“Y: L’ultimo uomo”, un’epopea on the road a fumetti

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Yorik Brown è un ventenne appassionato di escapismo, molto imbranato e altrettanto insicuro. Figlio di un professore universitario specializzato in teatro elisabettiano e di Jennifer Brown, rappresentate dell’Ohio al governo, il ragazzo sembrerebbe indirizzato a una vita tutt’altro che emozionante. Se non che, da un momento all’altro e senza nessuna reale spiegazione, si ritrova a essere l’ultimo uomo della Terra.

E per uomo non si intende rappresentante della razza umana, quanto mammifero di sesso maschile. Un misterioso evento ha infatti sterminato in pochi minuti l’intera popolazione maschile del nostro pianeta, compresi spermatozoi ed embrioni. Il caos successivo alla catastrofe lascia il mondo a pezzi, ma ben presto le superstiti penseranno a organizzarsi per rimettere in piedi la società. Inutile dire quanto la figura di Yorik – e il misterioso motivo per cui sia sopravvissuto a una tragedia tanto immane, ribattezzata “la piaga” – finiranno ben presto al centro di intricate macchinazioni internazionali. Peccato che l’unica cosa che pare interessare davvero al nostro eroe sia arrivare in Australia per abbracciare nuovamente la fidanzata storica Beth.

Il primo numero di Y: L’ultimo uomo uscì nel settembre del 2002 per la linea Vertigo di DC Comics, lanciando in maniera definitiva Brian K. Vaughan come uno degli autori centrali del fumetto statunitense degli ultimi vent’anni. Riguardando indietro pare incredibile come uno scrittore fino in quel momento tutto sommato sconosciuto alle grandi masse fosse riuscito a farsi approvare una serie di 60 numeri da una major (che in Italia Panini sta ripubblicando in volumi proprio in questi mesi). Fino a quel momento lo scrittore di Cleveland aveva messo mano a qualche uscita mutante della Marvel, creato il personaggio di Hood – non proprio un top name – e firmato qualche uscita DC. Il punto più alto del suo percorso erano stati venti numeri di Swamp Thing.

Da lì a un paio di anni dalla penna di Vaughan sarebbe arrivata – oltre a Y: L’ultimo uomo – una serie di titoli destinati a raccogliere un plauso enorme: Ex Machina, Runaways, una ventina di numeri di Ultimate X-Men, L’orgoglio di Baghdad e Buffy l’Ammazzavampiri. Tra il 2005 e il 2008 lo sceneggiatore finì per essere candidato a 14 Eisner Awards – vincendone 5 – e a 5 Harvey Awards – vincendone 3 – più una serie infinita di altri riconoscimenti. Nel 2006 arrivò, a coronazione di un talento in grado di guadagnarsi le attenzioni di tutti, anche la televisione. Vaughan firmò infatti la sceneggiatura di diverse puntate di Lost.

Questo un rapido riassunto della prima parte della carriera di Vaughan, quando ancora doveva essere consacrato in maniera definitiva e indiscutibile dal fenomeno Saga. Nonostante i premi e la celebrità va detto che non parliamo di un mostro sacro del fumetto, ma è comunque indubbio che lo sceneggiatore sia riuscito a ritagliarsi in maniera continuativa uno spazio di primo piano all’interno di un’industria bulimica come quella statunitense. E Y: L’uomo uomo fu proprio il primo tassello di un percorso che bene o male avrebbe finito per attingere a più riprese dagli spunti contenuti in forma matura già in quella sua prima, lunga epopea.

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Y: L’ultimo uomo, una storia di personaggi

Il primo aspetto che salta all’occhio è come Vaughan non abbia interesse a scrivere o gestire plot un minimo memorabili. Chiunque abbia letto un suo fumetto ha un ricordo nitido dei personaggi che lo popolano, ma non è raro non avere la minima idea o ricordo di come la vicenda si concluda. Questo non per incapacità, ma per un totale e manifesto fastidio verso stili di scrittura comunemente definiti come plot-driven. 

A Vaughan sono sempre e solo interessati i personaggi, poco importa cosa gli possa succedere attorno. Durante uno scambio di battute nel corso della sua visita a Lucca Comics and Games di qualche anno fa confessò che per quanto gli riguardava avrebbe potuto anche scrivere di persone sedute attorno a un tavolo se queste avessero avuto personalità abbastanza interessanti. 

In Y: L’ultimo uomo questo è evidente. Riducendolo ai minimi termini si tratta di un lungo racconto on the road dove il gruppetto dei protagonisti gira il mondo intero all’inseguimento di volta in volta di un nuovo MacGuffin. Poco importa se si tratta di un laboratorio o di una fidanzata, l’importante è muoversi, mettere in scena nuovi personaggi e farli parlare un sacco. Così avremo l’occasione per assistere a una profonda disamina da parte dell’autore del mondo femminile, partendo dalla madre del protagonista – democratica antiabortista – passando per amazzoni assetate di sangue, talentuose scienziate disilluse dall’amore e supermodelle felici di essere diventate becchine.

Questo è un aspetto tipicamente figlio degli anni in cui il fumetto è stato pubblicato. Nel 2002 nessuno si sorprese del fatto che un maschio bianco, etero e cisgender si mettesse a scrivere un racconto di fantascienza popolato quasi unicamente da donne, dove i temi dibattuti vanno dalla militanza LGBT+ al post-femminismo. Vaughan lo faceva in tutta tranquillità, mettendo sotto la luce dei riflettori tutti i vari aspetti di ognuno di questi punti. 

