Mister Vertigo non spaventa nessuno, né Topolino né i lettori

Probabilmente non ci ricorderemo ancora a lungo di Mister Vertigo. Il misterioso criminale creato da Marco Nucci poco più di un anno fa sulle pagine di Topolino (e di cui avevamo già parlato in questo articolo) è stato smascherato solo qualche settimana fa, sui numeri 3423-3427 della rivista Panini, nella quinta storia a lui dedicata. Le altre quattro risalgano a molti mesi prima, rispettivamente a luglio, ottobre e dicembre 2020 e a marzo 2021, e l’eccessivo distanziamento tra un capitolo e l’altro, ha messo in evidenza i troppi difetti strutturali della saga.

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In meno di un anno, Mister Vertigo è apparso in quattro copertine di Topolino. La cover sulla destra ha introdotto una raccolta parziale delle storie del personaggio

Per certi versi è persino strano che un progetto simile porti la firma di un autore come Nucci che, con una cinquantina di sceneggiature all’attivo, si trova ormai a proprio agio con buona parte del cast disneyano. Già l’estate scorsa aveva dato prova del suo talento con Il torneo delle cento porte, una storia a tema calcistico che uno scrittore qualsiasi avrebbe tramutato nell’ennesima saga promozionale figlia del suo tempo, e che invece Nucci aveva valorizzato grazie alle situazioni da commedia e alla sua bravura nel gestire tanti personaggi diversi.

La ricetta ha funzionato anche per Calisota Summer Cup, uno dei titoli di punta del pacchetto estivo di Topolino nei mesi scorsi, insieme a Musicalisota (di Giorgio Salati e Nico Picone) e proprio ai capitoli conclusivi della saga di Vertigo, disegnati da Fabrizio Petrossi e Ottavio Panaro. Se pensiamo al tam tam mediatico che ha accompagnato quest’ultima – tra editoriali sibillini, cartelloni pubblicitari e un concorso a premi dove far svelare ai lettori l’identità del criminale – fa quasi specie che il ciclo su cui Nucci ha puntato di più rischi di non essere all’altezza degli altri due, nello svolgimento e nelle scelte formali.

L’autore e la redazione hanno scelto di raccontare un’unica vicenda in cinque appuntamenti, cinque storie lunghe pubblicate a distanza di mesi, nell’arco di un anno (quasi una novità assoluta per Topolino), e che invece di creare un universo condiviso, credibile e inaspettato nelle pagine dello stesso albo, suggerissero una progressione temporale crescente, cementificandosi nella memoria dei lettori puntata dopo puntata e accrescendo la suspense per la resa dei conti finale.

Anticipazioni di un certo spessore…

La città di Topolinia è minacciata da un nuovo genio del male che si fa chiamare Mister Vertigo e di cui non si sa quasi nulla. I suoi cavalli di battaglia sono gli inganni, l’ipnosi e le fake news, armi perfette per far evacuare la metropoli, simulare un incubo collettivo o seminare zizzania nella popolazione.

Topolino, che come al solito non ha niente di meglio da fare, sventa puntualmente i vari piani criminali ma non raccoglie mai abbastanza indizi per smascherare il nemico. In breve, sviluppa una sorta di ossessione che lo spinge a continuare a indagare su Mister Vertigo anche quando sembra che il criminale sia stato catturato.

A quanto pare, però, ci ha visto giusto e dopo una serie di peripezie si butta sulle tracce del vero malvivente, un certo Paul Ghoster, che da parecchio tempo ha cambiato identità (lasciamo al lettore scoprire qual è quella nuova). Seguono: il classico spiegone dell’antagonista, il suo tentativo di fuga e il trionfo dell’eroe.

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La prima tavola del primo episodio della saga a confronto con il frontespizio del capitolo finale. È passato solo un anno, ma sembrano due storie totalmente diverse

Bastano poche righe per riassumere gli eventi principali, e non certo perché il “sugo” della storia sia tutto in superficie o perché alcune parentesi ci dicano qualcosa in più sull’ambiente o sugli interpreti, come nei gialli più sofisticati. Il vero problema della serie è la continua perdita di spazio. Nucci ha ricevuto carta bianca per un arco narrativo di oltre 300 tavole, ma anche se includessimo i riassunti iniziali, i cliffhanger e i prologhi, la stessa vicenda non supererebbe le quattro puntate totali se la raccontasse uno scrittore più sintetico.

E dire che un anno fa il team creativo era partito abbastanza bene nella gestione della mole, con un esordio pulito che peccava solo di qualche errore di caratterizzazione e di un impianto fin troppo canonico. Poi, dopo un capitolo che si limitava ad aggiungere altra carne al fuoco, nel terzo episodio gli autori hanno svoltato in un vicolo cieco, infilando un paio di storie che a prima vista non avevano nulla a che fare con la trama principale, parlando soltanto di spirito natalizio (Topolino e le piccole verità del Natale) o di cinema (Topolino e l’ombra di Mister Vertigo). Di conseguenza, la serie ha ottenuto l’effetto opposto di quello sperato: invece di risultare avvincente, capace di tenere incollati i lettori per un anno, si è rivelata ben presto un prodotto non all’altezza delle premesse.

Per il gran finale Nucci ha scelto un’impostazione diversa, più claustrofobica, degna dei migliori whodunit di Agatha Christie. Un unico colpevole, tantissimi indiziati. Il guaio è che la progressione narrativa si era fatta prevedibile già in corso d’opera, ed era piuttosto facile smascherare Vertigo, anche tenendo conto dei sette nuovi innesti. Il sarto, l’avvocato, il lupo di mare in pensione, la giallista sono vittime di una struttura chiusa su se stessa e di uno sceneggiatore che asseconda tutte le convenzione del genere, dagli «indizi striminziti» alle «eventualità remote», come le definisce Topolino, senza avventurarsi in direzioni alternative.

