L’inquietudine di Veltroni per il manga

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Immagine da “Dead Tube“, pubblicato da J-Pop, il manga citato da Walter Veltroni nel suo articolo

Il Corriere della Sera ha pubblicato un pezzo d’opinione firmato da Walter Veltroni, ex Ministro della cultura ed ex segretario del Partito Democratico, dedicato al successo dei manga. La notizia, senza dubbio, è che nessun leader politico di primo piano aveva mai dedicato un intervento pubblico ai manga; ma le argomentazioni di Veltroni hanno anche suscitato in rete reazioni parecchio perplesse, per dirla con diplomazia.

L’articolo arriva sull’onda, da una parte, dell’impennata di popolarità che i manga hanno riscosso di recente, finendo per diventare spesso alcuni dei prodotti editoriali più venduti in Italia. Dall’altra, Veltroni fa eco all’altrettanto poderosa invasione culturale da parte della Corea del Sud che ha esportato successi mainstream come il filone musicale k-pop o la serie tv Squid Game. Un intervento attento all’attualità, insomma. Ma che per affrontare questi fenomeni recenti non solo rivela alcuni limiti di conoscenza e comprensione, ma anche solleva antichi – e discutibili – preconcetti sulle forme culturali e le tendenze giovanili.

Lo scrittore ed ex-politico cerca di offrire un taglio critico per presentare e spiegare la popolarità dei manga, per poi spostarsi a confrontare l’immaginario culturale americano – per anni il baricentro dei nostri consumi – con quello orientale. Si tirano in ballo la censura, la rappresentazione della violenza e i valori che dovrebbero essere difesi di fronte a questo travaso culturale, senza però provare ad approfondirne le ragioni. Il risultato finale mi sento di descriverlo così: è tutto un po’ confuso, pasticciato e criptico.

Per criptico intendo che c’è, per esempio, un passaggio sulla violenza che presumo rimandi alle polemiche nate attorno a Squid Game, ma che non viene contestualizzato. E c’è persino un dato sbagliato: Veltroni scrive che i BTS cantano «rigorosamente» in inglese, quando il grosso della loro produzione è in coreano (sono attivi dal 2013 e la loro prima canzone interamente in inglese è del 2020). Insomma, è un intervento tutto all’insegna del “mi dicono”, “c’è chi scorge”, quando una rapida ricerca su internet avrebbe sventato errori e semplificazioni.

Sono però le idee di Veltroni sul manga a fargli guadagnare la carica di boomer ad honorem. Non è tanto il fatto che le sue considerazioni arrivino alle nostre orecchie come la luce di una stella morta milioni di anni fa. Se per il pubblico un minimo avvezzo il fenomeno è, come ammette lo stesso Veltroni, «in atto da tempo» (circa 30 anni per i manga, 40 se ci aggiungiamo gli anime arrivati in tv a fine anni Settanta), per buona parte dei lettori a cui parla il Corriere è probabilmente materia nuova di zecca. Esempio: a luglio sempre il Corriere dedicava un pezzo per spiegare i manga e la loro popolarità. Inoltre, nell’ultimo anno i manga hanno effettivamente vissuto un allargamento di pubblico importante e quest’analisi avrebbe avuto senso di esistere perché iniettata di nuove dinamiche.

È invece l’impostazione del discorso a essere sorprendente, tanto è sbagliata e vetusta. Si parte da un ricordo riferito, con un tono passatista, all’ufficio in cui Veltroni ha «incontrato tante volte Enzo Biagi» e che sarebbe diventato il reparto di una libreria dedicato ai manga; e si arriva all’assunto che alla fin fine va bene che i ragazzi leggano manga, così magari poi passeranno ad «altre storie» (come se quelle lette nei fumetti non fossero già abbastanza), per descrivere una canonica distinzione tra opere-passatempo e autentici consumi culturali.

Già dalla prima frase sappiamo da che parte tirerà il vento, e l’articolo, nonostante sembri mosso dalle migliori intenzioni, non fa nulla per smentire quel pensiero. Non credo ci sia della malizia nelle parole di Veltroni, che potrebbe difendere il suo scritto derubricando l’indignazione a una sindrome di inferiorità (la citazione a Enzo Biagi si potrebbe interpretare come una nota di colore nostalgico, una sfumatura per indicare che quei luoghi Veltroni li ha vissuti e li sta vedendo evolvere – però, non so, se l’effetto era quello non è che sia così evidente sulla pagina). Si tratta proprio di incapacità di decodificare espressioni artistiche e meticciati culturali evidentemente troppo distanti dal proprio vissuto. 

