La serie tv “Fondazione” abbaglia ma non stupisce

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Stamattina ero sotto la doccia e lo sapete com’è: le cose fanno click quando sei sotto la doccia. Cioè, ripensavo ai primi due episodi di Fondazione, la serie tv di Apple Tv+ che ripercorre la saga letteraria che poi è quasi metà dell’opera principale di Isaac Asimov, e continuavo a chiedermi cos’è che non mi sconfinferava.

Perché ci sono un sacco di cose che non mi sconfinferano nella serie. Cominciamo dall’ambientazione. Fondazione è una serie tv di grandi ambizioni, ma il suo momento storico di messa sul mercato coincide con quello di Dune, il film di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa. E mentre Dune si basa su una sceneggiatura solida e una visione cinematografica (le immagini e l’audio) che riescono a compensare abbondantemente alcune scelte discutibili di casting (Javier Bardem e Jason Momoa) nonché una certa complessiva mancanza di gravitas e di pathos, Fondazione è sostanzialmente un telefilm, e si vede. Più vicino a Star Trek: Discovery che non a Dune, il suo problema essenziale è che fa molta fatica ad essere all’altezza della potenza visionaria dei libri di Isaac Asimov. E si vede anche questo.

Intendiamoci: Fondazione ha un budget notevole, per essere un telefilm, e uno sforzo produttivo non indifferente. Anche perché rappresenta la mossa più “potente” che Apple si è giocata in questo periodo sul suo servizio streaming. Però c’è un però. Ed è questo: il tentativo di produrre una serie soddisfacente per i gusti del pubblico, e per di più con un angolo “morbido” perché pensata per Apple Tv+, che ha requisiti ancora più complessi di quella di Disney, non è andato completamente a buon fine.

Fondazione di Isaac Asimov, come tutte le opere nate nel dopoguerra incluse quelle di fantascienza, appartiene a un clima sociale e storico che oggi è profondamente cambiato e che soprattutto viene interpretato dai media in maniera molto differente. Per questo oggi, nell’adattamento, emergono dei problemi.

Cominciamo dalla cosa che ha fatto click sotto la doccia: la base dieci. C’è una scena in cui Gaal Dornick, uno dei “punti di vista” della storia (“protagonisti” è una parola forte nei romanzi più corali di Asimov) partecipa per la prima volta a una riunione in cui si decide cosa includere nel recipiente di quello che dovrà costituire la “fondazione” delle prossime generazioni dopo la caduta dell’Impero Galattico. Il presupposto è che Hari Seldon, il matematico inventore della psicostoria, abbia previsto la caduta dell’Impero (Asimov si era letto un classico della letteratura angloamericana: Storia del declino e della caduta dell’impero romano di Edward Gibbon e ne era rimasto molto impressionato) e ipotizzato di poter ridurre i millenni bui che ne sarebbero seguiti creando una sorta di monastero digitale che contiene tutta la conoscenza necessaria a ripartire.

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È l’“Enciclopedia galattica” (che poi sarà parodiata da Douglas Adams con la sua Guida galattica per autostoppisti). Ma l’enciclopedia di Asimov non contiene tutto tutto, bensì solo quel che serve. Come scegliere quel che serve? Bella domanda. Se l’è posta Asimov e se la sono posta quelli di Apple. Il modo con il quale viene trovata la (stessa) soluzione però è indicativo di una profonda differenza culturale.

Asimov usa criteri di razionalità e articola un ragionamento che fa della razionalità la chiave di volta. Apple sceglie il multiculturalismo come rappresentazione del mondo. Se il risultato è apparentemente uguale (la scena è la stessa nel libro e nel telefilm) il significato cambia profondamente. Parliamo della serie tv.

Un gruppo di persone piuttosto insignificanti e a maggioranza caucasica, i seguaci di Seldon, fa assunzioni su cosa sia necessario salvare che sono degne del miglior colonalista europeo. Gaal (interpretata tra l’altro da un’attrice molto brava come Lou Llobel) dopo tre o quattro domande interlocutorie – con il miglior tono passivo aggressivo da Millennials che “so tutto io” (il contrario del mansplaining considerato a ragione vietato dalle menti più consapevoli e politicamente corrette) – spiega invece con logica ferrea che magari il “comitato patriarcale” (lo chiamo così in mancanza di termini derogatori migliori) vuole contare le cose da salvare in base dieci. Oppure no?

Infatti, spiega Gaal, non esiste solo la base dieci: un sacco di mondi contano in altre basi e bla bla bla. Tutta questa parte diventa un modo per Apple per dire che il punto di vista del comitato patriarcale è autoriferito e solo lei (Gaal) pensa in modo profondo e inclusivo. Pensa così non tanto perché è un genio della matematica (l’intelletto scientifico caro ad Asimov) ma anche e sopratutto perché è diversa sia da un punto di vista biologico, anagrafico che fisico e culturale. E quindi lei, Gaal, è una autentica portatrice di istanze multiculturali che il comitato patriarcale ha subordinato alla sua integrità ideologica (seguaci di Seldon, diventato la cosa meno scientifica del pianeta).