La capacità di Vaughan di scrivere personaggi è sempre rimasta sospesa tra una le richieste di un formato tutto sommato conservatore e certamente popolare come il comic book e una genuina capacità di scolpire personalità sfaccettate. Nulla di sconvolgente, ma abbastanza da costruirci serie lunghissime che spesso finiscono per girare a vuoto. Il risultato è tutto sommato positivo e sufficientemente lontano da cliché e luoghi comuni, tanto da far guadagnare allo scrittore la fama del progressista allineato con i tempi, ma oggi si sarebbero comunque levate grida indignate per la mancanza di aderenza tra l’identità dell’autore e le tematiche trattate.

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Si potrebbe dire lo stesso di Yorik. Un eroe atipico, più impegnato a combattere una depressione sempre più profonda che a salvare il mondo. Non sono certo di come la scrittura di un personaggio con una simile condizione mentale da parte di un autore che non ha mai parlato in pubblico di simili problematiche sarebbe accettata dal fumantino popolo del web.

A ulteriore prova di quanto Y: L’ultimo uomo sia comunque basato più sulla profondità delle psicologie che sui colpi di scena, abbiamo anche un numero elevato di uscite dedicate alle backstory dei personaggi. Quello di inserire brevi archi narrativi “cuscinetto” per permettere al disegnatore principale di riprendere fiato è una strategia comune nel fumetto seriale statunitense, ma è curioso come su queste pagine sia utilizzata sempre con lo stesso obiettivo.

Aaron Sorkin a fumetti

Il fatto che Vaughan sia così interessato ai suoi personaggi e li maneggi con tanta perizia non lo rende per forza di cose infallibile. Già su queste pagine emerge infatti il suo vizio di peccare di eccessiva teatralità. Come in una sorta di versione a fumetti di una serie tv di Aaron Sorkin, tutti i protagonisti delle sue storie – ma anche le semplici comparse, a dirla tutta – si esprimono sempre in maniera brillantissima, hanno tempi drammatici calibrati col cronometro e aspettano puntualmente il cambio pagina per rivelare qualche sconvolgente segreto.

Questo rende Y: L’ultimo uomo una lettura appagante e sempre appassionante, ma è come se incappassimo sempre in persone super-intelligenti. A un certo punto la sospensione dell’incredulità è messa duramente alla prova, e può succedere che l’empatia con i personaggi allenti un attimo la sua presa. L’ossessione dello scrittore per tenere alta l’attenzione del lettore è palesata anche dai continui cambi di registro: si passa da quello più drammatico alla commedia, poi si finisce in discorsi profondissimi che lasciano spazio al torpiloquio e così via.Tutto senza soluzione di continuità.

Da questo punto di vista la scelta di una disegnatrice come Pia Guerra si è rivelata senza dubbio la più azzeccata. Il suo stile semplice e pulito, fatto di anatomie realistiche e scelte lontane da ogni forma di spettacolarità gratuita, ha donato a tutta l’opera un’atmosfera intima, perfetta per accompagnare i ricchi dialoghi e i lunghi monologhi della sceneggiatura. 

Anche se i protagonisti si spostano per mezzo mondo, incontrano decine di personaggi, un sacco di gente muore male e spesso irrompe sulla pagina parecchia violenza, la percezione che si ha è sempre quella di un piccolo racconto costruito attorno a un minuscolo gruppo di sopravvissuti, alla piaga come alle proprie disgrazie personali. La regia calma e minimale della disegnatrice riesce a rendere sopportabile la scrittura per eccesso di Vaughan, spesso smontando volutamente il montare meccanico di climax ascendenti o l’arrivo di colpi di scena troppo a effetto.

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Il compito di costruire un universo visivo evocativo e subito riconoscibile fu intelligentemente affidato alle copertine, realizzate da due disegnatori dalla forte vocazione spettacolare come J.G. Jones e Massimo Carnevale. Più tradizionale il primo – quasi da romanzetto pulp – e via via sempre più stilizzato ed elegante il secondo, con l’idea di introdurre una “Y” alla base della struttura di ogni illustrazione. Mentre le pagine interne si basavano su tratti plastici e campiture solide, il primo incontro con il lettore avveniva tramite illustrazioni pittoriche ultra-impattanti, dal forte impianto drammatico.

Non si trattava di un mezzuccio da quattro soldi per vendere un fumetto, ma di un meccanismo per dare all’intero progetto un’aura di epopea epica e grandiosa. Poco importa se ci sono più chiacchiere che rutilanti scene action, in ballo c’è comunque la salvezza della vita sulla Terra. Solo che lo vediamo attraverso gli occhi di Yorik, un ragazzotto che a interpretare il ruolo di salvatore preferisce trovare l’amore della sua vita.

Ed è proprio quello il centro di tutto Y: L’ultimo uomo. Certo, ci sono anche sparatorie, morti inaspettate, crudeltà e cliffhanger da manuale. E anche temi scottanti trattati con studiata disinvoltura, dialoghi ficcanti e una buona dose di politicamente scorretto. Ma il punto centrale rimane la ricerca dell’amore della vita da parte di un ventenne che pensa ancora di fare dell’escapismo il lavoro della sua vita. Un bambinone che passa il tempo a innamorarsi – durante i sessanta numeri avrà il tempo di inanellare un buon numero di liason romantiche – e a portarsi appresso una scimmia come animale domestico.

Una vittima degli eventi – aspetto messo definitivamente in chiaro dal finale – al centro di qualcosa di enormemente più grande di lui. Vaughan e Guerra lo avevano capito al volo e, attorno a questo semplice presupposto, ci hanno costruito una delle opere più convincenti della loro carriera. Una saga post-apocalittica come non se ne erano mai viste prima, dove si parla un sacco e i sentimenti più intimi sono il motore di alcune delle svolte narrative più clamorose.

Leggi anche: Il trailer della serie tv “Y: L’ultimo uomo”

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