40 anni di “Touch”, tra sport e sentimenti

Nell’agosto del 1981, sulla rivista Shōnen Sunday di Shogakukan, iniziò la serializzazione di Touch di Mitsuru Adachi, un titolo fondamentale per la storia del manga, ma anche per la carriera dello stesso autore che, grazie ad esso, raggiunse una notevole fama anche all’estero. Sono passati quarant’anni da quel primo capitolo, e rileggerlo dopo tutto questo tempo è l’occasione perfetta per riflettere su un autore, un’opera e un periodo storico cruciali.

La storia è quella dei fratelli gemelli Kazuya Uesugi, fenomeno del baseball ma anche studente modello, e Tatsuya, l’esatto contrario, pigro, svogliato, senza stimoli. La loro vicina di casa, nonché amica di infanzia, è Minami Asakura, di cui entrambi sono segretamente innamorati. Touch segue tre anni scolastici delle scuole superiori giapponesi (dai 15 ai 17 anni) e in particolare la carriera sportiva dei protagonisti, il cui obiettivo è raggiungere il Kōshien, il torneo estivo di baseball riservato alle scuole superiori.

Una tragedia, però, costringerà tutti a rivedere i propri piani e a cambiare il modo in cui si posizionano nei confronti della vita. Tatsuya, in particolare, si troverà a compiere uno scatto di maturità importante, un percorso interiore che andrà di pari passo con i successi in ambito sportivo.

In Touch, conclusosi nel 1986, è racchiusa tutta la presenza autoriale di Adachi, il suo desiderio di raccontare l’adolescenza e l’amore in contesti specifici che lo hanno portato a essere un autore molto amato anche da chi non è propriamente un lettore di shonen (quei manga destinati a un pubblico maschile dall’età scolare alla maggiore età). Si potrebbe racchiudere in Touch le due grandi direttrici dell’opera adachiana: lo sport e l’amore.

Crescere con lo sport

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Da una parte, quindi, una passione smisurata per lo sport che, come accade spesso nel fumetto e nell’animazione giapponese, è un contesto capace di offrire innumerevoli stimoli e riflessioni, tanto da essere considerato un genere a sé (spokon). Questa è una caratteristica che definisce in maniera chiara la poetica di Mitsuru Adachi, basti pensare a tutta la sua produzione, solitamente calata in un contesto per l’appunto sportivo (un altro eccelso esempio, in tal senso, è Rough).

Lo sport, il baseball in questo caso specifico, è l’universo narrativo ricco e sfaccettato che permette ai protagonisti (e in particolare a Tatsuya) di affrontare il viaggio di crescita che lo porterà a una maturità e a una nuova consapevolezza di sé. Il Kōshien è il fine di ogni sforzo, di ogni sacrificio, ma è nelle singole sfide che si delinea un’abnegazione assoluta, un percorso atto a smantellare ogni singolo pezzo della persona Tatsuya affinché ne emerga una nuova.

La maturità in Adachi è trasformazione, mutazione anche attraverso uno spogliarsi di ciò che ci rende giovani e spensierati ragazzi fino a diventare consapevoli adulti. Il processo evolutivo del personaggio Tatsuya è il punto di forza di Touch che, pur vibrando di molti personaggi, non riesce a infondere in loro la complessità, lo struggimento e la conflittualità del protagonista. Oltretutto, questo percorso di formazione in Tatsuya passa attraverso la tragedia, il vuoto, la morte.

Pur essendo un manga divertente, chiaramente destinato a un pubblico che vive la spensieratezza dell’adolescenza, Touch ha avuto il coraggio di proporre svolte narrative drammatiche e inattese che, a ben vedere, sono il cuore pulsante della storia, le spinte energiche con cui i protagonisti si avviano verso la piena realizzazione di sé. 

L’amore ai tempi dell’adolescenza

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La copertina di ‘Touch – Perfect Edition 1’, pubblicato da Star Comics

D’altra parte, Touch, così come quasi tutti gli altri manga di Adachi, è un appassionante inseguirsi di due eterni amanti, un continuo sobbalzare per quel bacio non dato, quella parola non detta, uno struggersi per insensate gelosie o per stranianti incomprensioni. Insomma, tutto il vortice folle, spericolato e vivo dell’amore ai tempi dell’adolescenza, quando in quel trasporto non c’è razionalità ma solo pura passione, quando non è possibile vivere quei momenti senza estremizzare ogni singolo sentimento, è il centro nevralgico di un’opera come Touch. E la naturalezza con cui l’autore narra quelle montagne russe del cuore rende quello stesso linguaggio diretto e assolutamente comprensibile agli adolescenti.

Adachi lo avrebbe poi fatto anche (e molto bene) in Rough e, da questo punto di vista, non è stato il solo. Opere come Maison Ikkoku o Video Girl Ai posseggono quella forza magica che rari autori mantengono intatta e che permette loro di parlare a una fetta di lettori incapaci di razionalizzare ciò che sta succedendo loro, nel cuore e nella mente.

Proprio come Maison Ikkoku, Touch narra un Giappone e un contesto sociale pre-crisi, cioè prima della Grande Bolla, della recessione, dei profondi mutamenti che la società nipponica avrebbe vissuto nei quarant’anni successivi. Ma non è un trattato sociale: nel raccontare il percorso di maturazione di alcuni adolescenti, Touch lascia saggiamente i dettagli politici sullo sfondo e si limita a diventare fotografia non tanto di un periodo storico quanto di una fase esistenziale delicata.

Un caleidoscopio di situazioni umane

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La grandezza di Touch passa inevitabilmente attraverso la bravura del suo autore: nel manga Mitsuru Adachi riesce a alternare con delicatezza momenti frenetici ad altri più poetici, dolcezza e durezza. La sua maestria è dimostrata non tanto dall’aspetto tecnico (è spesso tacciato di proporre lo stesso character design e lui stesso ci scherza sopra nei suoi fumetti tramite inserti metanarrativi) quanto dalla sua capacità di dettare i ritmi del racconto generando nel lettore sentimenti veri, sinceri, dallo stupore alla rabbia, dal riso alla preoccupazione.

I personaggi stessi, in Touch, sono un caleidoscopio di situazioni umane con cui è impossibile non empatizzare. Ciò che ancora oggi, dopo quarant’anni, appare notevole è la capacità di Adachi di enfatizzare i momenti sospesi con tavole mute dove è l’atmosfera a farla da padrone: un acquazzone improvviso, un panorama estivo di strade nipponiche deserte, un parco inaspettatamente vuoto.

Situazioni inserite con dovizia tra i passaggi narrativi che donano al racconto un elevato livello di coinvolgimento emotivo integrato alla perfezione nella linea narrativa principale e nello sviluppo stesso dei personaggi, trasformando l’esperienza di lettura in poesia fatta di chine, retini, splash page. 

Vale la pena rileggere Touch oggi, dopo tutti questi anni? Assolutamente. Per coloro che non conoscono l’opera, per addentrarsi nelle spirali emotive di uno dei classici del fumetto giapponese moderno; per coloro che già la conoscono – magari attraverso la versione animata che in Italia è nota come Prendi il mondo e vai – per riscoprire la magnificenza di un autore in grado di cogliere con ironia tutte le sfumature di quel momento un po’ pazzo chiamato adolescenza.

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