Lo Spider-Man di Nick Spencer ha un problema di target

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Mi domando come verrà ricordata la gestione di Amazing Spider-Man di Nick Spencer, che si conclude questo mese negli Stati Uniti. Spencer è stato, tra le altre cose, autore de I superiori nemici di Spider-Man, una delle migliori serie ambientate nel mondo di Spider-Man mai realizzate. La sua vena comica, la capacità di analisi dei personaggi e la precisione degli intrecci – Marco Andreoletti ne ha parlato meglio di quanto potrei fare io – erano tutti ottimi requisiti per l’incarico, specie dopo un decennio governato dalle trame techno-thriller di Dan Slott più adatte a Iron Man che a un eroe urbano.

Lo sceneggiatore ha iniziato a scrivere le storie di Spider-Man nel 2018, con un primo arco narrativo che era talmente manifesto programmatico da sembrare una parodia del nostalgismo: si intitolava Ritorno alle origini e mostrava Peter Parker lontano dal mondo dell’industria, di nuovo in una redazione giornalistica, che aveva riallacciato i rapporti con Mary Jane ed era perfino tornato a studiare (perché si era scoperto che la sua laurea era un plagio). Un po’ di romanticismo, un po’ di azione, un po’ di commedia, le fondamenta del mito rimesse a lucido.

Nei suoi tre anni di gestione, Nick Spencer si è impegnato a far scontrare Spider-Man con una serie di storici antagonisti, tra cui Kingpin, Kraven il cacciatore e il Camaleonte, ma ha scritto essenzialmente una sola storia che ha al centro la contrapposizione tra Spider-Man e il misterioso cattivo Kindred. Come Slott, Spencer ha recuperato diversi elementi controversi della gestione di J. Michael Straczynski, iniziata nel 2001 e conclusa nel 2007, cercando di riscriverli o, alla peggio, cancellarli. È interessante che in quei sei anni Straczynski abbia prodotto storie che ancora lasciano il segno, nel bene e nel male. Ed è forse la misura migliore con cui si può valutare un autore: non ce lo vedo il successore di Spencer a recuperare le storie di Slott.

Ci sono alcune cose che mi sono piaciute, in particolare nella sottotrama che inserisce Spider-Man nel mondo del giornalismo contemporaneo, tra J. Jonah Jameson conduttore di un podcast e il lavoro di Peter in una testata che, sui modelli di TMZ o Buzzfeed, cerca lo scoop a tutti i costi, finendo per coinvolgere Spider-Man. Tutto sommato, sono stati anni più godibili rispetto a quelli di Slott, anche se la scelta dei disegnatori mi ha sempre lasciato perplesso. O meglio, capisco le ragioni di assumere un nome popolare come Ryan Ottley, o senatori come Mark Bagley e Humberto Ramos, ma visivamente sono anni che Spider-Man non si schioda da un certo immaginario anni Novanta-Duemila e non penso la situazione cambierà in futuro.

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Però, al di là della capacità di Spencer come narratore e della (sindacabile) bontà delle storie, quello che spiazza è la spropositata complessità della trama e il suo ancoraggio al passato. Non vi svelo i dettagli della questione Kindred (li potete approfondire qui), dico soltanto che attorno a questo personaggio Spencer ha costruito un’impalcatura fatta di storie vetuste, a volte anche molto oscure, per poi andarle a scrivere o cancellare (la cosiddetta retrocontinuity). La gestione di Spencer è immersa nel brodo di canone, ci sguazza, ci lancia i sassi per vedere quante volte rimbalzano sulla superficie, in un gioco fine a sé stesso che non ci dice nulla di nuovo, di diverso, e nemmeno di sbagliato, sul protagonista.

Declinata in modo diverso, è la stessa frenesia che ha colto Jonathan Hickman nella sua gestione degli X-Men, e perfino nel suo nuovo progetto su Substack, Three Worlds Three Moons: per leggere il fumetto bisogna prima sorbirsi una sequela di infografiche, testi introduttivi, premesse, spiegazioni, un manuale di regole che fa diventare la lettura una versione passiva di un gioco di ruolo da tavolo. Per capire fino a fondo l’impatto di Spencer sulla mitologia Spider-Man (o di Hickman sugli X-Men, in misura minore), dovreste aver presente almeno quattro o cinque storie dei personaggi, non tutte famose.

Sono atteggiamenti che premiano un lettore che ha voglia di partecipare e farsi coinvolgere, e che possibilmente abbia una conoscenza enciclopedica della materia del racconto, però li trovo respingenti per chi si avvicina con meno entusiasmo alle opere. Forse non è una preoccupazione dell’editore: la serie vende bene, anche se è spesso superata da Venom, per restare nell’ambito ragnesco, e in generale è difficile affossare un personaggio così seguito. Però la gestione Spencer ha confermato che queste serie di supereroi molto famosi si scrivono per lo zoccolo duro, per i fan, per la tifoseria, per i fedelissimi, che, per quanto veementemente potranno criticare una storia, saranno sempre pronti a comprare e leggere la successiva.

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