“Yuki”, un piccolo classico dimenticato dell’animazione giapponese

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di Mario A. Rumor*

Si allungano nomi prestigiosi dietro il film di animazione Yuki, realizzato da Mushi Production e uscito nelle sale giapponesi nell’agosto 1981. Partiamo dal regista Tadashi Imai (1912-91), considerato uno dei grandi del cinema giapponese da Donald Ritchie e Joseph L. Anderson nel loro Storia del cinema giapponese (Feltrinelli, 1962). Il suo esordio nel cinema era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso, e Yuki rappresentò per lui una doppia sfida: cimentarsi per la prima, e unica, volta con l’animazione, affrontando un testo per ragazzi di Ryūsuke Saitō (1917-85).

Saitō aveva cominciato la carriera come giornalista in Hokkaidō per poi dedicarsi alla narrativa, diventando un apprezzato scrittore sempre attento e riconoscente alla sua terra. Nonostante la burrascosa bancarotta avvenuta 10 anni prima, Mushi Production, orfana del fondatore Osamu Tezuka, aveva proseguito con l’animazione dedicandosi in particolare alla realizzazione di pellicole distribuite di volta in volta da Herald o da Nikkatsu, in quanto azioniste dello studio assieme al sindacato degli animatori.

Quando arrivò il momento di produrre Yuki in co-abitazione con il Nikkatsu Jidō-Eiga (il dipartimento per ragazzi della società), il nuovo presidente Aki Nakamura ebbe la brillante idea di incaricare il fumettista Tetsuya Chiba della creazione grafica dei personaggi. Il disegnatore e Mushi Production si intendevano a meraviglia dai tempi di Rocky Joe (1970), la serie animata di Osamu Dezaki in cui la sua presenza non era stata marginale come spesso accadeva ai mangaka. La possibilità di poter interpretare il mondo narrato da Saitō lo entusiasmò parecchio.

Il film Yuki racconta la storia di una ragazzina di 13 anni, Yukinko (voce originale di Chie Ushihara), spedita sulla Terra dalle divinità celesti Jinji (doppiato da Akiji Kobayashi) e Banba (da Taeko Nakanishi) per portare speranza e pace nel mondo degli uomini. Ma la ragazza ha un solo anno di tempo per riuscire nell’impresa. Una volta discesa sulla Terra, cambia nome in Yuki e la prima persona che incontra è Hana (doppiata da Kazuko Sugiyama), una bimba che mendica per vivere.

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Siamo in piena era Muromachi (1336-1573), tra banditi e samurai, e Yuki si unisce a un gruppo di bambini solidarizzando con le avversità degli adulti del villaggio assalito dai briganti. Com’era nello stile ereditato dalla precedente gestione, Mushi Production aveva azzeccato il soggetto di Saitō in quanto perfettamente in sintonia con i temi educativi e moraleggianti delle sue produzioni.

Il film si impegnava a raccontare problematiche adulte ma dal punto di vista dei bambini. Tra i temi in evidenza apparivano per esempio la lotta di classe e l’emancipazione degli abitanti del villaggio contro il prepotente signorotto locale. In seconda battuta, Yuki proseguiva un discorso cominciato da precedenti pellicole intimamente legate al Giappone e alla sua storia, lasciando trapelare l’anelito spirituale che tanto piaceva a Tezuka attraverso opere che facevano appello alla gentilezza, alla compassione e al valore della pace.

Alla scrittura del film troviamo Akira Miyazaki (1934-2018), uno dei principali sceneggiatori di anime di quel periodo (il primo incarico era stato Rascal, il mio amico orsetto nel 1977), comprensibilmente a suo agio nel dotare degli opportuni strumenti spettacolari una storia dietro cui si stagliava l’ambizione del regista Imai a fare le cose per bene. A proposito del film, Imai spiegò: «La nostra principale preoccupazione è stata quella di riuscire a raccontare questa storia nella maniera più interessante grazie a tutto lo staff. Ci siamo mantenuti vicini ai temi e allo spirito del soggetto originale. Per esempio nelle scene corali, dove Yuki e i bambini si uniscono agli adulti per sconfiggere i loro nemici. Oppure quando la protagonista sale sul Monte Asahi [situato in Hokkaidō, NdR] provando il suo coraggio contro una spaventosa creatura soprannaturale. In aggiunta a tutti questi aspetti, abbiamo riflettuto su cosa trasmettere ai ragazzini di oggi, proponendo una riflessione sulla vita, il coraggio e dove può condurre la solidarietà tra gli individui».

