«Intanto sono dieci anni che pare che stia per uscire un libro mio, e adesso invece è uscito davvero.» Iniziava così il messaggio con cui Zerocalcare annunciava ai lettori del suo sito la pubblicazione del suo primo libro a fumetti, La profezia dell’armadillo, il racconto autobiografico di un lutto che si mischia a considerazioni sull’infanzia, la maturità e la vita da ventenne. L’autore continuava dicendo che «è un oggetto bello proprio, è spesso, stampato bene, e se lo metti in libreria accanto a quello di Bastien Vivès, per esempio, vedendo la costina sembrano altrettanto veri. C’è pure il codice a barre, oh. Poi sono 500 copie, che è una tiratura stralimitata che prima o poi finisce, non è che me lo porto appresso per 15 anni (spero)».

In queste righe c’è già tutto Zerocalcare: lo stupore sincero, l’inconsapevolezza, l’autoironia. Nel frattempo, dieci anni sono passati davvero e della Profezia sono state vendute quasi 200.000 copie. Attraverso un percorso unico, per il contenuto dei suoi lavori ma anche per come l’autore ha saputo gestire la propria fama man mano che si ingigantiva, Zerocalcare è diventato il fumettista più famoso d’Italia (perfino un simbolo della cultura italiana nel suo complesso, secondo qualche giornale). E quel suo primo lavoro, così distante eppure così inossidabilmente suo, si può raccontare come una radice, una di quelle che ha scavato distante dall’albero.

Primi accolli

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La copertina della prima edizione autoprodotto de “La profezia dell’armadillo” di Zerocalcare

Quando uscì La profezia dell’armadillo, Zerocalcare – al secolo Michele Rech – aveva già vissuto la sua dose di esperienze. Classe 1983, da ragazzo aveva frequentato la scena musicale punk di Roma e i suoi centri sociali, partecipando alla vita politica del proprio territorio, era diventato straight edge (stile di vita che prevede l’astinenza da qualsiasi sostanza che possa creare dipendenza o alterare la coscienza), e aveva iniziato a disegnare cercando di farlo diventare un lavoro. Uno dei tanti, almeno. Così scriveva sul suo blog, parlando della scelta di diventare un fumettista: «Tempo più sbagliato del ventunesimo secolo è difficile immaginarlo, non ci sono più diligenze da rapinare, lo spaccio come forma di autoreddito cozza troppo con la rigida morale straight edge, e il “punk” sta su Emtivì. Da qui, l’idea di disegnare per campare. L’imberbe Zc si trova così a disegnare illustrazioni di libri per fanciulli e mentecatti, locandine e manifesti attacchinati in quartieri malfamati, flyer distribuiti nelle più sordide occasioni, fumetti per fumose fanzine di località lontane».

Quello del fumetto, oltre che un mestiere, era per Rech un modo di sentirsi partecipe della propria comunità. «A 17 anni avevo un sacco di amici che suonavano, io non sapevo suonare nulla e l’unico contributo che potevo dare era mettermi a disegnare: copertine di dischi, locandine di concerti, storielle sulle fanzine» ha scritto Rech in Scavare fossati – nutrire coccodrilli. «Era il mio modo per fare parte della scena, per mettere il mio mattoncino in quella cosa astratta che eravamo tutti chiamati a supportare.»

Nel 2003 aveva aperto il sito Ink4Riot sulla piattaforma AlterVista e il suo era diventato il nome di riferimento ogni volta che c’era bisogno di illustrare un progetto autoprodotto: dischi, manifestazioni, eventi, concerti. Aveva preso a collaborare con Liberazione, XL, Comicon, Sherwood Comix e a svariate autoproduzioni tra cui La politica non c’entra niente, insieme a ErrePush, realizzato nel 2007 per commemorare Renato Biagetti (i due gli avrebbero dedicato un’altra storia, Prossima fermata, nel 2016).

