“Venom – La furia di Carnage” è un film sgangherato

venom la furia di carnage

Se mia nonna fosse ancora viva e avesse visto Venom – La furia di Carnage, mi direbbe: «Antonio, questo film è veramente sgangherato». L’anziana madre di mia madre purtroppo da qualche decennio non può più attendere alle mortali attività tipiche del regno dei vivi, come ad esempio andare al cinema, pur essendone stata appassionata in gioventù.

E se anche io la immagino, come la ricordo, una signora anziana e quindi “nonna”, in realtà era una giovane ragazza di un piccolo paese della Lunigiana (Giucano: e scommetto che non sapete dove si trova) che prima delle guerra aveva una chiesa, una trattoria e tre cinema. Qualcosa, della magia del grande schermo l’aveva vista. Però dal sequel di Venom non si sarebbe fatta prendere.

Vedi Antonio, mi avrebbe detto, il problema è che è un film di passaggio. Per “passaggio” l’anziana madre di mia madre avrebbe inteso dire che è un ponte tra il primo film di Venom, tutto sommato godibile, e quello che verrà dopo, che ancora non conosciamo ma che probabilmente rimetterà al centro il simbionte Klyntar e il suo tatuato ospite Eddie Brock – interpretato (e in parte scritto) da Tom Hardy.

Il problema con Venom – La furia di Carnage, che è un film rumoroso e piuttosto mediocre oltre che ingarbugliato, è che non ha un’idea portante. Ha messo dentro Woody Harrelson nel ruolo del cattivo, ma ormai il vecchio Woody è appesantito e la parte dello psicopatico puro non gli viene più fresca come una volta: una “furia di Carnage” che non spaventa e non intriga più di tanto. Non tutti i giovani promettenti psicopatici poi invecchiano come Jack Nicholson, per dire. Non parliamo poi della giovane Naomie Harris (la “vocina flautata” del film), sostanzialmente sprecata con un ruolo che non decolla mai e finisce anzi per restare isolato sotto una campana.

La nonna, che era cresciuta in un’Italia non troppo diversa dall’attuale, impoverita dalla Prima guerra mondiale e dalla pandemia di spagnola per poi finire in mano al ventennio del fascismo e infine piallata dalla Seconda guerra mondiale, era in un certo senso abituata alle narrazioni lineari come quella di Venom – La furia di Carnage. Un film che corre su un binario unico, senza variazioni ma anche senza guizzi o intuizioni. L’Italia degli anni Venti, Trenta e Quaranta amava le narrazioni lineari. Solo che ci sono narrazioni lineari e narrazioni lineari.

Nel caso di questo film, la linearità ricorda una specie di encefalogramma piatto, ma, direbbe la nonna, non bisogna essere impertinenti. A giudicare dai titoli di coda un migliaio di persone ha lavorato per un paio di anni alla realizzazione del film: ci vuole rispetto anche se è sgangherato.

Per fare un paragone più positivo, guardando Venom – La furia di Carnage ci sarebbe da ripensare a film della tradizione americana dei buddy movies degli esordi, quelli con la coppia di amici impegnati in una specie di bromance litigarella: la strana coppia pensata dal commediografo Neil Simon, ma anche la maggior parte dei film di Jack Lemmon e Tony Curtis (avete presente quel capolavoro di A qualcuno piace caldo, con Marilyn Monroe al massimo della forma?) o Cary Grant e Randolph Scott fuori dal set.

venom la furia di carnage

In ogni caso, è una Hollywood con dei film in cui i dialoghi procedono scintillanti tra un calambour e un gioco di parole, sempre sul filo dell’equivoco, alle volte dell’ambiguità e sempre di quel filo di non-sense molto british e molto leggero che in America è arrivato grazie all’ingiusto esilio di P.G. Wodehouse dal natio Regno Unito.

Ci sarebbe da ripensare a quei film, direbbe la nonna in modo conciliante, perché anche Venom e Eddie Brock provano e riprovano le mosse verbali di una bromance che questa volta però non ha i tempi giusti e non parte mai. C’è qualche battuta in più, soprattutto verso il finale, che però non emoziona più di tanto. Al confronto, sembra che i testi di Deadpool glieli abbiano scritti i fratelli Marx. Ma si sa, Ryan Reynolds (che come Tom Hardy con Venom mette anche lui le mani nella produzione e nella scrittura dei film dell’antieroe), è dotato di un genuino e apprezzabile senso dell’umorismo. Hardy proprio no.

Il grande vantaggio di Venom – La furia di Carnage, avrebbe detto la nonna, è che almeno dura poco: 97 minuti, che diventano 88 con i titoli di coda (ma la scenetta – che non spoileriamo – è subito dopo il primo blocco di titoli: non c’è bisogno di guardare la lista faraonica di animatori 3D e 2D e soprattutto: ma quanta gente lavora a questi film? Pazzesco). Bastano 88 minuti e poi passa tutto: dolore e senso di pesantezza.

Un film ponte, che porta da qualche altra parte, tutto sommato evitabile. Se l’universo cinematico Marvel e Venom sono destinati a incontrarsi (come potrebbe essere per loro e per Deadpool), questo film è solo un segnaposto per quello che potrebbe avvenire più avanti. O pocomeno.

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