“Dune” è un film che va visto

dune denis villeneuve

«Dune non finisce con quello che si vede sullo schermo, ma ci sono la colonna sonora e gli effetti audio che sono potentissimi. Non vederlo al cinema è un peccato?» Questa nota che il cronista ha appuntato su un foglietto è l’unica cosa che rimane delle due ore e mezzo di proiezione del tanto atteso film di Denis Villeneuve (un regista che, bisogna dirlo, non ne sbaglia una), sceneggiatura sempre sua con Jon Spaihts ed Eric Roth, tratto ovviamente dai romanzi del Ciclo di Dune, iniziato nel 1965 da Frank Herbert e terminato con alterna fortuna dal figlio Brian aiutato dall’onesto artigiano Kevin J. Anderson.

Non preoccupatevi di ricostruire la vicenda dei libri che compongono il ciclo: Herbert ha scritto i primi sei, e gli ultimi due sequel sono del 2006 e 2007, ben due decenni dopo la sua morte avvenuta nel 1986. Non preoccupatevi, dicevo, perché il film di Villeneuve tocca più o meno la prima metà del primo romanzo, cioè appunto il romanzo Dune che dà il nome a tutto quanto.

La nota del cronista sul foglietto, cioè quello che sono riuscito a scrivere prima di essere inghiottito dal verme della sabbia e tutto il resto, è la testimonianza che il primo dei due (o forse più) film previsti per raccontare un’altra volta l’epopea del pianeta della spezia è un ottimo film. Non è la fine del mondo, ma solo perché chi scrive ha un’età e i tratti fondamentali della mia storia di origine sono già marcati con delle pietre miliari cinematografiche (i primi due Guerre Stellari, il primo Star Trek, E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, fino a chiudere con Blade Runner). E, come i lettori e le lettrici più giovani scopriranno andando avanti, il sapore della ratatouille che ci preparava la mamma quando eravamo piccoli e vivevamo nella grande provincia francese è legata in parti uguali alla genuinità degli ingredienti e alla ingenuità dei nostri spiriti (ancora) incontaminati.

Questo per dire che Dune è un grande film che può impressionare molto, meglio se ci si trova seduti nella comoda poltrona di un cinema dotato di un impianto sonoro all’altezza. Visto con l’audio originale e i sottotitoli (che facevano a cazzotti con i sottotitoli originali previsti per le parti in cui i personaggi parlano lingue aliene). Ha poche ingenuità di recitazione – soprattutto da parte di Rebecca Ferguson, che ha una intensità da nevrotica lontana da quella del suo personaggio, che ho dai ricordi del libro – e tratti inquietanti, che è l’anticamera del geniale.

Mi riferisco alla tripletta Timothée Chalamet (Paul, il protagonista), Rebecca Ferguson (Lady Jessica, madre di Paul e compagna del duca Leto) e Oscar Isaac (il duca Leto Atreides, padre di Paul). Il punto è che i tre attori – i quali visti separatamente non si somigliano per niente – convergono in maniera singolare sul volto acerbo di Chalamet. I due “adulti” (in realtà Chalamet ha dodici anni meno di Ferguson) sembrano veramente i genitori del giovane, futuro duca. Inquietante, come dicevo. O semplicemente un ottimo casting.

Torniamo al film e ai libri. E a quello che è successo prima. È difficile infatti non ripensare ai tentativi di portare Dune sul grande schermo che sono iniziati nel 1971. C’è passato Arthur P. Jacobs, il produttore de Il Pianeta delle Scimmie, che avrebbe potuto fare un film spettacolare: erano stati scritti tre trattamenti, provati due registi e poi nel 1974 Jacob è morto all’improvviso, e con lui apparentemente il progetto.

Pochi mesi e poi ci ha pensato un consorzio francese a riacquisire i diritti e incaricare Alejandro Jodorowsky di pianificare il film. L’idea dell’artista spagnolo era a dir poco di rottura: dieci ore di film con Salvador Dalì, Orson Welles, Amanda Lear, Alain Delon, David Carradine e Gloria Swanson (tra gli altri). Colonna sonora? Pink Floyd. Scenari? Chris Foss per le astronavi, H.R. Giger per le creature e ovviamente quello che tutti ricordano, cioè il genio francese dell’illustrazione al tratto, Jean Giraud in arte Moebius, per far vedere il mondo. Era coinvolto per gli effetti speciali anche Dan O’Bannon (ha scritto Alien, tra gli altri) e, insomma, doveva essere una cosa faraonica come Hollywood non ne aveva più viste dagli anni Trenta. Non se ne fece niente.

