Amare la bomba: “Akira” di Katsuhiro Otomo e i fantasmi di Hiroshima

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Durante le Olimpiadi di Tokyo 2020, ma svoltesi nell’estate del 2021 per i fatti che tutti conosciamo, è successa una cosa che non molti hanno rilevato, forse troppo presi dall’entusiasmo per il sontuoso medagliere italiano. Il 6 agosto, infatti, si commemorava il settantaseiesimo anniversario del primo bombardamento atomico della Storia.

L’evento, che provocò oltre 100 mila vittime e pose fine alla Seconda guerra mondiale, è ricordato in tutto il Giappone con un minuto di silenzio ogni anno, il 6 agosto appunto alle 8.15, l’ora esatta in cui “Little boy” – come fu famigliarmente chiamata la bomba – fu sganciata dal bombardiere Enola Gay sulla città di Hiroshima. Tre giorni dopo, come sappiamo, un altro “ragazzino” fu sganciato su Nagasaki.

Ebbene, nel 2021, il Comitato Olimpico, in collaborazione con le autorità giapponesi, ha ritenuto di non dover osservare il minuto di silenzio per le vittime di Hiroshima e Nagasaki, nel corso di Olimpiadi volute fortemente dal Giappone proprio per favorire la ricostruzione a seguito di un altro disastro nucleare, causato dal terremoto di Fukushima del 2011. Sono ancora troppe le divisioni, troppi i possibili fraintendimenti che potrebbero crearsi verso Paesi che non accetterebbero volentieri l’immagine di un Giappone visto come “vittima”. 

Si è preferito dunque destinare alla Cerimonia di chiusura dei Giochi un generico ricordo a tutte le vittime della Storia. In sostanza, a 76 anni di distanza da quella strage, si è ritenuto che il tema fosse ancora troppo “divisivo”, per essere affrontato nel corso di una manifestazione che dovrebbe commemorare la pace e il rispetto tra i popoli del mondo.

Il rapporto conflittuale del Giappone con quell’evento (la coppia di “little boys” che si abbattè su Hiroshima-Nagasaki) è difficile da capire per noi occidentali, perché ribadisce continuamente un peccato originale, mette sale su una ferita storica non ancora rimarginata. Quelle bombe, che da una parte uccisero migliaia di innocenti, dall’altra marcarono la fine di una guerra che il Giappone aveva vissuto dalla parte “sbagliata”, una colpa che il Paese sente di non avere ancora scontato.

Quel fatto così traumatico ha segnato in modo indelebile la coscienza del Paese, come possiamo constatare grazie alle opere di grandi narratori giapponesi del Dopoguerra come Osamu Dazai, Yasujirō Ozu, Osamu Tezuka, Yoshihiro Tatsumi o i fratelli Tsuge. Uno dei passaggi fondamentali nella definizione di questo rapporto conflittuale con la bomba (e con l’Occidente che l’ha prodotta) è in Akira, il celeberrimo manga (e anime) di Katsuhiro Otomo.

Appena ripubblicato in Italia da Panini in un’edizione in 6 volumi, per la prima volta con senso di lettura alla orientale, Akira è un’opera visivamente potentissima, disegnata da Otomo (con l’ausilio di un team di assistenti) tra il 1982 e il 1990 e ambientata in un Giappone post-apocalittico reduce da una guerra nucleare, a ridosso (guarda un po’) delle Olimpiadi del 2020.

In questa Neo-Tokyo che si avvia alla ricostruzione (qui potete farvi un’idea), si muove un gruppo di motociclisti senza arte né parte, ragazzini sbandati che si riuniscono in bande in costante lotta tra loro per il dominio della strada. A bordo delle loro sfavillanti e futuristiche motociclette, questi orfani-teppisti sono coinvolti loro malgrado nelle conseguenze di un progetto militare fallimentare, quello da cui tutto cominciò: quando un bambino speciale, dotato di poteri sovrumani, distrusse la vecchia Tokyo e fece scoppiare la Terza guerra mondiale. Akira è il nome del “little boy”: una bomba atomica vivente, la personificazione della più grande paura del Giappone. 

Ora, a guerra conclusa, Akira è tenuto in una capsula di ibernazione criogenica, in attesa di essere risvegliato (e sfruttato) quando l’umanità sarà in grado di controllarlo. Ma le cose non sono così semplici: ci sono altri bambini come Akira che sono pronti a deflagrare. E il più potente e spietato di tutti, Tetsuo, conosce bene l’umiliazione della sconfitta, e non intende lasciarsi sopraffare da alcuna autorità.

Se Akira è la personificazione della bomba americana, di quel potere distruttivo e misterioso che deve essere tenuto sotto controllo per non produrre conseguenze devastanti, Tetsuo è invece l’effetto incontrollato della bomba. Nel suo corpo pulsante e canceroso si identificano le vittime innocenti delle città distrutte dall’esplosione, gli hibakusha ovvero i sopravvissuti al disastro, ridotti oggi a poco più di 50 mila persone, e le donne radioattive che nessun uomo voleva sposare. Tetsuo è la cattiva coscienza di un Giappone che si arrende all’autorità, all’Occidente vincitore, e si illude di poter tenere nascosta la bomba (e le sue conseguenze) per poterla un giorno controllare. Anche a costo della propria identità o della propria sopravvivenza. 

Non è un caso che l’opera di Otomo sia fortemente occidentale nella rappresentazione, nello stile visivo e persino (fino a quest’ultima edizione, che rimette le cose in ordine) nella modalità di lettura. Insieme ad autori come Jiro Taniguchi, Satoshi Kon, Masamune Shirow e Hayao Miyazaki, Otomo ha ben presente quale deve essere il suo pubblico di riferimento. Il suo sguardo non è mai locale, ma si sforza di portare la propria esperienza di giapponese in un contesto universale.

Il suo lavoro, nell’ottica ovviamente di un prodotto di intrattenimento il cui obiettivo principale è divertire, non manca tuttavia di una riflessione più profonda: si configura come una critica al potere, che dal suo punto di osservazione è un potere occidentale, la prospettiva del vincitore che vuole educare lo sconfitto, a partire dall’evento deflagrante che, come un big bang, ha sancito la storia del suo paese nel Dopoguerra. La sua opera riflette sulla violenza di un evento i cui effetti agiscono sotterraneamente nell’anima del Giappone, riscrivendone il DNA come fa la radioattività sulla struttura dei corpi. 

Come spesso accade nei manga, il mondo degli adulti è un mondo di genitori assenti o falliti, un mondo di colonnelli che perdono tutte le guerre e di politici senza memoria che usano la tecnologia solo per distruggersi a vicenda, che costruiscono villaggi olimpici che non apriranno mai, che maneggiano armi che non sono capaci di usare. Il Giappone di Otomo rappresentato in Akira non è poi così diverso da quello che si rifiuta vigliaccamente di celebrare le vittime di Hiroshima durante le Olimpiadi.

Restano solo i “little boys”, i ragazzini teppistelli, senza famiglia e senza speranza, senza una storia a cui aggrapparsi per rivendicare antiche ferite, che possono provare a distruggere il mondo per ricostruirlo. A loro è demandato il compito di scrivere una pace possibile e tentare una riconciliazione con gli errori del passato. Sono loro le tracce indelebili del grande bang da cui partire per immaginare un mondo nuovo.

Akira – Nuova edizione 1-6
di Katsuhiro Otomo
Panini Comics, marzo-agosto 2021
Brossurati con sovraccoperta, b/n e colori
22,00 € cad. (acquista online)

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