Non riuscendo ad afferrare la specificità dei personaggi, Nucci popola la saga di stereotipi e si lascia scappare tante scene forzate al confine col trash. Per esempio quando Topolino si reca da uno dei sospettati, un’anziana signora che lo scaccia di casa bruscamente prima ancora di chiedergli perché si trovi lì. Dovrebbe strappare una risata, con il suo look e il suo modo di fare da cartone animato, ma i cruciverba appesi al muro e la ramazza in mano non la rendono credibile nemmeno per un secondo. Eppure dovremmo sospettare anche di lei.

Filosofia spicciola, per chi non ha da cambiare (cit.)

Persino Topolino sembra uscito da un vecchio romanzo d’appendice. Non ci troviamo in una storia di Casty, dove gliene capitano sempre di tutti i colori, o in una di Silvano Mezzavilla, che lo faceva muovere di continuo una volta entrato in scena. Il detective di Nucci è saggio, avveduto, modesto, progressista (legge molto e biasima i nostalgici), ma è anche il primo a parlare per frasi fatte o a trattare gli amici e la fidanzata con fare da superiore. Sembra una commistione tra l’everyman borghese di Romano Scarpa e il “perfettino” di Guido Martina: cerca l’avventura, che però non lo appaga.
In compenso ne rimane quasi ossessionato.

È un’altra situazione potenzialmente interessante: l’eroe che non riesce a sconfiggere il suo nemico e lo percepisce sempre più come una spina nel fianco, fino ad accusare il colpo. Ma purtroppo questo Topolino non ha alcun male interiore da lenire. Le poche volte che si sente in difficoltà sono dovute a un incubo o a un semplice malinteso, e gli unici a fare parola della sua “psicosi” sono gli amici più cari, scherzandoci sopra o ricordandogli che esistono anche loro oltre ai casi da risolvere. Del resto neanche i disegni evocano un senso di disagio. Se il Topo di Petrossi e Panaro fosse un’opera d’arte sarebbe Il pensatore di Rodin: espressione dubbiosa, postura algida e mano sulla bocca. Elucubra, ma non tradisce la minima ansia.

E Mister Vertigo? A un certo punto è definito «il più grande criminale del nostro tempo», il cui genio sta nel «tessere crimini che forse neanche sono crimini». Un ritratto pleonastico, ma abbastanza fedele. Di sicuro Nucci ha rischiato molto, proponendo un personaggio di questo tipo. Ha scelto di mostrarcelo di rado, dando spazio alla sua immagine pubblica, all’eco delle sue malefatte e alle reazioni della cittadinanza, ora in preda all’angoscia e ora vittima della moda di turno. Puntando sulla sua assenza, però, l’autore sembra essersi dimenticato di approfondire il suo rapporto con Topolino.

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Non tutti possono essere Vertigo, ma Vertigo può celarsi in chiunque (semicit.)

Alcune storie, poi, sembrano interrogarsi sulle differenze tra passato e presente, tra vecchio e nuovo, tra vero e falso, così come certi personaggi che, se solo fossero stati studiati di più, avrebbero sfondato, a partire dal cronista-boomer che si licenzia perché rimpiange la carta stampata. Ma purtroppo neanche questa chiave di lettura interseca fino in fondo la trama.

Le uniche finestre sulla realtà che Nucci prova a spalancare danno sui soliti panorami, fanno entrare poca aria pulita e si richiudono troppo in fretta. La città è invasa di notizie false, ma il responso dei cittadini è unanime, come in centinaia di narrazioni distopiche. Topolino indaga su un tecnico che si occupa di realtà virtuale, il cui lavoro, però, non ha nulla a che fare con i motivi per cui è sospettato. Il worldbuilding punta ai classici di Scarpa, ma si arresta in prossimità di Marco Gervasio o Carlo Panaro.

Anche il colpo di genio risolutivo risulta sfasato: l’eroe capisce tutto in una notte, e qui sì che ricorda i gialli di Mezzavilla, ma il suo ragionamento si basa su una frase che lui (e il lettore) hanno sentito poco prima, non su un elemento ripreso dal nulla dopo molte pagine. Storie come Topolino e l’enigma del faro, invece, godono di questo valore aggiunto: l’intuizione è resa inaspettata, mentre qui rimane prevedibile, e ci si domanda come mai Mickey non l’abbia avuta subito.

Eta Beta è stato inserito senza motivo da Nucci nel capitolo finale della serie, ricordando il finale di “Topolino e il doppio segreto di Macchia Nera” (qui in basso)

Intendiamoci, mai come ora si sente il bisogno di autori come Nucci, desiderosi di dire la propria su Topolino senza scendere a compromessi col pubblico e che hanno tutta l’intenzione di alzare l’asticella storia dopo storia (vedi il ritorno di Macchia Nera in queste settimane). Nella saga di Mister Vertigo, invece, una generale stanchezza nello stile e un po’ di mancanza di buone idee hanno finito col produrre pagine di scarso livello.

Leggi anche: “Dalla parte sbagliata”, il Topolino noir di Faraci e Mottura

Topolino e il principe della menzogna (su Topolino 3423-3427)
di Marco Nucci, Fabrizio Petrossi e Ottavio Panaro
Panini Comics, luglio 2021
brossurati, 162 pp., colore
3,00 € cad. (acquista online)

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