Solo le spese di pre-produzione erano diventate faraoniche, la sceneggiatura aveva superato le 14 ore (il formato di un elenco telefonico, in un’epoca in cui tutto doveva essere stampato su carta) e Jodorowski fini a fare altro, Moebius prese delle idee per il suo Incal, O’Bannon andò a scrivere il soggetto di Alien e di tutto questo rimane solo un documentario, Jodorowsky’s Dune, e una montagna di disegni, bozzetti, schemi, pagine di sceneggiatura.

Entra in scena Dino De Laurentiis. Siamo nel 1976 e il produttore campano decide di ripartire. Questa volta si fece scrivere la sceneggiatura dallo stesso Herbert che, nel 1979, produsse circa tre ore di film. De Laurentiis chiamò Ridley Scott, che dopo poco avrebbe lasciato il film per andare a girare Blade Runner. L’idea di Scott era quella di girare due film, come ha fatto (forse) Villeneuve. La sensazione era che per fare il film ci sarebbero voluti due o tre anni. E qui entra in scena David Lynch, il “grande colpevole” che con i diritti in scadenza fu chiamato da De Laurentiis a girare rapidamente Dune e ipotecare gli ipotetici seguiti. Lynch aveva fatto Elephant Man, era considerato un genio visionario e si fece sedurre da De Laurentiis, preferendo Dune all’offerta di George Lucas di andare a fare Il ritorno delle Jedi.

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Il lavoro richiese tempo ma meno di quanto immaginato, e il film uscì nel 1984, venti anni dopo l’uscita del libro. Il problema era un altro. Già negli anni Ottanta il clima era cambiato profondamente, e il “passo” mistico – da Antico Testamento del deserto, con tanto di ispirazioni dalle culture africane e mediorientali – era diventato molto meno “nuovo” e originale. Dentro il romanzo di Dune c’è un pastiche di differenti ispirazioni culturali.

C’è sicuramente la traccia del movimento ambientalista che stava nascendo in America nel dopoguerra, ma anche la struttura ossea per così dire del feudalesimo europeo e dei suoi valori (cavalieri, onore, casati), un tocco di buddismo Zen e ovviamente un doppio, grande debito con quella che chiamiamo genericamente “Arabia” e che occupa la parte orientale del Nord Africa e una fetta di Medio Oriente, cioè quelli che i francesi chiamano più propriamente il Proch-Orient, “l’Oriente vicino”.

In Dune c’è infatti un debito con la cultura musulmana, con l’idea di Islam e di deserto, che traspare in tutto il libro ma che ancora non era diventata mainstream tra i lettori americani, perché avevano poca familiarità con l’immaginario spirituale e religioso della cultura araba e islamica. E c’è lo studio della politica internazionale in Medio Oriente, che passa dal colonialismo alle dinastie del petrolio: non a caso in quegli anni Jean-Jacques Servan-Schreiber scriveva alcuni degli articoli più importanti per L’Express che poi lo avrebbero portato a raccontare il ruolo del petrolio e dell’Arabia Saudita nella globalizzazione con “La sfida mondiale”.

De Laurentiis voleva chiudere velocemente e al meglio una operazione che era diventata una specie di buco nero per i soldi. E la chiuse creando uno dei film più camp della storia di De Laurentiis (secondo forse solo a Flash Gordon del 1980), con scelte di casting profondamente sbagliate (Sting), immagini fuori luogo (il barone Harkonnen volante e brufoloso che sembra il fantasma Slimer di Ghostbusters), un montaggio che lo stesso Lynch avrebbe poi ripudiato (e che ha permesso a vari creativi digitali in rete di produrre versioni 2.0 del film, ridando molto lustro al lavoro originale) e un personaggio principale improbabile.

