Gli Eterni ripartono col botto

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A dispetto del nome dei personaggi, i fumetti degli Eterni non è che abbiano mai avuto tutta ‘sta gran vita. Nati nel 1976 per mano di Jack Kirby, gli Eterni sono il risultato delle manipolazioni genetiche di potenti alieni chiamati Celestiali durante la preistoria. Partendo dalle scimmie che popolavano la Terra, i Celestiali produssero 100 Eterni e 100 Devianti, esseri deformi e malvagi.

Il gruppo ha vissuto solo due fasi editoriali meritevoli. Quella di Kirby, tecnofantasy, baritonale, altisonante, come era tipico delle narrazioni strano-bibliche del fumettista, che aveva inventato gli Eterni sulla scia di una sua precedente creazione, i Nuovi Dei di DC Comics; e quella di Neil Gaiman che, con un John Romita Jr. kirbyano ai disegni, nel 2006 ripensò il gruppo per i lettori del nuovo millennio.

In generale, questi personaggi sono rimasti pressoché quelli immaginati da Kirby, esseri divini che guardavano più alla mitologia greca che a Spider-Man, parlavano di concetti enormi e personaggi onnipotenti. Poi però negli anni, a causa del continuo gioco al rilancio compiuto dagli autori Marvel che ha portato alla creazione di nuove categorie di esseri senzienti, imperituri e ineffabili come il divino, gli Eterni hanno perso il loro smalto, normalizzandosi, riducendo la portata delle loro storie.

Non essendo mai stati personaggi di prima fascia, ci sono stati grandi periodi di vuoto che hanno lasciato latente la loro potenzialità, un po’ perché osteggiati dall’editore e un po’ perché era difficile trovare delle chiavi di lettura interessanti. Di recente, Jason Aaron ha messo al centro della sua gestione di Avengers i Celestiali e di rimando gli Eterni, uccidendoli tutti. Ora, in occasione della trasposizione cinematografica, è arrivato un team creativo di peso a rilanciarli: Kieron Gillen ed Esad Ribic.

Gillen, ex-recensore di videogiochi passato a scrivere fumetti di culto come Phonogram e The Wicked + The Divine, è abituato a sovrapporre strutture estranee alle storie su cui lavora, a ragionare sui cattivi e ad approcciarsi a ciò che racconta sempre in maniera laterale: Young Avengers era una serie supereroistica con uno sviluppo alla Breakfast Club, Journey into Mystery satireggiava le mitologie con grande autoconsapevolezza, Darth Vader era una commedia nera d’ufficio sotto falso nome. Su Eterni il suo atteggiamento iconoclasta si è fatto invece più discreto.

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Gli Eterni di Kirby erano una variazione su un tema che stava prendendo piede in quegli anni, la teoria pseudoscientifica degli antichi astronauti, resa popolare da libri come Gli extraterrestri torneranno. Il Re li aveva mischiati con un po’ di design precolombiano e le sue solite fonti – la mitologia, la Bibbia, Shakespeare – per creare una storia che parlasse del fronte comune che avrebbero dovuto fare umani, Devianti ed Eterni contro il ritorno degli dei (i Celestiali).

È un’idea che Marvel Comics ha sempre cercato di smantellare, perché era evidentemente un terreno simil-religioso in cui non valeva la pena inoltrarsi – ma in cui comunque Jason Aaron è provato a tornare nel suo ciclo su Avengers. Anni dopo la serie originale, Neil Gaiman aveva preso invece le sue, di fonti, e aveva trasformato il supergruppo in una versione marvelliana del suo romanzo American Gods, il cui spunto (esseri divini in un contesto umano) fu applicato agli Eterni. E quindi la storia girava attorno agli stessi temi del romanzo: la memoria, i ricordi, il folklore, le divinità calate nel quotidiano. 

Gillen va da tutt’altra parte, cercando di far tornare tutte le narrazioni che hanno coinvolto gli Eterni entro un unico arazzo narrativo coeso, pur introducendo alcune novità. Gli Eterni di Gillen sono tecnoalieni più che semidei, angeli guardiani creati da divinità (i Celestiali), e infatti Ikaris diventa letteralmente l’angelo custode di un ragazzino, Toby, in seguito a una premonizione che lo vedeva incolparsi della sua morte. Di contro, i Devianti non sono creature intrinsecamente malvagie, solo alcuni di essi lo sono (come sottolinea la voce narrante, sarebbe come giudicare la razza umana sulla base del comportamento di un serial killer).