Nonostante Veltroni parli del manga come di una forma espressiva che contiene al suo interno qualsiasi tipo di storia («ci sono la Divina Commedia Manga e l’opera omnia di Lovecraft»), dopo due righe definisce tutti i manga come letture «intrise di una violenza parossistica». Il che, va detto, non è solo una semplificazione ingenua: è proprio falso e inaccettabile, perché offre un ritratto inutilmente inquietante di un intero campo culturale.

Veltroni cita a titolo di esempio la trama del manga Dead Tube (con un virgolettato che mette subito le mani avanti sul grado di conoscenza del testo) senza contestualizzare o spiegare l’opera, e limita il discorso ai pochi titoli che hanno scalato le classifiche di vendita in Italia (quasi tutti shonen con trame da picchiaduro: My Hero Academia, Chainsaw Man, Demon Slayer, L’attacco dei giganti, One Piece), non molto rappresentativi della “biodiversità” del manga. Sarebbe come dare un giudizio sul cinema tutto basandosi sull’analisi di Avengers: Endgame e Avatar.

Descrivendo un perimetro fatto solo di (alcuni) shonen, l’effetto è quello di disegnare un universo solo di intrattenimento-con-violenza, e dunque di scarso peso artistico. Il sottotesto è che ci siano forme alte e meritevoli di cultura – quelle che non si limitano a intrattenimento-con-violenza – e altre meno. Ne emerge un pensiero in cui ci sono categorie espressive che hanno, per natura, più dignità e merito, a prescindere dagli scopi dei singoli prodotti.

Doverlo ricordare è quasi spiacevole, ma personalmente – credo di non essere il solo a pensarlo – ho non solo un’idea differente di ciò che sono i manga, ma anche di ciò che distingue un’opera di valore da una mediocre, a prescindere dal linguaggio espressivo in cui prende forma. A fare la differenza sono le ambizioni, gli scopi di un prodotto (molteplici e sincronici, perché si può essere allo stesso tempo sciocchi e per la nicchia, o popolari e profondi), e la sua fattura.

Ci sono prodotti pensati con ambizioni altissime e che nel loro corredo genetico hanno l’implicito scopo di parlare a un pubblico ristretto, e ci sono opere larghe, pensate per tutti. E poi, brutalmente, ci sono le cose fatte bene e quelle fatte male. Sono piene le librerie di shojo melensi disegnati coi piedi che non spostano di un millimetro il discorso sul genere narrativo di appartenenza eppure, per qualche strana mistura dei loro ingredienti, sono molto popolari, così come ci sono shonen di successo con una fattura eccelsa che hanno rivoluzionato il genere, e gekiga con ambizioni elevate e temi adulti che sono rimasticamenti di opere di cinquant’anni fa. Ma questo non ha nulla a che vedere con la dignità più o meno alta che dovrebbe distinguerli.

Il ragionamento può e deve essere esteso al di fuori del fumetto. Esistono persino testi di saggistica di cassetta, pensati come ciniche operazioni commerciali dirette a una nicchia di mercato, così come esistono videogiochi raffinati e di elevata ambizione artistica o culturale (uno a caso: That Dragon, Cancer, che mette il giocatore nei panni di un genitore alle prese con un figlio malato di cancro, con lo scopo di creare un’esperienza emotiva ed empatica devastante). Mi sembra di spiegare concetti molto banali e terra terra, ma che l’articolo di Veltroni non riesce a cogliere del tutto.

Veltroni chiosa affermando di non avere un giudizio definitivo su questo fenomeno culturale. Però, aggiunge, «forse mi inquieta, ma non mi indigna». Per cosa, di preciso, avrebbe dovuto indignarsi? Ma soprattutto, cosa lo inquieta? Offro un’ipotesi: forse è la paura, il rimpianto. Forse è la constatazione più dolorosa, ovvero che il consumo culturale contemporaneo non si sia cristallizzato attorno a quello del Veltroni diciassettenne.

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