Intervista a Enzo Facciolo, che diede gli occhi a Diabolik

di Antonio Marangi e Marco De Rosa*

Ci sono tanti modi di essere un “classico”. Se un personaggio dei fumetti resiste in edicola per oltre mezzo secolo, sempre fedele a sé stesso e al proprio stile, attraversando con immutato successo i rivolgimenti del costume e i sussulti delle mode, merita senz’altro di essere iscritto nel novero dei grandi classici della Nona Arte. E se il personaggio in questione è un classico, allora a suo modo lo è anche l’artista che più di ogni altro l’ha caratterizzato graficamente, conferendogli l’aspetto con il quale tutti noi abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarlo.

Diabolik, il Re del Terrore creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, debutta nell’ormai lontano 1962, ma la sua estetica viene definitivamente codificata solo a partire dal numero 10 del 1963, L’impiccato, grazie alla matita di Enzo Facciolo.

È a lui, per esempio, che dobbiamo gli inconfondibili occhiacci gelidi. O il cappuccio, che nei primi albi non era diverso da un semplice passamontagna con tanto di pieghe nel tessuto, e che proprio il disegnatore milanese trasforma in una maschera tanto aderente da sembrare dipinta sul volto.

«Una sera, a cena, le sorelle Giussani mi spiegarono che secondo loro Diabolik doveva somigliare all’attore Robert Taylor, di cui tutte e due erano un po’ innamorate… Mi diedero quindi un sacco di foto di Taylor e io sono partito da quelle: ho esagerato un po’ gli occhi, e anche la stempiatura, così da dargli un aspetto più mefistofelico. Ho lavorato anche sul fisico, rendendolo più asciutto e slanciato: io apprezzo gli atleti, non i culturisti!»

Inizia così la nostra intervista di qualche anno fa a Enzo Facciolo, scomparso il 13 agosto scorso. L’autore, classe 1931, ha continuato a disegnare a pieno regime fino all’ultimo. Il numero più recente da lui disegnato è stato l’893 (Anno LX n. 7, nella tipica numerazione di Diabolik) intitolato Truffa dopo truffa, pubblicato a luglio 2021.

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Enzo Facciolo insieme agli autori dell’intervista

Partiamo dall’inizio: com’è avvenuto il suo approccio con il mondo del fumetto e, in particolare, con Diabolik?

Si tratta di una storia lunga e anche abbastanza rocambolesca. Io già disegnavo, ma mi occupavo soprattutto di pubblicità e di cartoni animati. Un giorno, era il 1962, venne a trovarmi un amico: aveva conosciuto a una seduta spiritica (già, proprio così!) l’editore di Fenarete, una rivista che esiste ancora oggi, il quale aveva deciso, proprio in seguito a quell’incontro con una medium, di buttarsi nel mondo dei fumetti. Così lo incontrai e decisi di provare anch’io a lavorare in questo campo, per me allora sconosciuto.

Per lui realizzai un western, Clint Due Colpi, un umoristico, La vacca Gelsomina, un altro titolo di fantascienza e uno di spionaggio, ispirato ad Agente Segreto X-9. L’editore pubblicò subito il primo, poi scomparve misteriosamente e gli altri non videro mai l’edicola.

In seguito conobbi un giornalista, che per inciso era fratello delle celebri sorelle Nava, soubrettes molto in voga all’epoca, che si rivolse ad Angela e Luciana Giussani per proporsi come scrittore. Lo accompagnai e così ebbi modo di scoprire che loro, in realtà, stavano cercando un disegnatore. Appena avanzai la mia candidatura mi parlarono subito di Diabolik, che allora era appena nato.
Ricordo che, una volta tornato a casa, dissi a mia moglie che un personaggio del genere non poteva durare, che era troppo diverso dall’Uomo Mascherato o dall’Asso di Picche… Beh, più di cinquant’anni dopo sono ancora qui a disegnarlo!

Un ricordo delle sorelle Giussani?

Due persone fantastiche, molto moderne, assolutamente notevoli! Che altro potrei dire?

Per esempio, come si dividevano i ruoli? Se ne parla sempre come fossero state una persona sola!

A parte il fatto che una era più anziana e l’altra più giovane, lavoravano insieme su tutto. Ciascuna con la sua macchina da scrivere e perennemente avvolta in una nuvola di fumo, visto che entrambe fumavano tantissimo!

sorelle giussani diabolik

Com’era, all’epoca, lavorare su Diabolik?