Tuttavia, nei confronti del fumetto Rech aveva un atteggiamento disilluso, o quantomeno consapevole di ciò che avrebbe potuto ottenere: pochissimi autori campavano con i fumetti, almeno nell’ambito del graphic novel, e tutto ciò che vedeva davanti a sé era un improbabile lavoro nella produzione seriale (Bonelli, Disney, Marvel) o «riuscire a fare un libro ogni tanto che avesse un minimo di riscontro, quindi che mi potesse trasformare in una persona che c’entrasse con l’industria del fumetto» disse in un’intervista, «e che questa cosa poi mi potesse aprire la possibilità di fare un mestiere parallelo come l’illustratore. Questa era la versione più ottimista che avevo della mia carriera fumettistica».

Un’occasione gliel’aveva data proprio quel mondo seriale così estraneo al suo modo di raccontare. Nel 2009 aveva infatti partecipato a Zuda Comics, competizione digitale di DC Comics per nuovi talenti che, se ricevevano più voti nel loro mese di partecipazione, venivano premiati con la pubblicazione e uno stipendio annuale. La storia realizzata da Zerocalcare, Safe Inside, raccontava un assedio zombi con un colpo di scena politico (l’apocalisse zombi era un’invenzione del governo per mantenere uno stato autoritario).

Safe Inside aveva vinto il girone grazie all’appello di Zerocalcare a tutti i suoi contatti di lavoro, che lo avevano votato in virtù del fatto che, molti di quei lavori, Rech li aveva realizzati gratuitamente. Anche se DC Comics aveva onorato gli impegni mettendo sotto contratto Rech, Safe Inside non era stata pubblicizzata al livello degli altri vincitori e l’editore non l’aveva nemmeno stampata – i diritti sono tuttora di proprietà degli americani.

Zerocalcare era anche una presenza fissa del Crack!, festival di autoproduzioni ospitato negli spazi del Forte Pretestino, una delle quindici fortificazioni di Roma erette alla fine dell’Ottocento e diventata nel 1986 casa di un centro sociale. Al Crack! lo si vedeva vendere le proprie opere, tra cui la storia in formato poster La nostra storia alla sbarra. Oscar Glioti – giornalista, co-sceneggiatore dell’adattamento cinematografico della Profezia dell’armadillo e autore di Fumetti di evasione. Vita artistica di Andrea Pazienza – lo aveva conosciuto così.

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Realizzata nel 2002, La nostra storia alla sbarra fu il primo vero fumetto di Zerocalcare e rievocava in sei pagine i fatti del G8 del 2001, nello specifico la morte di Carlo Giuliani e la mattanza della Diaz. «Non in diretta, ma un anno dopo, quando hanno arrestato 25 persone per devastazione e saccheggio» ha scritto Zerocalcare in Scavare fossati – nutrire coccodrilli. «Dopo tutto quello che avevamo subito, vedevo che non era ancora finita. Da lì è venuto l’impulso di scrivere La nostra storia alla sbarra, un fumetto pensato per pagare le spese processuali dei ragazzi arrestati.»

Secondo Oscar Glioti, La nostra storia alla sbarra presentava un immaginario che era dai tempi di Andrea Pazienza che non veniva mostrato o raccontato in un certo modo, almeno con quell’incisività. È un paragone abusato e che Zerocalcare vuole sempre evitare per una serie di ragioni più che legittime. Eppure, riflettendo sugli esordi di Pazienza e di Rech, il parallellismo regge. «Nel Pentothal di Pazienza», dice Glioti, «per la prima volta fa irruzione in una storia a fumetti la vita ordinaria di una persona, la vita reale, che aveva la fortuna di scontrarsi in quei luoghi con la Storia d’Italia. Allo stesso modo, Zero racconta il G8 come fosse frutto di una visione personale, invece era una sintesi di un enorme lavoro collettivo. Ogni singola parola era pesata perché frutto di un’elaborazione politica a cui non voleva rinunciare».

