Che cos’è la “super vignetta”?

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Gasoline Alley

Chi legge fumetti ha familiarità con concetti abbastanza facili da definire: la vignetta a tutta pagina è la “splash page”, lo spazio tra una vignetta e l’altra è detto “spazio bianco”, mentre per indicare le varie inquadrature, come nel cinema, ci sono il campo medio, il totale, la soggettiva e via discorrendo.

Il fumetto è però un’arte giovane, in evoluzione costante, e invenzioni di stile possono essere introdotte senza un nome ufficiale. Uno di questi casi ha che fare con la scelta rappresentativa che si attribuisce a Gianni De Luca, disegnatore che – pur non inventandola – ha reso famosa una soluzione particolare. Si tratta di quella pagina – o doppia pagina – in cui viene mostrata l’evoluzione di un movimento o di un dialogo all’interno della stessa immagine.

Ecco allora che in una vignetta lo stesso personaggio assume più pose e lo vediamo muoversi nello spazio, dialogare, entrare e uscire dagli ambienti. Un “effetto De Luca”, perché associato universalmente ai pezzi di bravura con cui il fumettista ha disegnato gli adattamenti shakespeariani di Amleto, Romeo e Giulietta e La tempesta. Insomma, una tecnica che è più facile mostrare che descrivere.

De Luca l’ha declinata a suo modo, portandola a un nuovo livello, e ne ha fatto un elemento poetico importante. In una versione più canonica, con l’immagine complessiva spezzata in vignette (dando quindi un senso di lettura più lento e una divisione più netta delle azioni) è stata utilizzata spesso nel fumetto. L’esempio più antico pare essere una striscia di The Kind-der-Kids del 1906 di Lyonel Feininger, ma subito dopo la rivediamo in Little Nemo di Winsor McCay e Gasoline Alley di Frank King.

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Kin-der-Kids

Il fumetto degli anni Sessanta e Settanta pullula di esempi, alcuni molto noti (Jim Steranko, Neal Adams), altri meno (Paul Gulacy, che ne abusò in Master of Kung Fu). Se non pensati a dovere, a volte possono essere del tutto gratuiti o sbagliati: questa sequenza di Iron Man avrebbe avuto molta più forza senza lo spazio bianco, quest’altra di Superman è priva di logica, perché l’eroe si muove verso il basso ma lo vediamo sempre alla stessa altezza.

La vera innovazione di De Luca è stata aver tolto lo spazio bianco, per sfociare in un mondo metafisico dove le varie figure dello stesso personaggio scaturiscono una dall’altra. Frank Miller, Richard McGuire, Chris Ware, J.H. Williams III e Marcos Martín sono alcuni dei nomi che, nella scia di De Luca, hanno costruito, declinato e mescolato con altre influenze questa tecnica. Eppure, pur esistendo da molto tempo, nessuno si era mai preso la briga di darle un nome.

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Romeo e Giulietta

Nel saggio del 1993 Capire il fumetto, Scott McCloud usa il termine “polittico”, prendendolo in prestito dall’arte sacra: il polittico è, in origine, una pala d’altare costituita da singoli pannelli separati, racchiusi da una cornice e realizzati con varie tecniche. Per estensione, è diventata la parola per indicare una qualsiasi opera d’arte costituita da più elementi distinti collegati insieme.

Capire il fumetto

Nel 2011, Joe Linton, un fumettista e attivista ambientale di Los Angeles che per alcuni anni ha curato un blog in cui, tra le tante cose, raccoglieva esempi di questa tecnica, la battezzò “sequenza panoramica a più vignette”, in omaggio all’inquadratura cinematografica della panoramica.

Sono entrambi termini mutuati da altre discipline e si riferiscono comunque a sequenze di vignette, di fatto tagliando fuori le opere di De Luca. Nel 2012 Michael Fiffe, autore di Copra, ne scrisse sul proprio blog definendola “super vignetta”, che è un nome molto suggestivo e più appropriato per l’uso specifico che ne fa De Luca e quelli dopo di lui, e soprattutto più inclusivo perché lascia aperta la porta sia alle sequenze di più vignette che all’immagine unica.

Nessuno dei tre lemmi ha comunque preso piede tra i parlanti, come ha dimostrato di recente il dubbio terminologico che è venuto allo sceneggiatore Zack Kaplan, il quale voleva sapere come indicarla in sceneggiatura. È venuto fuori che Jeph Loeb si limita a chiamarla “effetto stroboscopico”, mentre Fabian Nicieza ha scritto che la sua definizione standard è «flusso continuo a più immagini su uno sfondo statico» ma che per sicurezza, quando la suggerisce al disegnatore, inserisce dei riferimenti visivi.

La maggior parte degli addetti ai lavori e dei lettori lo conosce ancora con il nome di “effetto De Luca”, a dimostrazione del segno indelebile lasciato dal fumettista italiano.

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