12 cicli di fantascienza che dovreste leggere assolutamente

Scegliete il ciclo che preferite e abbuffatevi: c'è da leggere per un anno e più. Perché la fantascienza viene bene quando è spalmata su più volumi.

La fantascienza adora i cicli. Dall’Allodola dello spazio di E.E. “Doc” Smith (1890-1965) ai millemila romanzi di Doc Savage scritti tra il 1933 e il 1949 principalmente da Lester Dent (1904-1959), sino alle saghe che nei decenni abbiamo visto sfilare sotto le nostre finestre, una dopo l’altra. Inclusi pastiche e piccole gemme fuori canone come i tre romanzi di Han Solo scritti da Brian Daley (1947-1996), di cui solo il primo è stato tradotto “per caso” da Urania di Mondadori senza riferimenti ai film di George Lucas per motivi ignoti al pubblico e alla critica italiani.

Tutto questo bendiddio è veramente tanta roba e ci si può perdere, anche perché da alcuni anni vanno di moda le trilogie (dalle sfumature di grigio a quelle cinematografiche). In effetti c’è molta confusione sotto il sole, come direbbe Mao, e quindi la situazione è eccellente per chi ha voglia leggere tanto e bene. Basta sapere scegliere.

Ecco a voi dodici carriolate di libri che vale la pena di recuperare in qualche modo e leggere. A partire da uno dei più prolifici autori americani, il Walt Disney che poteva essere, cioè Edgar Rice Burroughs (1875-1950), il papà di Tarzan (ma non mettiamo i libri del re della giungla in ballo, anche perché in italiano ne hanno tradotti solo una quindicina su più di trenta) e invece guardiamo alle altre sue opere.

John Carter di Marte

Personalmente, come si sarà capito, adoro Edgar Rice Burroughs: mi piace moltissimo la sua fantascienza eroica e quel mix fuori da qualsiasi classifica che mescola fantasy, cappa e spada, sword and sorcery, planetary romance e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto, anche in traduzione italiana, i romanzi di Burroughs non si possono lasciare a metà: ti tirano sino alla fine. Per questo, dovendo consigliare solo due cose (tra un attimo capirete perché) la prima è ovviamente il ciclo di John Carter di Marte, da cui è stato tratto uno sfortunato film live action di Disney (sfortunato perché massacrato dal marketing sbagliato, ma il film era epico) e un’infinità di fumetti e altro.

I volumi del ciclo di Marte (o Barsoom, come si dovrebbe dire) sono 10: La principessa di Marte, Gli dei di Marte, Il signore della guerra di Marte, Thuvia la fanciulla di Marte, Le pedine di Marte, La mente di Marte, Il guerriero di Marte, Le spade di Marte, Gli uomini sintetici di Marte e Llana di Ghatol. C’è anche John Carter di Marte, che raccoglie alcuni racconti lunghi (John Carter e i giganti di Marte e Gli uomini scheletro di Giove).

Il ciclo è basato sull’idea che un ufficiale dell’esercito americano ai tempi della guerra civile venga teletrasportato per una sorta di magia indiana sul pianeta rosso dove, per via della ridotta gravità, è dotato di una forza sovrumana. Questo, unito a una tempra unica, tipica degli eroi eccezionali di Burroughs, lo trasforma nel candidato per ereditare la corona del regno degli uomini e rimettere ordine sul pianeta, oltre a sposare la principessa (la bellissima Dejah Thoris), avere due figli e addirittura una nipote, le cui avventure vengono registrate negli ultimi volumi della serie. È una storia di cappa e spada fantascientifica, ambientata su un esotico (per l’epoca) pianeta in cui creature mostruose e cattivissime si alternano ad alieni che si rivelano alleati e amici importanti.