L’incontro con Makkox

Alla fine degli anni Duemila, Zerocalcare inviò alcune sue storie alla redazione delle riviste Animals e Canemucco, pubblicate entrambe da Coniglio Editore. In realtà la mail la spedì un suo amico, perché Rech, dopo aver ricevuto il rifiuto di editori e organizzazioni (un anno aveva provato perfino a partecipare al Lucca Project Contest), era «abbastanza scoraggiato sul fatto che la roba mia potesse essere pubblicata da qualcuno».

«Ci folgorò tutti all’unisono» raccontò Makkox, fumettista e oggi autore per la televisione (Propaganda Live), che all’epoca dirigeva Canemucco. «La consueta polifonia vocale di “forse”, “boh”, “per me può andare”, “a me non piace”, quella voltà s’intonò in coro di “QUESTO SÌ! ASSOLUTAMENTE SÌ!”, seguito dagli allelujah.» In Zerocalcare, Makkox vide una comunanza «nel modo di raccontare: parliamo di noi, di ciò che conosciamo, che viviamo, piccole e grandi cose. E ci piace farlo sulla linea di confine tra riso e malinconia, cogliendo le ironie, le autoironie».

La prima storia, uscita su Canemucco 1, rappresentò il debutto dell’Armadillo, la coscienza in forma animalesca di Zerocalcare: Con l’anonimo, una storia con dentro già tutti gli stilemi che avrebbero reso famoso l’autore – osservazioni su aspetti tediosi del quotidiano, in questo caso le paranoie di fronte a una chiamata con il numero sconosciuto, la qualità ansiogena e in costante affanno del protagonista, le citazioni pop (in quattro pagine trovano spazio Boss Artiglio, Star Wars e il Gatto e la Volpe).

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Su Canemucco uscirono tre storie (le altre due furono Effecinque e L’ospite), e Zerocalcare risultò essere uno degli autori più apprezzati dai lettori. Chiuso Canemucco, Rech tornò nel mondo delle autoproduzioni, lavorando alla rivista Antifa!nzine, disegnando altre storie e finendo perfino tra gli autori di Smemoranda. A quel punto, Makkox lo spronò a imbarcarsi nella realizzazione di un fumetto lungo con l’intenzione di produrlo e diffonderlo in maniera indipendente. 

La profezia dell’armadillo nasceva in realtà come strisce private su Facebook, in memoria dell’ex compagna di classe Camille. Era un modo di «ricordare a me stesso e a miei compagni di classe la nostra amica» disse Rech. «Avevo il terrore che sparisse, dalla mia memoria proprio». Erano quelle le storie che Makkox aveva letto per prime, ma Rech si era rifiutato di pubblicarle perché non voleva «dare in pasto il ricordo di una persona cara a un pubblico che non conoscevo», offrendosi invece di realizzare i racconti che poi avrebbero visto la luce su Canemucco. Dopo la chiusura della rivista, Rech riconsiderò la possibilità di far diventare pubbliche le storie su Camille.

Ne La profezia dell’armadillo Zerocalcare racconta l’elaborazione del lutto attraverso memorie e giustapposizione della quotidianità di un giovane che si barcamena tra certezze ataviche (la spesa ogni tre settimane, con la lista sempre uguale delle cose da prendere), le contraddizioni di lottare contro il capitalismo ma andare a mangiare al fast food, ricordi di prime esperienze infantili e adolescenziali, l’amore per Rebibbia e fisime personali articolate attorno alla profezia del titolo, la «previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti».

