“La Famiglia Addams 2” è un film sulla diversità

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La Famiglia Addams 2 è il sequel dell’animazione computerizzata diretta da Conrad Vernon e Greg Tiernan, uno di quei film 10x: costato 24 milioni di dollari, con un cast di voci di tutto rispetto nella versione originale (Oscar Isaac, Charlize Theron, Chloë Grace Moretz, Finn Wolfhard, Nick Kroll, Snoop Dogg, Bette Midler e Allison Janney) ne ha guadagnati 204 milioni. Il sequel appena uscito è sulla stessa strada, con difetti simili e un gigantesco asset: alla fine, è un film sulla diversità.

Facciamo un passo indietro. L’immaginario di un paio di di generazioni è congelato sul telefilm che ha messo in scena la “Addams Family” dal 1964 al 1966 con un cast di attori miracoloso: Carol Jones nella parte di Morticia, John Astin in quella di Gomez, e poi Ted Cassidy, Blossom Rock, Ken Weatherwax e Lisa Loring. Con un tema musicale da Oscar composto da Vic Mizzy, quella è la Famiglia Addams che tutti ricordiamo e che pochissimi hanno visto di recente. Le millemila rivisitazioni anche cinematografiche hanno sempre combattuto con quell’ideale imbattibile e con l’originale, che era ontologicamente impossibile da superare.

La Famiglia Addams nasce infatti da una intuizione di Charles Addams, cartoonist del New Yorker, che amava uno spirito dark, macabro, a tratti surreale. Anzi, a tratti “non-surreale”, visto che le vignette singole erano piccoli capolavori di humor nero. Quei pannelli esplosivi, quelle vignette lunari, quelle atmosfere impossibili da declinare in alcun modo senza perdere di leggerezza e credibilità. È un male antico, che ben conosciamo, perché moltissime produzioni statunitensi si sono rovinate in questo modo, si tratti di trasposizioni da un media all’altro o semplicemente di seguiti e rivisitazioni.

È la mania del “completismo” che ha rovinato le tante messe in scena di opere di fantasia che si reggevano su sottili ambiguità e doppi sensi, quinte sociali dietro alle quali non c’era nient’altro che la fantasia del loro autore e l’immaginazione debitamente stimolata del pubblico. Un esempio è Rogue One, il film di Star Wars nato perché in una singola battuta di Episodio IV buttata lì forse all’ultimo minuto per dare un po’ più di drammaticità a un passaggio (i preziosi piani della Morte Nera, che per essere presi sono costati la vita a spie coraggiose) ci si è immaginato qualcosa di più complesso. Le idee vengono prese e analizzate, scomposte e poi ricomposte sino a crearci sopra una intero film.

La Famiglia Addams televisiva di Nat Perrin negli anni Sessanta aveva evitato questa trappola, creando un universo fragile e fatato che aveva come necessità imprescindibile quella di restare leggero nella nostra mente come una storia raccontata la sera per far addormentare i bambini e non per essere riorganizzato in maniera coerente e credibile come un sistema fisico alternativo ma funzionante, una specifica geometria euclidea. Ah, maledetti spiriti concreti di Hollywood che quando gli indichi la Luna ti fotografano il dito.

Beh, dopo tanti fallimenti, certamente La Famiglia Addams 2 non è un capolavoro della cinematografia d’animazione. S’è vesto di molto meglio, sia in termini di animazioni dei personaggi che di scrittura, snodo della trama, ricerca dell’effetto, costruzione dell’impalcatura della storia. Però, perché c’è un però, solo un giudizio superficiale vedrebbe in La Famiglia Addams 2 un film sgangherato e fanciullesco, con notevoli buchi di trama e anche qualche pesante incoerenza nello sviluppo della vicenda. Invece, al di là di tutto, c’è un genuino e vitale desiderio di superare la trappola del completismo e mettere in scena qualcosa d’altro, di più profondo e viscerale.

La Famiglia Addams 2 è una storia sulla diversità, sulla stranezza, sul freak, che non delude, anzi se ci si lascia andare ci fa sprofondare in una narrazione stranamente disadatta a dei bambini incellofanati nel perbenismo del politicamente corretto e della favola disneyana sempre pettinata. Invece, qui si scivola facilmente nel volgare, nello scurrile, nello storto, nell’unghia che graffia la lavagna. Non si capisce bene se per colpa degli autori o per una volontà progettualmente alquanto sofisticata.

La Famiglia Addams 2 è una storia di freak a 360 gradi. È una storia di mostri e di persone genuinamente storte, ibridate con animali, deformi, mostruose, rigide, mosse da pulsioni spaventose, amanti del terrore, rappresentanti del male che si agita, come forma di pazzia, neanche tanto in profondità nella mente della gente. E la cosa incredibile e magica del film è che questi mostri non sono i membri della famiglia Addams, bensì tutti gli altri. E anche loro, benintenso.

Si gioca con leggerezza sull’idea di famiglia, sulla complessità dei sentimenti a prescindere da chi li ospita, si sconfigge più volte qualsiasi traccia lombrosiana presente nel retro del nostro cervello per portare fuori alcune considerazioni piuttosto semplici: siamo tutti dei mostri e il mondo è popolato di persone storte, la famiglia è una costruzione sociale, la figliazione anche e temi come la diversità e l’omosessualità sono quasi barzellette messe di fronte alla vera e profonda neuro-fisico-varietà che abita il mondo.

Forse sono io che ci vedo più di quello che non c’è dentro, ma in un film che miracolosamente va avanti per un’ora e mezzo scivolando tra una battuta che non funziona e una gag che non ha agganci, pian piano emerge un disegno, come un volto di una farfalla morta disegnata con una macchia d’inchiostro simmetrico e nero come la pece tra due pagine bianche di un libro. È la famiglia Addams, che ci ricorda che nessuno è normale, se ha il coraggio di guardarsi allo specchio. E gli altri lo sanno, fanno solo finta di nulla perché sono terrorizzati di essere così anche loro (e lo sono).

Il film si fa vedere e, dopo i primi 30 minuti in cui viene voglia di andare a casa, diventa divertente. Anche per i bambini. Ma non li lasciate da soli, e sopratutto non restate da soli con loro.

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