Chi era Mario Tchou? Come mai era alla guida di uno dei più importanti progetti di ricerca della Olivetti degli anni Cinquanta? Quali erano i risultati che aveva raggiunto e soprattutto quali altri avrebbe potuto raggiungere se non fosse morto in un incidente automobilistico in autostrada a soli 37 anni? La storia dell’Elea 9003, il primo computer a transistor del mondo – che era stato creato in Italia, prima ancora di quello di IBM – è la storia di un universo parallelo, di sliding doors che avrebbero potuto portare la storia del nostro Paese e dell’informatica mondiale su un binario divergente e completamente diverso.

Se Olivetti avesse consolidato la sua Divisione Elettronica, voluta da Adriano (che morì di infarto in un treno notturno diretto in Svizzera, dove aveva alcuni impegni di lavoro, pochissimo tempo dopo), e non fosse invece stata smantellata e venduta agli americani di General Electric per volontà soprattutto di Vittorio Valletta – uomo Fiat per eccellenza e all’epoca curatore della riorganizzazione dell’azienda insieme a Mediobanca e al gotha dell’industria e finanzia italiana – forse oggi l’azienda di Ivrea sarebbe una delle più grandi piattaforme planetarie della tecnologia e, accanto ad Apple e Google, prima di Microsoft e Facebook, ci sarebbe anche Olivetti. Forse. Perché tutto alla fine ruotava attorno a un uomo del quale in realtà sappiamo pochissimo.

Mario Tchou, infatti, è una specie di mistero. In parte perché ha vissuto (ed è morto) in un’epoca in cui le informazioni che si potevano raccogliere sulle persone erano poche (poche foto, poche storie) e in parte perché la sua identità di cinese nato in Italia che aveva studiato in America ed era diventato il responsabile della progettazione e creazione del primo vero computer Olivetti a transistor, l’Elea 9003, è stata rapidamente dimenticata, così come quasi tutta quella fase della nostra storia che si sviluppa nell’immediato dopoguerra.

L’uomo è un mistero a cavallo di mondi diversi, di epoche diverse, di significati diversi: la sua storia e quella della sua famiglia ci dicono moltissimo della storia delle comunità cinesi in Italia, ma anche tanto della storia dell’industria italiana e della trasformazione (mancata) dovuta alla prima onda di computer negli anni Cinquanta e primi Sessanta.

la macchina zero olivetti mario tchou

Infine, ci dicono ancora di più Olivetti, l’utopia, le possibili evoluzioni di un mondo che oggi sembra distante come un film in technicolor con John Wayne e che invece appartiene alla storia dei nostri nonni o bisnonni. Un mondo che arriva molto prima della Olivetti informatica degli anni Settanta e Ottanta, molto prima delle trasformazioni mondiali generate dai nascenti colossi dell’epoca, tutti americani a parte l’azienda italiana fondata da Camillo nell’Ottocento e già da tempo andata alla conquista dell’America vendendo macchine per scrivere (e comprando la Underwood) per poi cercare di trasformarsi come il suo avversario dell’epoca IBM (anch’essa nata per produrre macchine da ufficio) in un’azienda che produceva computer.

Si condensa – o meglio, prendendo la parola a prestito dalla chimica, potremmo dire “precipita” – tutto in questo libro a fumetti: La macchina zero: Mario Tchou e il primo computer Olivetti, appena pubblicato da Solferino, casa editrice del gruppo RCS. Lo hanno scritto e disegnato due autori italiani che da due anni lavorano a questo progetto, con certosina pazienza, raccogliendo materiali, facendo interviste, preparando la cornice all’interno della quale avvicinare il lettore. Perché di riassuntoni e spiegoni di quanto fosse importante Mario Tchou e l’Olivetti della Divisione Elettronica che creò l’Elea 9003 ne è piena internet. Ma nessuno finora era andato così in profondità e così bene.

Ciaj Rocchi e Matteo Demonte non sono alla loro prima prova sul long form del fumetto né sulla scelta di temi storici, articolati. Praticano un genere a cavallo tra idee e suggestioni diverse, una sorta di “creative non-fiction comics” che preferisco al termine non del tutto equivalente di “graphic novel”, che poi molto spesso non è racconto di fantasia ma indagine o saggio.

la macchina zero olivetti mario tchou

Rocchi e Demonte hanno scritto e disegnato tanto sulle pagine de La lettura del Corriere della Sera, raccontando spicchi di mondi e di storie diverse. Sono esploratori, viaggiatori che si appassionano a un periodo, a dei personaggi, a una storia, e cercano di trovarne gli indizi, ricostruirne i passaggi e dargli consistenza, solidità.

Archeologi forse, più che storici, per via del gusto con il quale rimettono in scena quel che è successo. E non sono assolutamente nuovi alle narrazioni lunghe basate su fatti storici soprattutto se toccano la comunità cinese in Italia, come sappiamo per aver letto Chinamen, che racconta un secolo di cinesi a Milano, e il precedente Primavere e autunni, che svela e rivela la natura ancora più personale di questa ricerca sulle comunità cinesi a Milano e in Italia, visto che Demonte è il nipote del protagonista, Wu Li Shan.