Gli ingredienti della poetica (per usare un termine che a lui darà fastidio) di Zerocalcare erano semplici, persino banali: una mitragliata di riferimenti, concentrati nelle sue “coscienze” che si manifestano attraverso tutto lo spettro della cultura umana, dalle figure storico-filosofiche ai personaggi dei cartoni, mischiando Voltaire, Vandana Shiva, Leonida di 300, Falkor de La storia infinita, Terrence Malick, i Cavalieri dello Zodiaco, Full Metal Jacket, Star Wars, Dragon Ball; contenuti informativi e politici, capacità di creare empatia con il lettore e smuoverlo emotivamente con strumenti intellettuali; la sintesi grafica di elementi giapponesi (l’espressione del Calcare terrorizzato, il modo in cui disegna le scene concitate), stili comics (Skottie Young, Jamie Hewlett), francesci (Boulet, soprattutto) ma anche nostrani, come il Lupo Alberto di Silver.

La profezia era, nelle parole di Makkox, «136 tavole di risate (ma risate da piegarti, in certi punti) e dolore senza melò, raccontate con una leggerezza che boh, neanche invidia ho potuto provare. Solo ammirazione e desiderio di condividere». A Fumettologica, Rech confessa di aver nutrito invece timori sulla scelta della materia trattata perché gli «sembrava di raccontare delle cose intime di me di cui a nessuno, giustamente, fregava nulla. Era quello il grosso cruccio, avevo questa brutta sensazione».

Pubblicato in 500 copie nell’autunno 2011, la prima edizione de La profezia dell’armadillo andò esaurita in breve tempo, e nel corso dei mesi successivi quella tiratura fu ristampata nove volte. Zerocalcare portava le copie della Profezia dell’armadillo in alcune fumetterie e librerie di Roma, oppure le consegnava brevi manu a chi gliela richiedeva, magari per email. Dopo la transazione, quasi carbonara, capitava che Zero e l’acquirente si prendessero un caffè e chiacchierassero del più e del meno.

«Facevo i calcoli su dei foglietti che poi perdevo» racconta nel volume Scavare fossati – nutrire coccodrilli. «Quando il libro ha iniziato a vendere, e dieci librerie in un giorno mi chiedevano quaranta copie l’una, dovevo fare avanti e indietro dallo stampatore a Formia, due volte al giorno. Un incubo. Ancora adesso mi ritrovo dei foglietti in certe giacche, con il conto vendita di copie pagate, di librerie in cui non sono più tornato.» Nemmeno Makkox era molto avvezzo al mestiere dell’editore: nella seconda e terza ristampa si dimenticò di cambiare colophon e data, rendendo indistinguibili le prime tre tirature (un dettaglio che si sarebbe rivelato tragico nel mondo del collezionismo di Zerocalcare).

Makkox aveva appena pubblicato tre fumetti (Post Coitum, Ladolescenza e Se muori siamo pari) per Bao Publishing, la giovane casa editrice di Caterina Marietti e Michele Foschini. Makkox, ricorda Marietti a Fumettologica, «continuava a raccontarci di questo ragazzo che a lui piaceva un sacco, insistette a tal punto che a noi era cominciato a stare antipatico, perché ne parlava così tanto e così bene».

Durante l’edizione di Lucca Comics & Games del 2011, Makkox portò con sé Zerocalcare e alcune copie de La profezia dell’armadillo, autografate in luoghi di fortuna, in un angolino dello stand Bao, per terra, fuori dai tendoni. Poi, martedì 22 novembre 2011, Zerocalcare presentò, ufficialmente in pubblico per la prima volta, il libro alla fumetteria Quattrodita di Roma, alla presenza dello stesso Makkox. Uscì una manciata di recensione su blog e siti che si occupavano di fumetti. «Mi piace questa strada, quella del passaparola» disse Makkox. «È la migliore, la più ripida, la più crudele, ma quella con più grip.»

Bao fu la prima casa editrice a volerlo assoldare, ma non l’unica. Dopo poche settimane dalla firma con Bao, Rech ricevette diverse offerte da parte di editori blasonati, «gente a cui manco avevo provato a chiedere perché mi sembravano troppo grossi», ricordò Zerocalcare.

