I “Giorni felici” di Giulia Spagnulo, in arte Zuzu

giorni felici zuzu coconino

In un’intervista rilasciata a Luca Valtorta per Robinson, Giulia Spagnulo, in arte Zuzu, dichiarava il suo amore tardivo per il fumetto, nato al Bar Verdi, un caffè letterario di Salerno dove aveva scoperto un altro modo di fare – e soprattutto di leggere – i fumetti tra le pagine di La mia vita disegnata male di Gipi. 

Nel graphic novel d’esordio, Cheese, pubblicato sempre da Coconino Press, l’influenza del segno sfilacciato dell’autore era più che evidente: il tratto ruvido, ma al contempo liquido e bituminoso, rifletteva la scelta anacoretica che aveva condizionato l’estetica privativa del graphic novel autobiografico di Gipi. Per parlare del sé, per muoversi lungo i confini di un corpo che si faceva linguaggio e azione, Zuzu aveva intessuto con un segno che virava al nero – sorta di body horror esistenziale – la sua formazione sentimentale in una Salerno sospesa tra il weird e l’ex voto pompeiano. 

Nella medesima intervista citava come nume tutelare anche Simon Hanselmann, e non si può non pensare all’autore di Megahex, guardando le prime tavole del nuovo lavoro di Zuzu, Giorni felici. Un balenottero di quasi 500 pagine in cui l’autrice ha trasfigurato la sua esperienza in un romanzo caratterizzato da un intreccio serrato tra invenzione e autobiografia per gestire una materia complessa e incandescente.

Al centro del nuovo fumetto di Zuzu c’è la doppia vita di Claudia: in una dialettica continua tra passato e presente, vediamo scorrere frammenti di vita sospesi tra l’idilliaco e il nevrastenico. Claudia è creatura carnale e ferina, ma, al contempo, fragile e smarrita. Il naso “spagnulo” – marchio di fabbrica dell’autrice – scompare, ma l’alter ego di Giulia acquista un corpo animalesco, con zanne da cinghiale, ali e coda: una sfinge o una manticora, un essere venuto fuori da un bestiario medievale o da un codice miniato. 

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Le trasformazioni di Claudia – che sembrano lasciare indifferente chi le sta intorno – sono correlati oggettivi delle sue emozioni, dei suoi affetti. Più che le situazioni – che i lettori troveranno familiari e immersive – sono i sentimenti a dare corpo a quanto Zuzu ci racconta: le cosiddette “tonalità emotive” (Stimmungen).

Claudia è reduce da una lunga relazione tossica che le ha lasciato addosso (e dentro) evidenti segni. Giorgio, quarantenne bassista di una cover band dei Radiohead (già questo basterebbe a odiarlo) è il suo grande amore, ma anche la causa di una lunga sofferenza. Piero è l’amore idilliaco – puro nella sua ingenuità – che si pone come rinascita (non sono peregrine le metafore “bucoliche”). 

Nella tensione continua tra il passato e il presente, Claudia deve ritrovare se stessa e rinascere, partendo dal suo corpo e dalla sua femminilità. Emblematica è la sequenza iniziale del mestruo, tra le più riuscite del volume, una sintesi morbida tra lo stile di Cheese e quello nuovo maturato grazie all’esperienza della rubrica Affari di Zuzu apparsa sulle pagine di Robinson.

La storia non ha nulla di eccezionale, ma è proprio in questa ordinarietà che ZUZU riesce a declinare e ad esplorare una serie di concetti che, nonostante l’apparente semplicità, riescano a squadernare un’interessante complessità. La forza e l’asperità di alcune situazioni vengono smorzate attraverso un uso finalmente sapiente della narrazione e uno stile volutamente infantile e weird, che di volta in volta, stempera e acuisce i passaggi più forti. 

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La ricerca di uno stile che andasse al di là di quello asfissiante di Cheese trova nel colorismo fauvista e naïf un’ottima sintesi (anche se più di una volta nella parcellizzazione della tavola si respirano atmosfere derivative). Interessante è il montaggio: Zuzu gestisce con fluidità e naturalezza tanto la sequenze più nevrasteniche, quanto i dialoghi con un campo e controcampo. L’autrice lascia spesso spazio a lunghi monologhi, dove mima il ritmo spezzato della prosa teatrale di Giorni felici di Beckett (tra le fonti principali insieme alla musica del cantautore Giorgio Poi, che al graphic novel ha dedicato un brano).

La narrazione per immagini di Zuzu è immersiva e annulla qualsiasi distanza con il lettore: nelle tribolazioni di Claudia, nella sua insicurezza, nella timidezza e nella purezza di Piero così come nella distanza e nel rancore di Giorgio è facile trovare uno specchio delle nostre vite. Ma, Giorni felici mostra, nonostante l’indubbio carattere e talento dell’autrice, anche enormi fragilità: la storia ha una risoluzione che sembra posticcia, sintomatica di un approccio istintivo e sanguigno, ma anche di una scarsa capacità di pianificazione. 

Lo slice of life è preso nel mentre e la chiusura romantica e volutamente catartica sembra più una soluzione editoriale che un movimento organico della storia. Giorni felici fotografa la transizione, il movimento, la frammentarietà esistenziale e sentimentale di una giovane donna. La volontà di chiuderla nella forma libro cercando una forma compiuta – un vero e proprio scioglimento del nodo gordiano dell’esistenza che si fa nel suo mentre – ha qualcosa di favolistico, che si contrappone alla dura realtà che si cela dietro le matite acerbe e infantili di Zuzu. 

Nonostante ciò, Giorni felici rappresenta un’ottima conferma del talento dell’autrice salernitana. Se Cheese indugiava ancora nei pressi di una scrittura diaristica (ed episodica) e di un’illustrazione quasi barocca, Giorni felici è una prova della capacità di saper domare la lingua bastarda del fumetto. Restano sullo sfondo alcune perplessità per la materia tardo-adolescenziale dell’opera e per il limite indotto dall’autofiction, sperando che, prima o poi, Zuzu valichi il limite della riflessione sul corpo vissuto per inoltrarsi lungo le vie di un romanzo tout court.

Giorni felici
di Zuzu
Coconino Press, novembre 2021
brossurato, 448 pp., colori
25,00 € (acquista online)

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