La serie tv “Hawkeye” ha poche frecce al suo arco, ma le usa tutte

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Se Occhio di Falco è conosciuto con l’ingrato titolo di “Avenger più sfigato”, non c’è da stupirsi che di storie a fumetti davvero buone con lui come protagonista ce ne siano poche. Eppure, il supereroe interpretato da Jeremy Renner è diventato il soggetto della nuova serie tv ambientata nel Marvel Cinematic Universe. Con questi presupposti, c’era da aspettarsi qualsiasi cosa.

La serie tv Hawkeye inizia che mancano sei giorni a Natale e New York è addobbata a festa. Kate Bishop (una convincente Hailee Steinfeld) è una ragazza cresciuta con la passione per l’arcieria (disciplina in cui eccelle e che ha scoperto da piccola vedendo le gesta di Occhio di Falco), orfana di padre e con una madre in procinto di sposarsi con un losco uomo d’affari.

Nel frattempo, Occhio di Falco si è ritirato a vita privata e sta cercando di lasciarsi il passato alle spalle: vuole dimenticare i giorni in cui si faceva giustizia da solo con l’identità segreta di Ronin (qui tutto quello che c’è da sapere su di lui) e sta cercando di metabolizzare i traumi (anche fisici) causati dagli eventi di Avengers: Endgame, tra cui la morte di Vedova Nera, sua cara amica. Ma quando il costume e le armi di Ronin finiscono in vendita in un’asta clandestina, le strade di Kate e Clint si incrociano, costringendo i due a collaborare per risolvere una situazione che non promette nulla di buono.

Se bazzicate il fumetto supereroistico saprete che nel 2012 (proprio nell’anno di uscita e ambientazione del primo Avengers) Matt Fraction e David Aja firmarono non solo una delle storie più importanti di Occhio di Falco ma in generale degli ultimi vent’anni di fumetto (questa qui). La loro gestione di Occhio di Falco mischiava l’estetica di Chris Ware, le infografiche e un certo gusto per le idee di design narrativo, e le applicava al fumetto di supereroi, cercando di svincolarsi dagli andamenti canonici a cui era abituato un lettore Marvel. Il risultato era, come dicevo, colossale.

Che la serie tv Hawkeye prenda spunto da quella storia è una specie di obbligo contrattuale, l’equivalente audiovisivo di sparare ai pesci in un barile, perché non è che ci siano molte altre avventure a fumetti di Occhio di Falco che vale la pena leggere – sembra una conferma del fatto che Clint sia l’”Avenger più sfigato”, ma così è. E infatti Hawkeye spilucca dal fumetto di Fraction e Aja prendendo due o tre personaggi e dinamiche (la gang della mafia in tuta, il cane Pizza Dog, la sordità di Occhio di Falco), allontanandosi molto dal materiale di partenza e senza però osare in termini visivi come faceva Aja, almeno per quanto riguarda le prime due puntate.

Vista la lunghezza moderata degli episodi e il bisogno di mandare avanti la trama, ho ragione di credere che non vedremo una puntata dalla prospettiva di Pizza Dog, o una in cui Clint passa tutto il tempo a comunicare con la lingua dei segni (due delle invenzioni della serie di Fraction/Aja) – ma mai dire mai. Voi direte «vabbè questo è un cruccio che ti fai tu e quei quattro gatti che leggono i fumetti di supereroi», e sarebbe un’osservazione corretta, però pensate: è come comprare un uovo Fabergé per tenersi solo l’imballaggio in millebolle.

Firmata dal capo sceneggiatore Jonathan Igla (già tra gli autori di Mad Men, Sorry for Your Loss e Pitch) e diretta da Rhys Thomas, consumato regista di comicità televisiva, e dal duo di registe Bert & Bertie (Dance Camp, Troop Zero, Kidding) – un team creativo potenzialmente interessante, anche se non granché blasonato – la serie tv Hawkeye ha le carta in regola per diventare, se non altro, un piccolo classico delle feste. New York brucia di luci colorate, ci sono le cover di storiche canzoni natalizie, l’atmosfera è confortevole ma mai al punto di diventare stucchevole e opprimente. E c’è una buona dose di mazzate e intrighi che contribuisce a svernare il rischio di caramellosità.

Ma c’è una cosa ancora più importante che fa questa serie, e che spero diventi la traiettoria principale delle altre quattro puntate. La serie tv Hawkeye relativizza. Ci dice che, sì, è vero, Occhio di Falco non sarà il personaggio con le avventure più folli e dinamitarde del mondo, ma che storie più piccole possono avere lo stesso impatto delle trame apocalittiche che hanno coinvolto gli altri Avengers, e che, nel loro piccolo, anche delle frecce ben scoccate possono fare i loro danni. 

[SPOILER] Scopriamo che Kate, da piccola, aveva assistito alla battaglia di New York (in Avengers) da casa sua, che fu parzialmente danneggiata dai combattimenti. Fu proprio Occhio di Falco, uccidendo i Chitauri, a salvare la vita di Kate e sua madre (suo padre invece morì nell’esplosione che investì l’edificio). La bambina lo vide compiere il salto dal palazzo, in una delle scene più ricordate di Avengers. Lo vediamo da distante, dalla prospettiva di Kate, e capiamo in un secondo quanto quell’evento, ripreso da un’angolazione molto meno eroica, viene ricontestualizzato. È al tempo stesso un momento cruciale per Kate e un gesto di poco conto per Clint, inconsapevole di aver mutato per sempre la vita della ragazzina.

Più avanti nell’episodio, Clint, nel presente, va a vedere con i figli Rogers, un musical sulle avventure degli Avengers in cui gli attori scimiottano Capitan America e soci. Canti e balli ridicolizzano involontariamente eventi molto tragici, mostrando di nuovo quanto cambi la percezione su fatti che hanno lasciato cicatrici profonde su alcune persone, ma che per altri sono piccole cose. È in questa incapacità di adeguarsi al mondo esterno che Kate e Clint sembrano trovare una specie di legame. [FINE SPOILER]

Loki, la precedente serie Marvel, iniziava benissimo e prometteva una miriade di spunti che poi non sono stati raccolti nel corso delle puntate. Hawkeye pare essere nulla di più di quello che già mostra, ossia un buon prodotto medio, distante da quegli attentati al divertimento che erano Loki e The Falcon and the Winter Soldier. E quindi alla fine, male che vada, non ci sarà nulla di cui rimanere delusi, che è già qualcosa.

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