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Sempre a novembre e sempre coadiuvato da Makkox, l’autore aprì un nuovo sito per sponsorizzare sé stesso e il libro. Non era una prassi comune, anzi, secondo Rech la vulgata tra i fumettisti era che mettere le proprie idee alla mercé di internet significava svendere il lavoro, con il rischio di vederselo rubare. «Il fatto è che il modo migliore per essere padroni delle proprie idee è spingerle» ha detto Rech. «Se tu una cosa la fai una volta sola, buttata là, può anche essere che te la rubino, se invece ci credi e insisti poi non te la possono rubare perché tu sei già identificato con quella roba lì.»

Zerocalcare fece questo: spinse. Implacabile, il lunedì mattina, pubblicava sul sito una storia breve sulle piccole e grandi idiosincrasie della vita quotidiana. Nei primi mesi del 2012, Trenitaja, racconto fantozziano sulle disavventure dei pendolare, e poi Perché non possiamo dirci trentenni e Russare, si diffusero inesorabili da un account all’altro. Grazie alle condivisioni, Zerocalcare iniziò ad affermarsi come autore e personaggio pubblico. «Trenitaja è la storia meno rappresentativa, secondo me» dice a Fumettologica Laura Scarpa, fumettista e curatrice di alcuni volumi dedicati a Zerocalcare (Zerocalcare, per la collana “Lezioni di fumetto” e Leggere Zerocalcare. Guida ai fumetti di un antieroe), «perché è un po’ banale, però è anche quella che colpisce un po’ tutti, dal ragazzino al cinquantenne, e in cui tutti si sentono partecipi». 

Zerocalcare va da Bao, i lettori vanno da lui

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La copertina de “La profezia dell’armadillo” di Zerocalcare nell’edizione di Bao Publishing

Inizialmente, i piani di Bao erano di investire in un nuovo libro di Zerocalcare. «E poi invece a Pasqua del 2012», rievoca Michele Foschini, «io e Makkox eravamo a pranzo e mi disse di essere stanchissimo di seguire il libro, ristamparlo, portarlo in giro, tenere i conti. “Ma non è che volete dargli una forma definitiva voi?” La nostra edizione era a colori proprio per distinguerla e permettere all’autoproduzione di continuare ad avere una vita parallela, per un po’».

La storia nell’edizione di Bao Publishing resta a oggi uno dei pochi fumetti a colori di Zerocalcare, che li ritiene utili solo se giustificati dalle esigenze del singolo progetto, senza farne un elemento del proprio codice genetico. «Il colore per me è una grossa stortura rispetto a come concepisco il fare fumetti» spiega a Fumettologica. «Io mi sono approcciato al fumetto attraverso le fanzine e le locandine punk, quindi tutto doveva essere riproducibile in maniera economica, niente sfumature, niente colore. Ora mi rendo conto che avrei i mezzi per superare questi scogli ma andrebbe comunque contro l’altra peculiarità dei miei fumetti, cioè il fatto che li faccio completamente da solo. Aggiungere il colore significherebbe essere vincolato al lavoro di qualcun altro.»

La versione Bao de La profezia dell’armadillo uscì in estate. Quando uscì il successivo Un polpo alla gola quell’ottobre, La profezia era già stato ristampato due volte. «Paradossalmente è stata fortunata la scelta di un formato facile da ristampare» dice Foschini. «Volevamo fare un libro non troppo pretenzioso, un’edizione tascabile di buona qualità, perché avevamo la sensazione che il suo pubblico non fosse particolarmente collezionista. Pensa quanto poco ne sapevamo.»