I primi sei numeri della serie sono fatti di intrighi di palazzo, relazioni tra personaggi, qualche scontro con il cattivone di turno, riflessioni sulla natura del divino e sulle responsabilità del supereroe. Gillen presenta gli Eterni come personaggi nuovi e vecchi allo stesso tempo, bilanciando tra i dettagli introduttivi e gli elementi che gli servono per portare avanti la nuova storia, mentre l’azione e l’avventura sono relegate ai margini di una vicenda sofisticata che non cerca facili ammiccamenti. 

Eterni di Gillen e Ribic è un susseguirsi di spazi maestosi, che lo sono anche quando non dovrebbero, facendo sembrare le fogne di New York – in cui è ambientato uno scontro tra Ikaris e un Deviante – o la periferia in cui abita Toby luoghi degni di un re. Non c’è da stupirsi che sia stato scelto come disegnatore di queste sceneggiature Esad Ribic, reduce da alcuni anni passati a disegnare egregiamente Thor e ormai abituato alla dimensione della regalità di corte.

Attraverso inquadrature larghissime, in cui staglia personaggi minuscoli contro fondali che la pagina non riesce a contenere tanto sono grandi, Ribic ha la capacità di creare pathos e senso dell’epico con due linee. Non potrebbe fare di più con meno. Famoso per le sue tavole dipinte, da anni Ribic è passato alle matite nude, su cui poi, in sincrono con il colorista (Matt Wilson, in questo caso), applica un effetto pastello alle superfici e una palette cromatica che restituisce la sensazione di luoghi illuminati ma affogati nella nebbia.

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Il peso dei corpi e le pose smargiasse conferiscono ai personaggi quella presenza che si richiede a esseri semidivini. Ikaris, per esempio, è animato da un forte senso del dovere, e la faccia rabbuiata che gli disegna addosso Esad Ribic è solenne, mai rilassata o compiaciuta. Sono, semmai, le espressioni di stupore a non venire tanto bene al disegnatore, specie in soggetti come Sprite o Toby.

Il difetto maggiore è più di tono che di contenuti. A narrare la vicenda è la Macchina, ossia il potere che permette di resuscitare un Eterno morto. Con questa voce narrante, Gillen sbeffeggia la solennità della storia creando però una cappa sopra i personaggi, puntualizzando, spiegando, ironizzando, arrivando persino a utilizzare le emoji, in un maldestro tentativo di rifare Nextwave con dei personaggi che non meritano tutta quella commiserazione. L’umorismo di Gillen è asciutto e mai così dirompente, sia chiaro, ma lo stridore tra la regalità dei dialoghi e il distacco ironico, quasi metatestuali, delle didascalie è evidente.

Inoltre, a corollario di questa scelta stilistica, la voce narrante è anche protagonista di occasionali grafici inframezzati alle vicende. In questo senso, Eterni paga i danni (incalcolabili) causati delle infografiche applicate ai fumetti, dopo che Jonathan Hickman ha fatto credere a tutti quanto comodo e sofisticato fosse spargere a pioggia qualche tabella. Già Hickman ne sta facendo una sorta di patologia (Three Worlds, Three Moons, il fumetto che sta scrivendo per Substack, è più testo che disegno), ma almeno lui lo fa con uno scopo, accenna a relazioni, implica connessioni che poi sta al lettore scoprire.

Qui, le infografiche sono liste di nomi e luoghi, elenchi che risuonano a vuoto nella mente di chi li legge. Per ora, questo elemento trova poco riscontro nella storia, ma se anche dovesse venire giustificato in maniera consona più avanti, non mi sembra una trovata granché felice. Per come si chiudono le vicende di questo primo volume di Eterni è chiara una cosa: la direzione intrapresa di Gillen e Ribic è nuova e diversa dalle precedenti versioni di questi personaggi, l’approccio è adulto e quasi drastico, specialmente per un franchise sull’orlo del mainstream.

Eterni 1: Solo la morte è eterna
di Kieron Gillen ed Esad Ribic
traduzione di Andrea Toscani
Panini Comics, ottobre 2021
cartonato, 152 pp., colori
18,00 € (acquista online)

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