Quindi, dice Gaal, come possono pensare i panzoni e le panzone tradizionali del comitato patriarcale di sapere che cosa bisogna salvare e cosa no se non sanno neanche mettersi d’accordo su come contare le cose da salvare? Il Gen-Z sale in cattedra e blasta i vecchioni perché è magicamente più intelligente a causa della sua diversità biologica ed esistenziale. La dinamica generazionale e transculturale diventa la dominante e si perde di vista il fatto che astronavi, pianeti-macchina come Trantor e tutto il resto sono stati costruiti dai vecchi tradizionali che in parte sono presenti nel comitato patriarcale. Forse due cose le sanno anche loro, oppure Seldon (che poco dopo va in lavanderia e spiega di aver scelto uno per uno tutti i partecipanti all’esodo) ha selezionato solo i più rincoglioniti?

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Il click è il seguente: cosa c’entrano le tensioni della cancel culture, dell’inclusività, della multiculturalità senza il melting pot con Isaac Asimov? Spacchettiamo questa domanda, perché è fondamentale per capire cosa non va nella serie tv della Fondazione.

Qualunque storia viene reintepretata per dare gambe contemporanee a corridori antichi: il dramma di Giulietta e Romeo è stato riscritto milioni di volte ed era stata già stato scritto milioni di volte prima della versione di Shakespeare. I personaggi si “travestono” da contemporanei, ma la loro vera natura è quella di una umanità universale, più profonda. Il tentativo di Apple di portare avanti una visione culturale della società che sia attraente per una demografia (i Millennials e la generazione Z) è lodevole e progressista (forse, non lo so) ma da critico di cose che vedo sullo schermo dopo averle lette qualche decennio fa, posso dire che cozza contro le fondamenta di Fondazione scritta da Asimov, che invece raccontano un’altra storia di integrazione, molto più interessante e altrettanto attuale.

E l’autore la ha fatta talmente bene, questa cosa del raccontare un’altra storia che, a prescindere dalla voce di un autore nato nel 1920 e morto nel 1992, è difficile “caricarla” di un tono diverso senza perderla e andare a parlare d’altro. Soprattutto se, come dicevo in premessa, Fondazione è “solo” una serie tv e non ha la potenza visionaria e autoriale che è riservata ai film, come si vede nel caso di Dune. Perché la potenza autoriale, apro una parentesi tanto per capirci, è quella che permette di cambiare profondamente il registro di una storia senza tradirla ma semplicemente reinterpretandola.

È quello che fece, ad esempio, Baz Luhrmann nel 1996 con il suo Romeo + Giulietta di William Shakespeare, per restare all’esempio del Bardo. Quello di Luhrmann è un film con una carica visiva e un impatto narrativo tale da giustificare una rivisitazione intensa e profonda della tragedia shakespeariana. I “giochi” fatti da Luhrmann, come l’adattamento a un ambiente da gang di Los Angeles e la creazione di un contrasto distonico profondo usando i dialoghi originali di Shakespeare, crea un universo alternativo in cui le pistole cromate sembrano spade (e forse, simbolicamente, gli equivalgono) e parla di noi oltre che dei contemporanei di Shakespeare e degli abitanti di Verona di qualche secolo prima.

La serie tv Fondazione non riesce a fare niente di tutto ciò. E questo soprattutto, a mio avviso, per questo problema di voler essere compatibile con la cultura contemporanea. Da un lato, Fondazione di Apple si fa interprete e cerca di contribuire alla affermazione di una serie di momenti e sensibilità contemporanee. Questo si vede nella scelta del casting, nella multiculturalità spinta anche al di là dello standard tradizionale delle produzioni televisive americane, rivisitando i criteri estetici e di genere oltre che etnici, nella creazione di nuovi stereotipi, nell’uso di formule e chiavi espressive da Gen Z per rendersi comprensibile e palatabile.

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Dall’altro lato, Fondazione è “solo” un telefilm che per di più arriva un po’ corto sulle ambientazioni: mentre la CGI è notevole e ad esempio l’ascensore orbitale o le astronavi sono veramente gustose, molte ambientazioni sono piuttosto mediocri e i costumi e gli usi (posture, momenti di recitazioni) di alcune entità che compaiono sullo schermo sono veramente tristi e poco immaginativi. Ci sono scene in cui sembra di vedere una recita parrocchiale in cui si riusano oggetti quotidiani per travestire da “alieno” qualche personaggio, ad esempio mettendogli un lampadario in testa o la vestaglia di seta della nonna con la velina per la domenica. Che povertà.

