“Paperino e le spie atomiche”, il capolavoro trasgressivo di Carl Barks

Chi segue Fumettologica da qualche tempo sa che nello studio di Paolo Bacilieri, appeso a un muro, c’è un piccolo sketch a matita di Carl Barks. Per l’autore di Fun e Sweet Salgari è quasi una sorta di reliquia, visto che legge e ama i fumetti del maestro dell’Oregon fin dalla prima infanzia. Li adora a tal punto che ne cita sempre qualcuno, sia nelle interviste sia nelle storie che scrive, spesso per bocca del suo alter-ego Zeno Porno, sceneggiatore Disney con un passato da agente C.I.A.

L’incipit de La magnifica desolazione è emblematico: Zeno sta presentando alla redazione di Topolino un nuovo soggetto, dove «Paperino e nipoti sono in vacanza sulla Costa Azzurra e ci sono un sacco di sventolone in bikini e intorno alla spiaggia si aggirano un sacco di spie». A quel punto una redattrice lo interrompe: ha tutta l’aria di essere un remake di Paperino e le spie atomiche di Barks. Bella storia, ma che oggi non avrebbe alcun senso pubblicare.

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Disegno riciclato di Barks per la copertina di un’edizione tedesca di ‘Paperino e le spie atomiche’

Trasgredire le convenzioni

Le parole di Zeno fanno pensare a una commedia degli equivoci a metà strada tra spy story e fumetto erotico, molto distante da quelli che sono i canoni di liceità Disney. Eppure le cose stanno proprio così, almeno in parte. In Paperino e le spie atomiche dopo aver scoperto un bigliettino sospetto nella sabbia, contornati da una miriade di agenti segreti stranieri, zio e nipoti danno la caccia a Madame Tripla-X, un’affascinante spia che sembra custodire i piani per una bomba atomica. Riusciranno a intercettarla solo al confine con la Spagna, salvo poi scoprire che era un’alleata del Governo e di aver quasi compromesso la sua missione con il loro rischioso coinvolgimento.

Mai come allora Barks trasgredì le convenzioni a cui erano abituati i lettori dell’epoca. Mostrò armi da fuoco, sparatorie, giovani donne in costume, belve feroci, pugnali e, come se non bastasse, persino una scena di suicidio. Va ricordato però che quando la storia uscì, nel 1950, la casa editrice Dell Publishing non aveva ancora emanato delle vere linee guida per monitorare i propri contenuti.

Una lista di 30 soggetti “da evitare” sarebbe uscita cinque anni dopo, complice forse la risonanza di Seduction of the Innocent, il saggio di Fredric Wertham sulla presunta pericolosità dei fumetti. Stando a questo elenco Paperino e le spie atomiche non avrebbe rispettato una dozzina di parametri.

A conti fatti l’unica trasgressione che Barks si vide punire riguardò lo stile di disegno. Difficile trovare una storia così tanto in bilico tra realismo e umorismo nella sua produzione, con una serie di comprimari dalle fattezze realistiche a dare del filo da torcere ai paperi antropomorfi. Era una scelta coraggiosa, figlia di un autore che voleva saper disegnare bene come Hal Foster, ma che da autodidatta poteva competere solo con «i vecchi fumetti di Gene Autry», come ammise in un’intervista.

L’azzardo gli costò i rimproveri del suo editor, Carl Buettner, di due anni più giovane di lui ma strenuo sostenitore della tradizione: «Non va bene usare dei veri esseri umani!», gli disse, «È come togliere i paperi dal proprio mondo». La storia fu pubblicata ugualmente, ma nella commistione tra paperi e uomini rimase una mosca bianca insieme a pochissime altre, tutte realizzate tra il 1950 e il 1951 (le più famose sono Paperino e la sposa persiana e Paperino nel tempo che fu).

Alcuni studi preparatori di Carl Barks per dei personaggi umani, il suo primo amore

Una storia a ostacoli

Nei primi anni Cinquanta Carl Barks aveva dimostrato tutta la propria abilità nella scrittura, sviluppando trame sempre più originali e complesse e inserendo anche qualche preciso riferimento storico qua e là. Per di più poteva contare su un cast molto variegato che aveva contribuito a plasmare lui stesso, grazie a nuovi fondamentali innesti come zio Paperone, Gastone o Archimede, che però non aveva ancora consolidato del tutto.

