La fine di Evangelion, confusa e felice

evangelion 3.0+1.0 thrice upon a time

Dopo 9 anni da Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, dopo 14 anni da quando iniziò con Evangelion 1.0 You Are (Not) Alone e ben 26 anni da quando fu trasmessa, per la prima volta, la serie televisiva Neon Genesis Evangelion, con Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time – diretto da Hideaki Anno con Kazuya Tsurumaki e Katsuichi Nakayama – si è concluso uno dei titoli più importanti e cruciali della storia recente dell’animazione giapponese e non.

Il film inizia là dove si era concluso il terzo capitolo, con Shinji, Rei e Asuka che vagano per la periferia di Neo Tokyo-3 fino a incontrare i vecchi amici Kensuke Aida e Toji Suzuhara, ormai adulti che vivono in un villaggio in cui è stata ricostruita una forma primordiale di comunità. Nel frattempo, Ritsuko tenta di fermare i piani di Gendo Ikari e, soprattutto, il verificarsi del Fourth Impact, che equivarrebbe alla fine dell’umanità per come la conosciamo.

Ormai è evidente che Evangelion non può essere considerato solo un prodotto audiovisivo. Ha una sua importanza al di là del suo essere Evangelion, importanza che ha impattato le dinamiche e le modalità di fare e intendere l’animazione seriale, generando con i ventisei episodi di metà anni Novanta ciò che viene solitamente definita “Nuova Animazione Seriale”, una parentesi in cui gli anime televisivi hanno attraversato un grande cambiamento in termini di grammatica narrativa e di messa in scena.

Dalla serie a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time

Tutto ebbe inizio nel 1995 con la serie televisiva, con cui Anno volle raccontare, per mezzo dell’allegoria fantascientifica e apocalittica, la condizione di solitudine di molti giapponesi (lui per primo), persone che, nelle situazioni più estreme, diventano “hikikomori”, fuggendo volontariamente dalla vita sociale. La serie ebbe un finale inusuale, sperimentale, introspettivo che deluse buona parte dei fan. 

Da questa delusione, Anno decise di realizzare il film The End of Evangelion, che raccontava che cosa fosse davvero successo ai personaggi e alla storia raccontata nella serie. In pratica, il finale della serie ci mostra che cosa avviene dentro la testa del protagonista, Shinji, The End of Evangelion che cosa accade fuori. 

Quel film, però, fu percepito dalla grande maggioranza degli spettatori come eccessivamente pessimista, così Anno riprese in mano la creatura che lo aveva reso così famoso per destrutturarla, ripensarla, dargli nuove chiavi di interpretazione. Per farlo, annunciò una tetralogia, Rebuild of Evangelion: quattro film con cui (ri)raccontare la saga di Evangelion. E se il primo capitolo – Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone – era il rifacimento della prima parte della serie con una cura e un’attenzione tecnica ancora maggiore, già dal secondo, Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance, la saga prese un’altra direzione.

Il terzo capitolo invece fu, di fatto, una sorta di momento di transizione che preparò il terreno per l’ultimo film. Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Timedisponibile su Amazon Prime Video – è infine un’opera complessa, iperstratificata, sorprendente, magnificente, caotica e imperfetta. Due ore e mezza in cui Hideaki Anno mette in chiaro le sue intenzioni: sottolineare una frattura con il passato, un cambio netto, innanzitutto esistenziale. 

C’è chi sostiene che mettere a confronto la tetralogia cinematografica con la serie televisiva sia sbagliato e fuorviante. Questo può forse valere per l’analisi del film in sé, ma non per il significato che esso rappresenta e per la cosmogonia Evangelion. Per provare a comprendere la complessità di questo film è necessario collocarlo all’interno di un universo più vasto, una dimensione mentale ed esistenziale che appartiene unicamente al suo creatore. È necessario quindi avere in mente ciò che Evangelion, da questa prospettiva, è stato in questi 26 anni.

L’opera come catarsi

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è un film confuso, caotico, ricco di buchi narrativi. Da questo punto di vista è un’opera incompiuta, monca, che corre troppo, che straborda volontariamente. Ci sono salti narrativi che danno per scontato molto e personaggi creati appositamente per la saga cinematografica (Mari) che non hanno il giusto approfondimento né la corretta collocazione all’interno dell’economia narrativa.

Il film vive di dicotomia: da una parte un accumulo di strati significanti, di rimandi a religioni, filosofie, miti; dall’altra inutili spiegoni lasciati ai personaggi che, con la chiara intenzione di mettere a conoscenza lo spettatore, raccontano ciò che è successo o sta per succedere. Ma è chiaro che ormai, ad Anno, non interessi più il giudizio dello spettatore. È qui che si cela il vero significato di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.

