“The French Dispatch” è un gran film

the french dispatch

A noi di Fumettologica, voi lo sapete, ci piace l’illustrazione in tutte le sue forme: immagine, fumetto, inquadratura, sguardo. Per questo quando abbiamo saputo che stava per uscire The French Dispatch, il nuovo film di Wes Anderson, non abbiamo saputo resistere. Quello che forse molti di voi non sanno però è che la redazione, a partire dall’esimio direttore, ha anche una segreta, raramente confessata, viscerale e profonda passione per le riviste. Soprattutto quelle culturali, belle ricche di disegni ma anche di testo e impostazione grafica rileccata.

Le tre che preferisco io sono The Believer (che purtroppo sta chiudendo sul serio, questa volta), il New Yorker e la Paris Review. Ma ce ne sono parecchie altre, fra le minori, a partire da The Travel Almanac). Tuttavia, le due principali (New Yorker e Paris Review) sono uniche, hanno determinato più che contribuito a formare uno stile, sono la leggenda del giornalismo e della cultura giornalistica americana. E sono molto rilevanti per il nostro discorso, perché la loro identità e la loro storia, soprattutto a cavallo degli anni sessanta-settanta, è fondamentale per The French Dispatch.

Qui permettetemi di aprire una breve parentesi. A me piace molto Wes Anderson, trovo questo suo film geniale, ma devo anche ammettere che non lo capisco. È un po’ come tornare bambini e andare a una serata di adulti che hanno voglia di giocare. Giocano in un modo che si capisce, certo, è divertente, ma poi diventa anche complicato. I bambini giocano facile, sguaiato, fisico: un bel film degli Avengers, ad esempio. Anderson gioca con la testa oltre che con il corpo: i suoi film sono pieni di costruzioni estetiche, ragionamenti e tante, tantissime citazioni.

C’è però poi un piano più elevato, cioè il significato del film. E qui la cosa si fa interessante. Quindi permettetemi di saltare a pie’ pari tutto il discorso sulla parte visiva e tecnica del film, sul cast, sulla costruzione di un diorama in questo caso a episodi, anzi ad articoli, e fatemi concentrare sul significato. Casomai video come questo vi spiegano tutto sulla cinematografia di Anderson, ma non vi lasceranno niente del perché sia un autore geniale.

La storia, scritta da Anderson con Roman Coppola, Hugo Guinness e Jason Schwartzman, è molto semplice: muore per un attacco di cuore improvviso l’editore e direttore di The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun, una rivista giornalistico-letteraria molto snob del tipo che oggi esiste solo negli Usa, proprio come il New Yorker o la Paris Review (ma in realtà nella sterminata provincia americana che ne sono decine e decine, anche con grandi tradizioni). Per volontà dell’editore (un Bill Murray strepitoso), le pubblicazioni della testata vengono immediatamente bloccate con un ultimo numero di addio. Il film è a episodi, nel senso che il cast è composto in parte dai giornalisti della testata e i singoli episodi sono lo “sfoglio del giornale”, più una cornice che appunto racconta la storia della chiusura del French Dispatch.

Lo stile grafico delle copertine, creato ad hoc per il film e che si vede alla fine del film nei titoli di coda, è meraviglioso. È lo stile del New Yorker anni Settanta, ma ci sono citazioni della Paris Review e ricordi e citazioni grafiche dei maggiori illustratori-giornalisti americani. È un peccato che in Italia questo modo di concepire l’illustrazione non sia mai stato neanche tentato da parte della stampa nostrana. Forse alcune illustrazioni di Tullio Pericoli, che non a caso ha lavorato anche molto all’estero, prima per Il Giorno e poi per Repubblica-L’Espresso. È la parte più propriamente “fumettologica”, se mi permettete, ed è anche una forte ispirazione del cinema di Wes Anderson, che utilizza illuminazioni, palette di colori, inquadrature “piatte” e movimenti di camera lineari che sembrano ispirati alla ligne claire di Hergé o ai diorami di un modellista parigino impazzito.

Gli articoli di giornale, cioè gli episodi, sono parodie sia del mondo che della Francia e della noiosa provincia francese, la città “Ennui” è un po’ Parigi e un po’ altro, con il carattere dei francesi che Anderson ha sposato (letteralmente: abita a Parigi con la moglie francofona e libanese Juman Malouf, scrittrice, costumista e doppiatrice, e la figlia Freya). Anderson fa un gioco astratto, mentale, come fanno gli adulti (o come si suppone facciano gli adulti), creando di solito difficoltà ai bambini. «Papà cosa vuol dire ironico?», mi ha chiesto una volta mio figlio ottenne che da allora, ogni volta che scorge una battuta irriverente o divertente detta con la faccia seria magari in un film della Marvel, non manca di osservare: «È ironico!».

In The French Dispatch Wes Anderson prende in giro uno stile tutto americano e didascalico di fare giornalismo, ma anche il gusto e l’amore per la vita francese (i giornalisti e lo stesso direttore alla fine sono tutti expat), la capacità e il desiderio di raccontare il mondo vuoto della cultura, delle storie umane che vengono portate ad esempio (la storia tra l’artista in prigione e la sua guardia carceraria, oppure il tenente cuoco della polizia alla fine “straniero”, cioè gay anche lui) con dentro una delle migliori rappresentazioni del lavoro di redazione di una rivista che mi sia mai capitato di vedere o testimoniare in 25 anni di attività professionale come giornalista. Il cast corale è fenomenale: ci sono Benicio del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Timothée Chalamet, Lyna Khoudri, Jeffrey Wright, Mathieu Amalric, Stephen Park, Bill Murray, Owen Wilson, Christoph Waltz, Edward Norton e Jason Schwartzman.

Anderson ha uno stile registico unico che ha portato diversi critici a considerarlo un “autore”. Non a caso è considerato una figura centrale nella tradizione del cinema eccentrico americano, con una tendenza a prendere in prestito liberamente dal genere caper (complicati piani per svaligiare banche), con influenze cinematografiche infinite: François Truffaut, Louis Malle, Pedro Almodóvar, Satyajit Ray, John Huston, Mike Nichols, Hal Ashby, Stanley Kubrick, Woody Allen, Martin Scorsese, Orson Welles e Roman Polanski. La cinematografia di Anderson è un giocattolo e le sue storie sono surreali, anti-veristiche, lunari.

Però c’è una carica di ironia, di divertimento, di distaccata e fredda commozione che lasciano il segno. E il racconto di una rivista giornalistico-intellettuale di provincia, nata per caso e costruita attorno all’ego e alla passione strampalata di una banda di notevoli eccentrici (come altro definire l’idea romantica del giornalista?), con in più un’abbondante guarnitura di critica sociale (come la gag ricorrente sul fatto che non esista l’imparzialità del giornalista, cioè la colonna portante di tutto l’edificio e di tutte le procedure del giornalismo americano), è il suo genere. Definitivamente il suo genere. Gran film, da vedere.

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