Nelle sue storie migliori persisteva il conflittuale rapporto tra Paperino e Qui, Quo e Qua, mitigato dalla complicità che zio e nipoti dimostravano nei frangenti più duri, quando si trattava di riportare a casa la pellaccia dopo essersi cacciati un’altra volta nei guai. Per questo, e nel rispetto del genere a cui apparteneva, Paperino e le spie atomiche fu una storia a ostacoli, pensati per mettere i Nostri in difficoltà tavola dopo tavola, senza lasciare a loro o al lettore il tempo di riprendere fiato. Fu anche una delle rare occasioni in cui Barks mantenne lo stesso registro tragicomico dall’inizio alla fine, volendo farsi beffe dei cliché più inflazionati dai romanzieri hard-boiled.

Logicamente quindi si focalizzò molto poco sui personaggi di contorno (una macchietta dietro l’altra), diede priorità assoluta all’intreccio – che non si premurò nemmeno di celare sotto la patina del racconto – e fece leva sulla psicosi da bomba atomica della società americana dell’epoca, grazie a una serie di gag dissacranti.

Barks fu abile nel prendersi gioco dei propri connazionali senza risultare stucchevole o troppo acido, ambientando la vicenda negli Stati europei e trasferendo sui loro stili di vita usi e costumi americani, debolezze comprese. Ebbe in pratica la stessa intuizione di Manzoni: offrire un quadro polemico del proprio tempo senza parlarne in maniera esplicita. Così, nel finale, la corrida si trasformava in uno spettacolo per le masse degno del football; i ferrovieri scioperavano ogni giorno alle 18:00, scimmiottando la realtà; la Costa Azzurra era popolata da ricconi, nobildonne (e spie) vestiti secondo la moda statunitense.

Certo, il rischio di lasciarsi scappare una paternale gratuita era dietro l’angolo, ma Barks non fece assolutamente nulla per dare profondità al racconto, che nei suoi piani doveva rimanere aderente al genere e imparziale nei confronti dei paperi, come tramite il punto di vista di Dio. Di conseguenza alcuni colpi di scena di Paperino e le spie atomiche lasciavano a bocca aperta anche gli antagonisti, come quando la bella spia Madame Tripla-X reagiva con enfasi esagerata, quasi teatrale, a un fatto oggettivamente curioso.

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Il fascino discreto (e letale) di Madame Tripla-X

Il punto di vista di Barks

In realtà Barks rimase imparziale solo fino a un certo punto, ed è proprio Madame Tripla-X a farcelo capire. Il suo modo di fare provocante, volubile, isterico ci dice che alle sue spalle c’è la visione di un maschio, anche piuttosto misogino. Da Paperina ad Amelia tutti i suoi personaggi femminili hanno la sola funzione di creare guai.

Non brillano per complessità psicologica, ma sono comunque ricchi di complessi mentali, quasi sempre sull’orlo di una crisi di nervi, burberi o capricciosi. Un po’ come la moglie da cui Barks stava per separarsi, un’alcolizzata che aveva trasformato la sua vita in un incubo, litigando con lui di continuo e arrivando persino a distruggere alcune sue tavole originali in un attacco d’ira.

Naturalmente Madame Tripla-X era ancora più pericolosa, ma nel suo caso avere pochi tratti caratteriali incise molto sulla buona riuscita della storia. Barks era consapevole dei rischi che correva nel creare un ibrido tra esseri umani e funny animals: eccentricità, inverosimiglianza e mancanza di coesione.

Per bilanciarli fu costretto a ridimensionare gli uni e a dare ancora più spessore agli altri, capovolgendo la normale percezione delle cose e facendo sembrare i paperi “più veri del vero” proprio da un confronto diretto con l’Uomo. L’avvenenza della spia faceva solo parte del gioco, insieme alle tante pose stereotipate di tutti gli altri comprimari in carne e ossa, dalle due spie in treno, che sbucavano con nonchalance dal vano del sedile, agli organizzatori della corrida, identici nel fisico a Don Chisciotte e Sancio Panza.

Non era neanche la prima volta in cui la vita di Paperino veniva sconvolta da un’affascinante agente in borghese. Nel 1942 Barks lavorava ancora come sceneggiatore per l’animazione, presso gli Studios di Burbank, e aveva appena creato il suo primo personaggio femminile in becco e piume: una spia che ricordava l’attrice Veronica Lake. Avrebbe dovuto esordire in un corto dove rubava dei documenti top-secret al soldato Paperino, seducendolo con i suoi boccoli biondi, ma il filmato fece la fine di quasi tutti i progetti immaginati in tempo di guerra: cadde nel dimenticatoio e non fu mai realizzato.