Si tenevano ritmi davvero tremendi. Non avevamo “scorte”, quindi si lavorava mese per mese sulle nuove storie. Finché a un certo punto, nel 1969, non ce la feci più, lasciai Diabolik e tornai al mio lavoro in pubblicità. Insieme a un socio aprii anche un’agenzia, che mi diede delle belle soddisfazioni. Ma tornai di nuovo sui miei passi quando sul lavoro arrivarono i computer, con cui proprio non mi trovavo a mio agio. E fu ancora Diabolik…

E com’è, invece, lavorare oggi con Mario Gomboli e l’attuale team di Astorina?

Sono stati tutti molto bravi a inserirsi nel solco della tradizione, mantenendo invariato lo stile del personaggio. Gomboli, poi, è lì da quando era uno studente e ha seguito Diabolik in tutta la sua storia editoriale. Dimostrando davvero grandi capacità.

Tra le difficoltà di disegnare un personaggio come Diabolik, c’è che spesso è molto statico nelle inquadrature…

È vero! E a volte, proprio su questo, mi sono trovato a discutere con gli sceneggiatori: c’è stata una storia, Ricordo del passato, dove Diabolik per 20 pagine parlava a un video! In casi simili io posso variare l’inquadratura: sinistra, destra, controcampo, esterno… ma a un certo punto le soluzioni finiscono, è inevitabile.

E per quanto riguarda invece i trucchi “tecnologici” e le architetture?

Una volta, la storia prevedeva che la Jaguar di Diabolik si trasformasse in un’edicola! Allora chiesi allo sceneggiatore di farmi almeno uno schizzo, perché proprio non sapevo come cavarmela.
Sulle architetture, invece, mi documento molto. Non so come facciano gli altri disegnatori, ma io ho un mio archivio pieno di riviste di architettura, e inoltre faccio molte foto: quando vedo una casa che mi piace, la fotografo da tutti i lati e appena ne ho l’occasione la trasformo in un rifugio di Diabolik. E più o meno la stessa cosa faccio con i personaggi che compaiono nelle diverse storie, per i quali traggo ispirazione da amici e conoscenti.

Come si trova a lavorare con altri disegnatori? E che cosa pensa delle altre matite “diabolike”?

Ho provato a fare solo le matite e a delegare le chine, ma il risultato è stato un disastro: capitava che mi cambiassero i disegni, che togliessero alcuni particolari, a volte non li riconoscevo neanche più. Così ho provato il contrario, delegare le matite e poi inchiostrarle io, ma alla fine mi costava più fatica. Finché ho cominciato a lavorare con Glauco Coretti, già mio collega alla Pagot quando facevo cartoni animati, e con lui mi sono trovato molto bene.

Poi è arrivato Sergio Zaniboni. Quando vidi le sue prime tavole, esclamai: finalmente! Lui è davvero un signor disegnatore, non solo su Diabolik. Per esempio, secondo me il Tex di Zaniboni è il più bello di sempre (si tratta di Piombo rovente, il quarto “Texone“, uscito nel 1991 e ristampato nel 2006, testi di Claudio Nizzi, Ndr).

La storia preferita tra le tante che ha disegnato?

Quella del numero 800, Ottocento lacrime di ghiaccio, mi era piaciuta molto. Ce ne sono anche altre, ma nessuna mi è rimasta dentro in modo particolare. Però di solito quando mi rivolgono questa domanda rispondo: la prossima. E non è un modo di dire: la storia che preferisco è sempre quella che devo ancora disegnare e che deve ancora uscire.

enzo facciolo diabolik 800

In totale, quanti numeri di Diabolik ha firmato?

Difficile dirlo. C’è stato un anno in cui li ho fatti tutti io, un vero record! Ma c’è da dire che mi sono portato Diabolik anche in viaggio di nozze…

Quanto impiega a realizzare una storia?

Adesso che posso lavorare con più calma e che… è passato qualche giovedì, ci impiego circa un mese, un mese e mezzo.

È velocissimo!

Sì, ma bisogna dire che io lavoro molto. Certo non come all’inizio, quando mi capitava di passare anche 15 ore al giorno al tavolo da disegno… Mi avevano perfino dato un locale in redazione: a volte passavo di lì, ritiravo la sceneggiatura e mi mettevo subito al lavoro. Di tanto in tanto mi alzavo e andavo nella stanza a fianco per mostrare quello che stavo facendo e chiarire qualche dubbio.
Spesso però lavoravo a casa, e in quei casi proprio perdevo la cognizione del tempo: ricordo che una notte, erano ormai le 3 passate, alzai gli occhi e vidi mia moglie seduta per terra, che mi guardava disegnare…

*Questo articolo è originariamente apparso sulla rivista Sbam! Comics 31 del gennaio/febbraio 2017, leggibile online qui.

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