Qui a fare la differenza è l’ambizione dell’opera e la sua realizzazione. Rocchi ha cambiato stile di scrittura nel corso degli anni, maturando una capacità narrativa sempre più fluida, quasi romanzesca, ma lucida e agganciata al reale. Niente voli pindarici o invenzioni: solo un’aderenza al reale che è elegante e leggera, fatta di quella leggerezza precisa e sintetica di cui parlava Italo Calvino nelle sue lezioni americane. La parte “creative” della non-fiction sta diventando il linguaggio naturale di Rocchi, che rende sempre meno didascaliche e fredde le ricostruzioni di periodi storici e racconti di persone, insufflando la vita e rendendo attuali scorci di tempo ormai perduto.

Il lavoro di scrittura qui è minuzioso, articolato, estremamente lungo nella sua fase preparatoria ma scorrevole e avvincente nell’esecuzione. Arricchiscono tutto anche la ricerca iconografica e poi le pagine di ricostruzione, alla fine del libro, che vedono anche dei brevi saggi sulla storia di Mario Tchou e del contesto storico o culturale della comunità italo-cinese scritti da alcuni studiosi e da colleghi dell’epoca come Franco Filippazzi. Il lavoro è stato enorme e si vede, ma il libro scorre con insolita grazia.

L’altra metà della coppia – non solo professionale – è Matteo Demonte, che ha portato a compimento il suo stile originale e molto personale di illustrazione della vicenda. Demonte lavora a computer creando tavole che sono miniature e collage che richiamano sogni e fantasie grafiche degli anni Sessanta: sovrapposizioni di decine e decine di immagini apparentemente “filtrate con Photoshop” e invece frutto di un lavoro sapiente di digitalizzazione, conversione, dithering, trasmutazione. Ingannevoli, ed è questa la grandezza e al tempo stesso il pericolo più grande del suo stile.

Pericolo perché è facile sottovalutare il lavoro di costruzione oltre che di ricostruzione, bollandolo come “un collage di fotografie digitalizzate ed effettate” (ma non potrebbe essere più lontano dal vero), e dall’altra parte la sua grandezza perché Demonte ha trovato il modo di plasmare la materia.

Come gli artisti del collage e delle Polaroid trasformavano la materia prima informe in una serie di eleganti costruzioni, Demonte riesce a progettare spazi e figure partendo dalla sua visione interiore, e per farlo è capace di cannibalizzare qualsiasi immagine trovi, aggiungere la versione sintetica di oggetti reali oppure la produzione originale di oggetti (e persone) inesistenti. Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni particolare ha un senso e un significato, si ricollega per analogia o per ricerca quasi sinestetica a qualcosa che esiste davvero.

In questo lavoro della coppia ha un ruolo particolare il colore di fondo, che cambia con le esigenze psicologiche del racconto e serve a sottolineare ed evidenziare la storia che viene ricostruita. Il coloring è stato fatto da Ciaj Rocchi e ha un ruolo centrale nella capacità di generare l’emozione delle atmosfere, indirizzando il lettore con una sensazione in più verso il senso di quello che viene scritto e disegnato.

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La storia di Mario Tchou è un mistero sul quale Rocchi e Demonte hanno acceso una luce. È la storia di un uomo a cavallo tra mondi diversi e sintesi di possibilità che solo lui avrebbe potuto catalizzare e far esprimere. Sullo sfondo della storia istituzionale, delle tensioni geopolitiche tra Usa, Cina e Urss, di quelle in Cina tra nazionalisti e comunisti, dell’Italia che passa dal Ventennio fascista a una guerra devastante sino alla ricostruzione e pensando alla nascita di utopie il cui unico limite è il cielo, senza dimenticare la potenzialità enorme della rivoluzione digitale e del suo rapporto (mancato) con il genio italico, c’è un uomo.

È un uomo sereno, energico, intenso, capace di un pensiero profondo e molto più complesso di quello che ci aspettiamo di trovare nei nostri interlocutori abituali. Gentile, leader potente ma mai violento, con mano ferma ma delicata: poteva essere uno degli uomini che hanno fatto grande il Ventesimo secolo. E ci sarebbe riuscito se non avesse per sempre 37 anni, se non fosse morto il 9 novembre del 1961.

Oggi avrebbe avuto 97 anni, forse non sarebbe mai arrivato a lambire il secolo di vita, ma sicuramente avrebbe portato Olivetti e la sua divisione elettronica molto più avanti. A noi piace pensare che, da buon figlio di due mondi così lontani e diversi, Tchou avrebbe saputo trovare delle sintesi inedite e avrebbe cambiato l’Italia un po’ in meglio.

La macchina zero: Mario Tchou e il primo computer Olivetti
di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte
Solferino, ottobre 2021
cartonato, 192 pp., colore
20,00 € (acquista online)

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