Alla Profezia è legato anche il Santo Graal del collezionismo di Zerocalcare, l’edizione alternativa realizzata per la prima presentazione, alla fumetteria Alastor di Milano, con lo scopo di incentivare il pubblico a partecipare all’evento: la “plumcake variant”, 300 copie vendute tutte quella sera. «Nessuno, neanche Michele, aveva percezione del pubblico. Quello fu uno dei primi firmacopie monstre da 7-8 ore, almeno» dice Marietti. «Per me, quella presentazione è l’inizio di tutto perché sia noi che Zero avemmo per la prima volta la cognizione di quello che stava succedendo. Per i 4-5 libri successivi, ogni prima presentazione del nuovo libro la facevamo lì, come tradizione benaugurante.»

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La variat cover “plum cake” del “La profezia dell’armadillo”

Fu un esperimento editoriale che segnò un prima e un dopo: i contenuti online fatti bene, che creavano una certa aspettativa in quel pubblico fidelizzato, non perdevano lettori nelle librerie, anzi. La profezia dell’armadillo fu poi ripubblicato in una versione Artist Edition, pensata cioè per i collezionisti, e fu l’ennesimo episodio che prese in contropiede il suo editore. «Onestamente con tutte le copie che avevamo venduto della versione del 2012 pensavamo che l’Artist Edition fosse per collezionisti. Invece ha preso velocità al punto che adesso siamo alla decima ristampa e l’Artist Edition ha preso il posto di quella originale.»

In quei mesi del 2012 la vita di Zerocalcare cambiò definitivamente e così la sua carriera, evolvendo per tappe nel fenomeno che è ora, capace di intercettare un pubblico variegato che lo cerca per l’impegno sociale-politico, per l’escapismo, o semplicemente per ascoltare i pensieri dell’autore, perché usando il suo avatar ha dato l’idea di estrema franchezza. Come dice Foschini, «Zerocalcare rappresenta il caso, nella mia esperienza, più unico che raro di un autore che è riuscito a trovare un pubblico sempre diverso quando pensava di aver saturato la base possibile di lettori».

La profezia dell’armadillo, nel 2021

«Quando uscì La profezia lo presi immediatamente e lo contattai su Facebook» racconta Oscar Glioti. «Era uno di quegli esordi che quando lo leggi capisci che è qualcosa con cui bisognerà fare i conti. In un periodo in cui il disimpegno era un valore assodato, introduceva o riportava uno sguardo marginale, politico, fieramente antagonista, eppure al contempo pop, che era un po’ tragico e malinconico, forse anche un po’ piagnone, ma estremamente comico. Questa miscela non c’era nel fumetto italiano e credo sia un valore innegabile di un libro che aveva tanti difetti che sono tipici degli esordi ma che fece subito presa sul pubblico.»

Per le modalità con cui è avvenuto il debutto dell’autore, sembra passata almeno un’era geologica. Gli autori che si sono affermati dopo Zerocalcare hanno intrapreso percorsi diversi, senza siti personali o blog ma sui social network, venendo intercettati da una casa editrice come un orsacchiotto del luna park agguantato dal gancio meccanico, spesso senza una vera gavetta. Se posti di fronte alla scelta, probabilmente non si metterebbe nemmeno ad autopubblicarsi, almeno non come ha fatto Rech.

«Con il blog che faceva quei numeri forse adesso opterei per il crowdfunding, anziché gestirsela in quella maniera. Io però penso che, fossi me stesso di dieci anni fa adesso, mi cercherei comunque un editore» dice il fumettista. «L’autoproduzione ha senso se sei consapevole di quello che fai e hai dei motivi validi per farla (di tipo economico, perchè ci guadagni di più, o di tipo contenutistico, perché credi che quello che hai da dire sia incompatibile con il mainstream). Nel mio caso specifico non aggiunge nulla. Voglio raccontare le storie, non fare l’imprenditore. L’ho fatto per quei mesi lì con Makkox e sono stati i peggiori della mia vita.»