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La (magistrale) scena clou di ‘Paperino e le spie atomiche’

Animazione e fumetto

Carl Barks però fece davvero tesoro di quel periodo. Pur non essendo l’unico disegnatore con un bagaglio simile, fu il primo a trasportare nel fumetto alcune tecniche dell’animazione, a cominciare dall’uso degli storyboard, che gli permise di gestire i ritmi più facilmente e di dare maggior peso alla costruzione delle tavole, progettate sempre per includere una porzione autonoma di racconto.

Esemplari, in questo senso, erano quelle di apertura, nelle quali riversava i temi caldi che avrebbe toccato nel corso della storia. Lo stesso vale per la pagina iniziale di Paperino e le spie atomiche, dove in sole cinque vignette ci viene detto dove ci troviamo, cosa succederà ai Nostri e con chi avranno a che fare.

Proseguendo nella lettura, la vicenda si stratifica e sente il bisogno di una regia più dinamica, che però non è mai stata nelle corde di Barks. Per supplire a questa mancanza bastava la sua bravura nel modulare la gabbia di riquadri, che nei frangenti drammatici si dispongono come le tessere del tangram, variando anche l’angolazione dell’immagine per dare più slancio alle inquadrature (date un’occhiata alle prime quattro vignette qui sopra).

Per rendere ancora meglio il senso di claustrofobia che si respira in tutta la storia, e soprattutto nelle sequenze in treno, Barks intervenne poi sull’orientamento dei personaggi che guardano da sinistra verso destra nella colonna di sinistra e nella direzione opposta in quella a destra. Uno stratagemma ricorrente, molto utile se si vuole creare un senso di oppressione continuo senza ambientare per intero la vicenda in un carcere o in una stanza buia. E anche piuttosto eloquente, tanto che da solo basterebbe a riassumere l’azione: gente in fuga da un margine all’altro del foglio, destinata a collidere proprio là, nel cuore della messa in pagina.

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La silhouette è un altro marchio di fabbrica che Barks si porta dietro dai tempi dell’animazione, perfetta per rendere espressivi anche i momenti di stasi o di raccordo

Infatti, man mano che ci si avvicina al finale si ha la sensazione che tutto debba sprofondare in un esito tragico, anche malgrado all’inizio, in cima al titolo, campeggi un rassicurante “Walt Disney”. Il lieto fine amaro, con i paperi derisi dopo tutti gli sforzi di cui siamo testimoni oculari, è in fin dei conti un buon compromesso, molto più incisivo di un happy ending e per nulla casuale, in linea con la premessa (inverosimile ma vera) di voler indagare a tutti i costi su un intrigo internazionale a partire da un semplice pezzo di carta trovato sulla spiaggia.

Barks, decidendo semplicemente come far parlare i personaggi, ci diceva moltissimo di loro. Nei suoi fumetti non troverete mai una parola fuori posto, ma solo battute pensate apposta per mettere in luce un dato attore e al tempo stesso giustificare le sue azioni davanti alla macchina da presa (e di riflesso nell’economia del racconto). Questa tendenza andava a braccetto con la volontà dell’autore di creare piccoli capolavori di eloquenza, che arrivassero sempre forti e chiari al lettore senza concedergli il beneficio del dubbio.

E nella sua sterminata produzione, Paperino e le spie atomiche occupa un posto d’onore anche per essere credibile e fruibile ancora oggi, nonostante la stretta aderenza a temi e modi di vivere figli del loro tempo. È invecchiata molto poco, e sotto la scorza della sua satira sembra nascondere i resti di un’opera nata come gemella malvagia de I tre caballeros, dove umani e bestie antropomorfe si rimpinzano alla stessa tavola nel più classico dei carnevali. Forse fu proprio quel film – uscito al cinema 6 anni prima – a spingere Barks ad accettare tutti i rischi che si prese e a trasgredire la patina dello spirito Disney così tanto in profondità.

Del resto, un autore così capita una volta sola nella storia del fumetto. «Perfino lui», dice Zeno sconsolato, «perfino Johann Sebastian Barks, tra qualche milione di anni, sarà definitivamente dimenticato! Di lui, del suo genio, non rimarrà più nulla». C’è da augurarsi che sia solo un’altra delle sue previsioni catastrofiche, e che in futuro ancora qualcuno si ricordi di cosa fosse capace l’Uomo dei paperi quando era al massimo della forma.

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