Mai uscito in Italia (per gli impavidi, c’è un’orrenda versione in lingua originale su YouTube… da anatema perpetuo), il film è invece una vecchia conoscenza dei cugini d’Oltralpe, dove fu distribuito nel 1989 in vhs con il titolo Yuki, le combat des shoguns. E in Francia, dove hanno appreso meglio di noi le delizie del cinema animato giapponese distribuito in sala, sia recente o d’età impronunciabili per il mercato, il film è riapparso lo scorso settembre 2020 con nuovo titolo, Yuki, le secret de la Montagne magique, grazie a KL Films (l’edizione home video è già disponibile per i tipi di Rimini Editions). La distribuzione in sala è seguìta a quella chiaramente fortunata, visti i tempi pandemici che viviamo, di un altro film giapponese degli anni Ottanta, Akira (1988), presentatoin 4K e visto da 58 mila spettatori.

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In Giappone, Yuki uscì in una stagione cinematografica estiva popolata di eroi, personaggi di ogni età e genere pronti ad affrontare grandi sfide sullo schermo: alcuni film provenivano dalla tv come Addio Galaxy Express 999 – Capolinea Andromeda o Rocky Joe – L’ultimo round. Altri vantavano notevole spirito di iniziativa non derivando tutti dai fumetti. C’era Sirius no densetsu di Masami Hata; c’era Doraemon, curiosamente catapultato anch’esso nel Giappone feudale in Doraemon: Boku, Momotarō no nan’na no sa (mediometraggio abbinato al film 21 Emon – Uchū e irasshai!) e ancora Haguregumo e il film per bambini Gurikku no bōken di Hideo Nishimaki dal romanzo di Atsuo Saitō (l’autore del topolino Gamba).

Per l’occasione, il mensile Animage dedicò due pagine all’uscita del film, ripescando dall’archivio foto della giovinezza scolastica di Chiba, ponendo l’accento sul confronto tra gli adulti e i giovani protagonisti della pellicola con dietro i grandi temi messi a disposizione e un gigantesco imperativo categorico che chiaramente faceva il tifo per i ragazzini, capaci di cambiare davvero la storia. La doppiatrice della protagonista, Chie Ushihara, figlia del regista Yōichi Ushihara, era alla sua seconda esperienza con Imai che l’aveva voluta di nuovo dopo Kosodate-gokko (1979), film che le aveva regalato immensa popolarità.

Va detto: Yuki non vanta animazioni da primi della classe. Il pubblico si rese conto subito che la qualità lo avvicinava più a una produzione tv che a un film. La sua modestia era però compensata da una storia presentata con stile, e pervasa dall’ambizione di promuovere se stesso a futuro classico animato grazie a un’eroina femminile inconsueta: delicata e bellissima nei tratti ma intraprendente e coraggiosa. Quasi in anticipo sulle eroine di Hayao Miyazaki. Un nome a cui questo film, col senno di poi e forse sbagliando, è stato immediatamente paragonato dai critici francesi.

Parte dell’affetto al film è finito inoltre ai quattro brani cantati da Sumiko Yamagata, celebrità musicale dell’epoca alla sua prima esperienza nel mondo degli anime (l’anno seguente canterà la sigla di Lucy May) e seguita durante le prove di registrazione dallo stesso regista. Il singolo Yuki era uscito il 21 luglio, mentre l’album con etichetta Victor a ridosso della distribuzione in sala.

*La versione integrale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 308-309, ora in edicola, fumetteria e online.

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