Pellucidar

Un altro ciclo molto più breve (per gli standard di Edgar Rice Burroughs) è quello di Pellucidar: sono brevi romanzi che partono dallo stesso presupposto di altre storie dell’epoca (primi anni del Novecento), cioè sono basati sull’ipotesi della Terra cava, come quello di Giulio Verne o di Edgar Allan Poe. Ovviamente Burroughs ci mette del suo e prepara una cosa più articolata della media: tre romanzi principali (Al centro della Terra, Pellucidar e Tanar di Pellucidar), un crossover con Tarzan (Tarzan al centro della Terra) e poi altre tre opere (Ritorno all’età della pietra, Land of Terror e la raccolta di racconti Savage of Pellucidar, gli ultimi due inediti in Italia).

Il ciclo di Pellucidar di recente è stato di nuovo tradotto e pubblicato da alcuni editori indipendenti: segnalo l’edizione di Landscape Books che è ben curata.

Burroughs ha costruito una sorta di universo coerente in cui i suoi personaggi abitano e talvolta si incontrano. Collegati a questi romanzi infatti ci sono anche altri tre cicli “minori” e incompleti: il ciclo di Amtor o dei “pirati di Venere” (cinque romanzi), il ciclo della Luna (tre romanzi sulla falsariga di quelli di Venere, di Marte e di Giove), la serie dei tre romanzi di Caspak (tre romanzi praticamente riscrivendo la storia dell’isola misteriosa, collegata alla fantasia della Terra cava di Pellucidar).

C’è infine, oltre ai romanzi di Tarzan mai completamente tradotti da noi e alla serie di romanzi “singoli”, un ulteriore trittico di opere che si chiama “Ciclo di The Mucker”, che è un vero e proprio catalogo del mondo pulp molto in voga all’inizio del Novecento (Doc Savage e lo stesso Superman vengono da lì) che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano.

La Fondazione

Il buon dottore, come si faceva chiamare Isaac Asimov (1920-1992), ha scritto moltissimo nell’arco di una carriera cinquantennale interrotta tragicamente per una trasfusione che, negli anni Ottanta, lo fece ammalare di Aids. Nella parte finale della sua vita, su pressione dell’editore delle sue opere, Asimov ha cercato di costruire un ponte, con una serie di sequel, ai suoi due cicli principali: la Fondazione e i Robot. Forse non è stata la soluzione migliore che potesse essere tentata, e per questo alcuni (tra i quali il sottoscritto) preferiscono mantenere separati i due universi e leggere i due blocchi di opere con uno spirito diverso.

Nel corso dei decenni Asimov è stato “saccheggiato” per fare film o altri libri, ma adesso in particolare c’è una rinascita dettata dal marketing di Apple per il lancio della prima stagione di Foundation, della quale abbiamo parlato (male) qui. Invece, il ciclo di romanzi che costituiscono la Fondazione originale di Asimov è notevole per molti motivi, e profondamente diverso dalla traiettoria che ha preso la serie televisiva. Riscoprirlo oggi grazie alle edizioni mammuth appena uscite anche in Italia per Mondadori è un buon esercizio di stile e una lettura che vale assolutamente la pena. Prerequisito: non aver visto la serie tv, altrimenti vi passa la voglia di leggere anche i libri.

Dune

Ebbene sì, affrontiamo l’opera maxima del grande autore americano Frank Herbert (1920-1986), spesso l’unica conosciuta, sicuramente la più celebrata, nonostante sia una parabola che si alza moltissimo nei primi due-tre volumi ma poi perde quota rapidamente nei successivi, diventando uno dei cicli più ostici della storia della fantascienza. Va letto, tuttavia, e non solo per il successo del film di cui abbiamo parlato qui indicandolo come “il film che va visto“.

In realtà Herbert ha fatto un lavoro monumentale che rende adulta e ricca la fantascienza tanto spesso avvicinata in maniera deteriore a un sottogenere di romanzo per fanciulli amanti della tecnologia. E bisogna anche considerare che l’autore è stato un po’ sfortunato: il calderone esplosivo del Medio Oriente, che è la base anche lessicale oltre che geopolitica di molte invenzioni di Dune, è poi effettivamente deflagrato portando alla ribalta nomi e situazioni che Herbert aveva sfruttato per l’architettura della sua opera più importante, rendendola un po’ meno originale e intrigante. Ma ci sta tutto, perché il mondo di Dune è un enorme frullatore di sabbia con un gigantesco verme arrabbiato alla fine, che ha inghiottito fior di critici e di lettori.

