La causa tra Disney e i fumettisti per la proprietà dei personaggi Marvel

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Disney Company è in causa con un gruppo di autori di Marvel Comics (o i loro eredi). Lo scopo è stabilire la proprietà dei personaggi da loro creati per la casa editrice, tra cui Spider-Man, Loki, Iron Man e Dottor Strange. Fra i nomi di spicco coinvolti ci sono Larry Lieber, Stan Lee, Steve Ditko, Gene Colan e Don Rico.

Non è la prima volta che succede. Anni fa, la famiglia di Jack Kirby intentò causa a Marvel Comics per ottenere la proprietà intellettuali dei personaggi co-creati dal disegnatore. Nel 2011, una corte federale decretò che tutte le opere realizzate da Kirby come disegnatore tra il 1958 e il 1963 andavano classificate come “work for hire”, lavoro su commissione, ovvero un’attività di mera “esecuzione” che prevedeva la rinuncia a qualsiasi paternità legale.

Tre anni dopo, gli eredi di Kirby portarono la causa presso la Corte Suprema, che acconsentì a rivedere solo una piccola percentuale dei casi posti in esame. Tuttavia, in quei casi, la Corte diede ragione all’autore. Messa di fronte a un’eventualità catastrofica, cioè la potenziale perdita della proprietà intellettuale su personaggi importantissimi, Disney si accordò con gli eredi per sistemare la cosa fuori dalle aule di tribunale – alcuni insider affermano che la cifra versata ai Kirby fosse nell’ordine delle decine di milioni di dollari.

Secondo i termini di legge che regolano il copyright negli Stati Uniti, gli autori o i loro eredi possono tornare in possesso delle proprietà intellettuali dopo un certo periodo. Nel caso di Spider-Man, creato nel 1962, Marvel Comics dovrebbe cedere il personaggio agli eredi di Ditko nel giugno 2023. Disney obietta, affermando che gli autori operavano sotto un regime di “work for hire”. 

Questo gruppo di autori ed eredi è rappresentato da Marc Toberoff, avvocato esperto della materia che aveva già preso in carico le cause che coinvolgevano Jerry Siegel e Joe Shuster (creatori di Superman) e Jack Kirby. Disney è rappresentata dallo studio legale O’Melveny & Myers, lo stesso che aveva aiutato DC Comics nella diatriba con Siegel e Shuster.

Capire se un certo lavoro era “work for hire” o meno, va detto, è quasi sempre difficile. In questi casi la difficoltà è particolarmente elevata a causa del “metodo Marvel”, un sistema di lavoro in uso all’epoca della nascita dei personaggi citati che prevedeva lo sviluppo completo da parte del disegnatore di una breve sinossi fornita dallo sceneggiatore (a volte solo una vaga indicazione come «Dottor Destino ruba la tavola di Silver Surfer»), il quale tornava poi sulle tavole disegnate per aggiungere i dialoghi. Il metodo Marvel rese fumosa l’assegnazione dei crediti, perché al disegnatore di turno erano attribuite soltanto le matite, quando in realtà era a tutti gli effetti responsabile anche della storia. Per la gran parte delle opere, oltre ai crediti stampati negli albi, non esistono documenti ufficiali che stabiliscano chi abbia fatto cosa.

Le leggi sul copyright sono state aggiornate diverse volte nel corso degli anni, su pressione di grandi aziende come la stessa Disney, al fine di proteggere e tutelare i loro beni. Oggi, nel caso di lavori su commissione, vengono fatti firmare contratti in cui si attesta che l’editore è il solo detentore della proprietà intellettuale. Negli anni Sessanta, questa prassi non esisteva, perché si operava secondo leggi sul copyright ferme al 1909. Per risolvere questi problemi, le corti americani hanno creato una modalità di verifica per determinare se le opere d’ingegno fossero state create su commissione o meno.

Il primo caso che fece scuola in questo senso fu quello risalente al 1989 tra lo scultore James Earl Reid e l’organizzazione no-profit Community for Creative Non-Violence, che aveva commissionato a Reid una statua. In base a una serie di fattori (come l’uso di attrezzature personali o decisioni creative prese indipendentemente dal committente) fu stabilito che quello di Reid non era un lavoro su commissione. Alla fine però l’organizzazione e lo scultore si divisero i diritti: la prima mantenne quelli sulla statua vera e propria, il secondo si tenne il copyright della creazione. Disney considera le storie a fumetti un lavoro su commissione perché realizzate a spese della Marvel e sotto la supervisione di quest’ultima.

I personaggi Marvel, anche se riconosciuti come creazioni di lavoratori indipendenti, sarebbero comunque un lavoro frutto dello sforzo di editore e fumettisti – questo dato è incontrovertibile e basato sulle precedenti decisioni prese nei casi di Lee e Kirby. Se gli autori dovessero vincere la causa, Disney sarebbe co-proprietaria dei diritti e dovrebbe però condividere i profitti generati dai personaggi con i fumettisti, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti. Nel resto del mondo, vigerebbero le leggi dei singoli paesi. In alcuni, Disney resterebbe l’unica detentrice, in altri si creerebbero nuovi problemi. Le leggi del Canada, per esempio, tutelano molto di più gli autori: il copyright delle loro opere torna automaticamente in possesso degli eredi dopo 25 anni dalla morte dell’autore.

Secondo la legge americana, i co-autori sono liberi di utilizzare o licenziare il loro lavoro a terzi. Dovrebbero condividere gli eventuali guadagni, certo, ma questo significherebbe che, a prescindere dall’esito della causa, gli autori Marvel o i loro eredi non potrebbero bloccare la produzione di nuovi film, ma ne potrebbero avviare una in autonomia. Nello spiegare la situazione, l’Hollywood Reporter fa il buffo esempio di «Thor che compare in un film con Superman».

Sarebbe in ogni caso un problema per Disney, che si troverebbe costretta a dividere i ricavi delle produzioni Marvel con altre persone, per non parlare delle cause ulteriori che un giudizio in favore degli autori scatenerebbe. «Anche se Disney dovesse bissare il successo della precedente causa» scrive l’Hollywood Reporter, «dovrebbe tornare davanti alla Corte Suprema e poi affrontare gli stessi rischi che portarono a un patteggiamento sette anni fa. Possibile che la nuova dirigenza Disney sia disposta a correre il rischio?»

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