Lo stesso La profezia dell’armadillo appare superato, almeno sul piano stilistico, per via di un segno cartoonesco molto dettagliato e di alcune soluzioni che denotano l’ingenuità di una voce che sta prendendo le misure della propria estensione. «Volevo fare qualcosa di più rispetto al passato» racconta Zerocalcare. «È strano da dire ma in quel momento cercavo un segno paradossalmente più underground e meno pop, anche se poi non sono sicuro che l’effetto che dava fosse quello, volevo fare qualcosa che si allontanasse da Tank Girl, che era il mio riferimento maggiore all’epoca.»

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L’artist edition de “La profezia dell’armadillo” di Zerocalcare, edita da Bao Publishing

In una vignetta de La profezia, l’Armadillo cita il gioco dei Tamagotchi, e Zerocalcare si sente in dovere di inserire una nota in cui scrive «Aho ma ve lo ricordate il Tamagotchi? Sennò googlatelo», risolvendo in maniera brusca un riferimento culturale che oggi avrebbe sviscerato con una gag in più. «Quel fumetto era rivolto a una platea molto piccola che aveva come perimetro mia mamma e mia zia» spiega Rech. «Quando il pubblico si è ingradito mi sono posto il problema di includere persone lontane da me. Provo orrore per le opere che lasciano indietro il lettore e danno per scontato delle cose. Quindi ho cercato man mano di creare prodotti accessibili dosando la spiegazione per chi non sa nulla e la rottura di coglioni per chi già conosce le dinamiche.»

Riletto oggi, La profezia dell’armadillo sembra, a Zerocalcare, un libro diverso, un po’ opaco perché «il discorso generazionale dei non-ancora-trentenni negli anni successivi è stato talmente spolpato, da me in primis ma in generale da un sistema, che adesso sembra trito e ritrito. All’epoca era un terreno poco battuto e non mi faceva questo effetto». Ma è ancora un libro profondamente suo, soprattutto se messo in relazione ad altre opere successive. «Se leggi Scheletri e La profezia fotografano due momenti diversi della vita di quel personaggio in maniera sincera, non artificiale. Mi sembra una cosa bella.» 

Soprattutto, è cambiata la retorica di Zerocalcare, che si è fatta più pessimista. Oggi, dice, La profezia dell’armadillo non esisterebbe perché quelle premesse, quei pensieri ottimistici, non avrebbero cittadinanza nella sua visione del mondo. «Col passare dei libri», dice Zero, «vedi proprio la perdita di speranza. In parte mi sono incupito e in parte si sono chiuse delle porte davanti a me. La profezia contiene materiale di quando avevo 26-27 anni. All’epoca avevo un sacco di porte aperte che poi col tempo si sono chiuse. Io ho imboccato il corridoio del fumetto e non ho fatto altro nella vita. Invecchiando, ti rendi conto che ci sono cose che non hai fatto e non potrai più fare. Non è un vicolo cieco il mio eh, sicuramente è una strada molto bella. È che mi sembra un corridoio in cui non ci stanno più altre porte. Un po’ claustrofobico».

Con il passare del tempo, e dei libri, La profezia dell’armadillo ha assunto un significato diverso, non più uno spaccato sociale ma (anche) l’inizio di un racconto generazionale che è diventato trasversale, come accade spesso agli autori bravi a trasformare una situazione specifica in un sentimento universale. Ma Rech è bravissimo anche a fare il contrario, cioè trovare costruzioni, simboli e figure uniche per rappresentare sentimenti e situazioni comuni (il “Dio del giorno dopo” che incarna la tendenza a tergiversare, le ansie antropomorfizzate, la profezia del titolo).

Tuttavia, è stato il modo in cui ha ricombinato queste materie che ha fatto la sua fortuna. La bravura di Zerocalcare, già in nuce ne La profezia dell’armadillo, non sta tanto nella decisione di cavalcare temi di attualità o discorsi notiziabili. È nell’avere una visione del mondo e saperla articolare. Sta lì la differenza tra un aspirante autore e uno che autore lo era davvero, fin da quello spettinato esordio.

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