Guida Galattica per Autostoppisti

Douglas Adams, nato a Cambridge nel 1952, è scomparso a Santa Barbara nel 2001 e il mondo ha perso uno straordinario umorista e uno dei più grandi procrastinatori della storia, una specie di santo patrono di chi ama sentir sfrecciare le scadenze accanto al proprio orecchio per apprezzare il rumore che fanno quando passano.

La trilogia in cinque parti è la sua opera universalmente conosciuta, anche se cambia frequentemente nome e soprattutto lunghezza perché ogni tanto rimettono assieme un altro volume dell’opera perduta di Adams, probabilmente con qualche seduta spiritica o con un’utility per il recupero dei settori cancellati dell’hard disk del suo Macintosh SE/30 da cui non si staccava mai.

Lo scrittore, che aveva realizzato anche un altro paio di romanzi e alcune sceneggiature per la serie televisiva della BBC “Doctor Who”, è stato un geniale umorista, amante dell’ambiente (aveva colto prima di molti altri l’importanza del pianeta Terra e della responsabilità che noi esseri umani abbiamo per preservare la vita attorno a noi) e dei videogiochi, tanto da aver provato a costruirne uno, spendendoci una barca di soldi e incorrendo in un fallimento spettacolare.

Va detto che Guida galattica per autostoppisti rimane un ciclo di romanzi brevi e divertenti che sono una scoperta straordinaria soprattutto per chi è un po’ nerd ed è giovane. Perché Adams colpisce al cuore soprattutto chi non ha sclerotizzato il muscolo cardiaco con la crosta dei pregiudizi e i trigliceridi della vecchiaia. Si legge bene, fa molto ridere, fa pensare, è una lezione straordinaria di umorismo british. Se fosse vissuto di più, e soprattutto se fosse stato capace di rispettare le sue dannate scadenze e avesse fatto il suo lavoro di scrittore con dedizione e assiduità anziché perdersi dentro il computer, sarebbe stato una specie di P.G. Wodehouse moderno. E questa sarebbe stata una cosa fantastica. La saga è stata di recente pubblicata in un volume unico da Mondadori.

La trilogia dello Sprawl

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Chi ha inventato il cyberpunk? Un pugno di autori, recita il canone, che per primi hanno visto un modo nuovo di raccontare la fantascienza e il cambiamento della nostra società man mano che l’informatica e le reti prendevano possesso del nostro mondo. Fin dagli anni Settanta. Tra questi il più conosciuto è senza dubbio William Gibson (nato nel 1948), anche se adesso si è allontanato dal genere.

L’autore americano trapiantato in Canada si esprime a suon di trilogie e la sua prima è quella dello Sprawl, da noi conosciuta come trilogia dell’Agglomerato e in inglese anche come trilogia di Neuromancer, del Cyberspace o di Matrix, è composta dai romanzi Neuromante (1984), Giù nel ciberspazio (1986) e Monna Lisa Cyberpunk (1988), ma ci sono anche tre racconti precedenti: Johnny Mnemonic (1981), La notte che bruciammo Chrome (1982) e New Rose Hotel (1984). Tutte queste cose creano le fondamenta del cyberpunk classico, quello che abbiamo visto al cinema con Keanu Reeves (l’attore più amato dalla fantascienza anni Novanta) e costituiscono una delle basi dell’estetica contemporanea.

Aggiungo, per averli riletti non molto tempo fa in inglese, che effettivamente Gibson è un signor scrittore, capace di fare quel che vuole con la sua lingua madre (la stessa cosa non si può dire per i suoi traduttori italiani, purtroppo: dobbiamo aspettare che da Mondadori passi ad Adelphi, probabilmente). La cosa divertente dell’autore che ha inventato i cowboy del cyberspazio, la matrice, le connessioni neurali e le intelligenze artificiali senzienti, è che Gibson non usava il computer e ha scritto a lungo su una vecchia macchina per scrivere meccanica (una svizzera Hermes 2000 color verde oliva del 1927). Paradossi dello steampunk?