L’uomo dietro opere come Evangelion, Nadia – Il segreto della pietra azzurra, Punta al top! Gunbuster o, più recentemente, Shin Godzilla ha vissuto la vita come un giro sulle montagne russe. Dall’entusiasmo creativo alla depressione più buia. A spingerlo nell’atto creativo erano le sue ossessioni da otaku, l’amore per la cultura anime e manga. Un uomo fragile, che si è scontrato spesso con i suoi propri fan, tanto da metterli in primo piano in The End of Evangelion, proprio mentre guardano la prima parte di quel film.

Ma l’incontro di Anno con la sua attuale moglie, Moyoco Anno, ha cambiato l’uomo e gli ha donato un’inaspettata felicità, un equilibrio insperato, una fiducia in se stesso e nel futuro. Anno, oggi, è un uomo felice, che crea per l’amore di creare, che si sente amato e protetto, nonostante o addirittura proprio per le sue imperfezioni, le sue ossessioni nerd. Ne è una prova Insufficient Direction, il fumetto di sua moglie che racconta proprio la relazione fra i due, in un processo di maturazione lento, graduale ma evidente.

Alla luce di ciò, Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è una dichiarazione cristallina di raggiunta felicità. In passato, l’alter ego di Anno era Shinji Ikari, con i suoi tentennamenti, la sua chiusura, le sue insicurezze, la sua sfiducia nel mondo e nelle relazioni umane. In questo nuovo film Anno si sdoppia. È sia Shinji che Gendo, personaggio che, nel finale, assume una profondità e una sensibilità psicologica inaspettate. I dubbi ci sono sempre e sempre ci saranno. Questo è normale, equivale a essere vivi e pensanti. 

evangelion 3.0+1.0 thrice upon a time

Ma è l’approccio esistenziale a essere mutato, ed Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time ci racconta proprio di questo mutamento: è un modo di urlare al mondo il proprio desiderio realizzato di serenità. Un rappacificamento con se stesso e, quindi, con tutto il resto. Evangelion, dalla serie a quest’ultimo film, è una grande fotografia che racconta il percorso esistenziale di Hideaki Anno.

Amore e diniego

Poi però c’è l’esperienza cinematografica in sé. Anno opta per il digitale, che talvolta stona ma che dimostra ulteriormente questa sua voglia di tagliare con il passato. C’è un’irrefrenabile potenza visionaria che si sviluppa e avviluppa lo spettatore, trasformando la visione in un’esperienza. Qui risiede il rammarico più grande, perché è evidente che Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time fosse pensato per essere vissuto in una sala cinematografica. E c’è tutto il discorso metatestuale che diventa atto d’amore verso l’animazione ma anche suo diniego.

[Attenzione, spoiler] Nel finale del film, con Shinji seduto su una spiaggia, mentre è in attesa di Mari, la sequenza animata si destruttura. Torna indietro: dapprima lo spettatore vede cel (l’immagine finale colorata con tanto di sfondo), poi il douga (il disegno definitivo con i riferimenti per la colorazione), genga (il disegno che precede la versione definitiva), layout (la bozza). E poi ritorna a essere immagine animata.

Come se, al di là di tutto, l’amore per l’animazione fosse sempre lì, sotto i nostri occhi, al di là delle infinite elucubrazioni. Ma anche che il senso ultimo di Evangelion non è la sua essenza cinematografica ma la sua esperienza catartica, che vale innanzitutto per il suo autore, Anno, ma che può essere di ispirazione per chiunque altro sia in grado di coglierlo. 

Nello scontro finale fra Shinji e Gendo, si ripercorrono i momenti essenziali del “viaggio Evangelion” che appaiono sullo sfondo proprio mentre i due Eva 01 combattono, come a sottolinearne la natura “teatrale”, l’azione della messa in scena e, quindi, della finzione illusoria cinematografica. [Fine spoiler]

evangelion 3.0+1.0 thrice upon a time

Ciò che conta, alla fine, sono i sentimenti, il modo in cui ci si pone nel sistema mondo, il rispetto verso l’altro da sé. Buongiorno. Buonanotte. Ti ringrazio. Questi sono i tre gesti che Rei, clone azzerato di qualsiasi pensiero abituato solo a ricevere ordini, impara da chi abita il villaggio in cui stanno anche Toji e Kensuke, in quella parentesi bucolica, realistica, magica ed emozionante che occupa la prima parte del film. Anno suggerisce di partire da lì: dalla gentilezza, dal singolo gesto, dalla preziosità delle piccole cose. 

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, in termini puramente cinematografici, è dunque un’opera confusionaria. Ma – visto che il suo significato intrinseco esclude a priori la sua natura di opera destinata alla fruizione – diventa automaticamente il film definitivo, l’unico possibile con cui chiudere la complessa esperienza di Neon Genesis Evangelion e, contemporaneamente, donarci la chiave con cui interpretarlo. Evangelion è il percorso complicato, difficile, pieno di scivoloni e cadute verso la felicità di un uomo: Hideaki Anno. Ma nulla vieta che possa essere anche il nostro percorso.

Leggi anche:

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su InstagramFacebook e Twitter.