Dopo alcuni decenni – e una rapida ma pallida miniserie realizzata nel 2000, con un sequel nel 2003 – le ceneri si sono raffreddate, così siamo arrivati a questa produzione, che è il film da vedere questo autunno. Questo Dune è eccezionale per alcuni motivi: per l’imponenza e la maestà delle astronavi, per l’immaginario che schiaccia le creature “post-umane” in angoli remoti del creato, che rende sonoramente oltre che visivamente penetrante e coinvolgente (al limite dello sconvolgente) l’esperienza del film. E per la misura con la quale è raccontata la storia.

Una storia che promette bene nonostante tre sbavature: Jason Momoa che non “tiene” abbastanza la parte (il suo limite maggiore è di recitare sempre se stesso: è più bravo Dave Bautista a ricrearsi), Javier Bardem (che te lo immagini sempre con una pistola a sparare a narcotrafficanti messicani e/o ad Antonio Banderas) e a tratti anche Oscar Isaac. L’attore guatemalteco-cubano naturalizzato americano – che sta crescendo tantissimo e ha già occupato un ruolo storico nella fantascienza con il passaggio nella terza trilogia di Star Wars – in questo film invece è a tratti un problema. È serio e profondo nel suo ruolo ma, nonostante la barba, manca sempre di un po’ di gravitas, di capacità drammatica. Viene gestito bene da Villeneuve, non sbaglia, non sbava da nessuna parte, ma fa rimpiangere il fatto che non si veda e non si sappia come sia suo padre, il nonno di Paul Atreides, feudatario e torero nonché vero maschio alfa della famiglia, morto da tempo.

Il fatto che a Isaac manchi la romana gravitas è però forse un pregio più o meno volontario, perché rende ancora più drammatico il suo personaggio, che è il personaggio di un uomo sconfitto, nonostante avesse tutti i numeri per non esserlo. Intelligente, dotato, leader naturale, mosso dalle idee giuste, il duca Leto ha però una filosofia diversa da quella di un conquistatore. È figlio di un padre narcisista che lo ha probabilmente schiacciato e che lo ha reso privo di quella scintilla caratteriale che invece brilla (ovviamente al di là del lavoro fatto da Lady Jessica e dalle Bene Gesserit) in Paul. Leto voleva essere pilota e non duca, e crede sinceramente che i veri condottieri sono quelli che vengono chiamati e dicono di sì, non quelli che lottano per conquistare un impero. Gli manca quel quid che invece il figlio ha, e questo si vede benissimo sul volto deciso ma in fondo spaventato dell’attore. Forse, Isaac è più bravo di quanto non sembri.

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Dune è un film adulto, tratto da un libro adulto, che non cede in compiacimenti “facili”, costruito con un montaggio spettacolare e con una linea temporale scossa dalle vibrazioni allucinate e allucinogene della spezia e dei sogni premonitori di Paul. Non è un fumettone della Marvel con supereroi con superproblemi: la dimensione fantascientifica è una copertura per rendere le simbologie e le metafore meno brucianti e al tempo stesso per far sognare un universo diverso dal nostro in cui gli esseri umani del futuro lottano per scrollarsi di dosso il peggio della storia umana. Il Ciclo di Dune è una storia per adulti che viene condita da intrighi, cattiveria, capacità di scavare negli animi delle persone e delle loro passioni. È un Game of Thrones più bello e più ricco, ma anche più filosofico e metafisico.

Il libro è potente, ma questo potere sta nei dettagli, ed è complesso. Per questo motivo Villeneuve ha voluto e preteso che il film avesse due parti. E così è: la seconda parte non è stata ancora approvata (i ragionieri di Hollywood vogliono vedere quanti fagioli porta a casa) ma è già nelle corde di Villeneuve, che vorrebbe girare anche un terzo film basato sul secondo romanzo della serie, cioè Messia di Dune.

Travolto da un film che si interrompe bruscamente prima di esplodere davvero, e che potrebbe precipitare malamente nella seconda parte (oppure essere sublime), con ancora negli occhi alcune delle più belle sequenze di combattimento ed esplosioni degli ultimi anni, spero ardentemente che Dune accumuli abbastanza fagioli da poter avere un sequel e magari pure il terzo capitolo. Secondo me, vale la pena.

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