. 

Un vero puzzle visivo, insomma. Una cornucopia di bellissime immagini, sempre eterogenee ma tutte essenziali al progetto, e dove ogni soluzione grafico-narrativa fa parte di un “disegno” complessivo sempre saldamente nelle mani del suo autore, gettatasi anima e corpo nella cultura visuale dell’America rurale del periodo della Grande Depressione seguita alla crisi del ’29. Dalle fotografie di Dorothea Lange ai quadri di Grant Wood sino alle illustrazioni di copertina del New Yorker di artisti come William Cotton, Constantin Alajàlov e soprattutto della designer e illustratrice troppo poco celebrata come Ilonka Karasz. 

Questa ibridazione intesa come progettualità si presenta come un’opera senz’altro unica nel panorama editoriale internazionale, portando oltre il lavoro di autori che hanno sperimentato la contaminazione di linguaggi visivi e narrativi come Brian Selznick (La straordinaria invenzione di Hugo Cabret), Peter Kuper (Diario di New York) e Dave McKean (Il selvaggio). Certo una parte importante va data anche al testo di Steinbeck che altro non è che, come succede spesso, il motore ma anche il precipitato della poetica realista letteraria americana  degli anni Trenta, sentita e interpretata da autori ispirati dal caposcuola Sherwood Anderson come William Faulkner, Erskine Caldwell, John dos Passos, Ernest Hemingway e, seppur ingiustamente relegato nel calderone del noir, James M. Cain. 

Ed è proprio da questo genere – Il postino suona sempre due volte di Cain è di due anni precedente al racconto di Steinbeck – che si ripropone attualizzata la figura mitica e sempre attuale della donna fatale e mortalmente pericolosa, che porta il caos pandoriano prodromo della tragedia. Figura che fa il paio con l’uomo-bambino. Gigante disturbato mentalmente, che non può controllare la sua forza ma essenzialmente incapace di far del male, anch’esso divenuto un modello per molte narrazioni come ad esempio nel fumetto Big Man di David Mazzuchelli o il personaggio di John Coffrey ne Il miglio verde di Stephen King. 

Il racconto di Steinbeck porta a galla non solo questa tematica, ma anche altri topoi: quello dell’amicizia che rasenta la paternità tra uomini disperati, il rapporto tra lavoratori girovaghi e le figure padronali e stabilizzate, il razzismo nei confronti del diverso e del perdente su cui  sfogare con violenza un rabbioso machismo nella continua ricerca del ritualizzante “capro espiatorio”. 

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Su tutte svetta nella temperie della Grande Depressione il ricorrente motivo, ricco di patetismo, della “Grande Illusione”, costruita dalla speranza, comune a tutti i “deboli”, di un futuro migliore, inteso nel senso della possibilità di godere appieno di ciò che è la libertà dell’autosufficienza. Speranza vana, sempre frustrata e sistematicamente contrastata, di una possibile vita non legata alla catena morale e materiale dello sfruttamento, della precarietà e della povertà. 

Un “sogno americano” ridotto ai minimi termini ma pieno di pathos che Rebecca Dautremer riesce ad evocare con una scelta di stile assolutamente naif, ma estremamente efficace e suggestiva, del sogno ad occhi aperti senza cedere all’interpretazione più ovvia e scontata. Come del resto ha fatto per tutte le quattrocentottanta pagine del libro, passando dai temi pastorali al realismo fino al senso del tragico. 

In conclusione ci siamo trovati di fronte ad una stupefacente rilettura di un capolavoro che è diventata, ipso facto, essa stessa un capolavoro nella proposizione di un nuovo, nell’ambito dell’ ibrido, modello di narrazione.

Uomini e topi
John Steinbeck, Rebecca Dautremer
traduzione di Michele Mari
Bompiani, ottobre 2020
cartonato, 480 pp., colore
40,00 € (acquista online)

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