Attenzione, ho spiegato che c’è molto di “antipatico” (in mancanza di un termine migliore) dentro la serie tv Fondazione anche perché abbraccia una sensibilità che evidentemente non mi appartiene (da buon X-Gen per di più del percentile più vecchio), ma anche e soprattutto perché penso che perda per la strada quello che c’era di veramente universale dentro i romanzi della Fondazione di Isaac Asimov.

I temi della trilogia originale e di parte delle sue espansioni (sino alla meno fortunata rivisitazione della fine degli anni Ottanta, pensata da Asimov probabilmente per costruire un universo coerente che faccia convivere la Fondazione con i Robot) sono legate all’intolleranza verso la scienza e alla sua importanza, all’idea di ambiente come contesto da rispettare (Asimov, emigrato russo di famiglia ebraica, era profondamente laico nella sua visione scientifica del mondo), alla dialettica tra predeterminazione e libero arbitrio, al concetto di evoluzione e alla ricerca di cosa definisce essere un “essere umano” dal resto. E sia detto per inciso che qui entrano i robot, che anche in Fondazione scopriamo fare capolino.

Asimov poi ha saputo sempre giocare molto con i generi: è stato uno dei primi autori di genere a far svanire i confini tra fantascienza e giallo, ad esempio. Questa sua capacità di entrare e uscire da strutture narrative diverse mantenendo una profonda coerenza nel suo immaginario e nei temi più profondi fa parte di un processo di trasformazione della letteratura statunitense che si avvia nel secondo dopoguerra e continua sino a oggi.

La capacità di Asimov di essere “potente” come narratore, un vero creatore di idee, e soprattutto quella del suo ciclo della Fondazione nel portare contributi di idee che vanno oltre il fatto narrativo e di intrattenimento, si vede anche per l’impatto che hanno avuto.

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Il ciclo di romanzi è un chiaro esempio di letteratura fantascientifica basata su delle idee. Come tale, è un continuo susseguirsi di riferimenti e collegamenti che la cultura enciclopedica di Asimov ha messo assieme e che hanno unito forse per la prima volta in una serie di opere sia l’aspetto fantascientifico che quello delle scienze tradizionali (economia, sociologia e via dicendo) con una serie di costanti allusioni, riferimenti, sottolineature che non impattano l’aspetto fantascientifico e più “magico” ma gli danno gambe e hanno stimolato generazioni di lettori.

Da Paul Krugman (premio Nobel per l’economia) a Elon Musk (Tesla & c.), da Carl Sagan (che diceva che Fondazione è il modo migliore per scrivere fantascienza che sia rilevante anche dal punto di vista delle idee e per la scienza) a Frank Herbert (ci torniamo tra un attimo), la serie della Fondazione ha gettato il seme di una pianta che è assolutamente assente dentro la serie televisiva di Apple. Una pianta alta, potente, creativa, articolata, che ha offerto delle idee e soprattutto una prospettiva diversa per guardare il mondo. Ha cambiato la vita alle persone facendo loro capire che le scienze hard e soft “si tengono” e si può immaginare di guardare alla società come a un fenomeno studiabile e comprensibile con una mente razionale e scientifica.

Herbert, che citavo un attimo fa, ha scritto la sua serie di libri, cioè il ciclo di Dune, più o meno nella stessa epoca di Asimov. E ha tratto profonda ispirazione dal suo lavoro, tanto che possiamo dire che Dune è sostanzialmente un commento e una critica (o forse una variazione di premesse) alla Fondazione. Herbert prende in carico l’idea iniziale di Asimov, cioè quella del tramonto di un impero, con tutti i problemi logistici, economici e strutturali che questo comporta, e la rivisita in un ambiente differente.

Herbert, però, sceglie una traiettoria completamente diversa. Mentre Asimov gioca la carta del monastero organizzato da un pensatore razionale, cioè detto in sintesi si inventa l’enciclopedia illuminista prima del Medioevo, Herbert si inventa un’idea completamente diversa: quella di un messia che porta la rivoluzione come palingenesi, cioè che genera un nuovo mondo.

Dune è un gigantesco “commento” di Herbert ad Asimov perché il messia c’è anche nella Fondazione, ed è Il Mulo, ma ha una importanza relativa di fronte allo scorrere degli eventi. La storia è fatta dalle masse e dai potenti in una dialettica socio-economica oltre che militare complessa e realistica, secondo il kantiano Asimov. Invece la storia è fatta dai leader carismatici che passano a cavallo e cambiano la sorte degli imperi, secondo il nicciano Herbert.

Tutto questo dove lo trovo dentro la serie tv Fondazione?, mi chiedevo sotto la doccia. E soprattutto, quanto mi costa di acqua calda stare così tanto a pensare sotto la doccia?

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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