Ciclo della Rivelazione

Viviamo l’epoca della new wave britannica: sono i sudditi della regina ad aver conquistato l’America (e il resto del mondo, per conserva) come ai tempi della Brit Invasion dei Beatles. Tra loro spiccano alcuni autori molto prolifici. In particolare Alastair Reynolds (1966), che è un astrofisico gallese che ha lavorato per alcuni anni l’Agenzia spaziale europea prima di passare a fare lo scrittore a tempo pieno nel 2004.

La scrittura di Reynolds ha la caratteristica di essere estremamente precisa, ricca di riferimenti alla fisica e costruita in un universo credibile e prevedibile, dal punto di vista scientifico: le sue trame sono tutt’altro che prevedibili. Anzi, l’autore predilige trame ricche, corali, in cui personaggi diversi vivono separati tra capitoli e parti del libro seguendo un lento percorso di convergenza ed entanglement che li porta a dare un senso a tutto il racconto in un precipitare finale degno di nota.

L’opera più importante di Reynolds ruota attorno alla “rivelazione”, dal titolo del primo romanzo che è anche il primo scritto dall’autore. Cinque romanzi, un numero massiccio di racconti e un unico universo coerente: l’universo dello Spazio della Rivelazione in cui seguiamo l’evoluzione della specie umana da circa il 2200 fino all’anno 40.000, anche se la maggior parte delle storie hanno luogo tra il 2427 e il 2727. In Italia è pubblicato da Mondadori che proprio a dicembre ha fatto uscire nell’Urania numero 1697 “Diamanti e turchesi” i romanzi brevi Diamond Dogs e Turquoise Days.

Il Ciclo della Cultura

Iain M. Banks (1954-2013) è stato uno degli scrittori britannici di fantascienza più importanti degli ultimi anni. Scozzese, è stato anche un importante autore “normale”, di romanzi mainstream, ma è nella fantascienza che si è distinto (anche con l’uso della M. per il middle name del suo nome, assente nei titoli di altro genere) ha creato un universo coerente e affascinante con il suo ciclo della Cultura.

Composto da dieci romanzi, pubblicato anche in Italia (al momento però gli ultimi tre sono inediti), il ciclo della Cultura è affascinante perché riprende sostanzialmente la base ideale della serie originale di Star Trek e di Next Generation, facendola maturare in un lavoro più ampio e raffinato. Le storie di Banks sono incentrate sulla Cultura, una società spaziale utopica, nata con la fine dell’economia della scarsità grazie ai risultati della tecnologia, e popolata di alieni umanoidi e di intelligenze artificiali superintelligenti. Le creature vivono vivono in habitat artificiali diffusi nella Via Lattea.

I temi “alla Star Trek” sono i dilemmi che una gigantesca civiltà idealista e più avanzata deve affrontare nel trattare con civiltà più piccole e meno avanzate che non condividono i suoi ideali e il cui comportamento a volte è decisamente barbarico. Detto così forse può sembrare limitato e noioso, ma in realtà nei romanzi di Banks c’è tantissimo e migliaia di lettori ne sono rimasti affascinati.

Ciclo dei Canti di Hyperion

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Dan Simmons (1948) è uno scrittore americano molto apprezzato che ha spaziato in più generi (soprattutto horror) con originalità e grazia. Ma è famoso per una tetralogia di romanzi (più un pugno di racconti) che prende il nome di Canti di Hyperion. La base dei romanzi è costituita partendo da una vicenda di vita vissuta: Simmons ha fatto per la maggior parte della sua vita l’insegnante di scuola elementare e durante l’intervallo raccontava una serie di semplici storie ai suoi allievi. Basandosi su quelle storie l’autore ha messo assieme una serie di narrazioni episodiche che si sono coagulate nel primo romanzo (una storia ad episodi tipo il nostro Decamerone) e poi nel finale, il secondo romanzo della serie costruito come una serie di sogni.

I successivi romanzi e racconti mantengono il titolo dei canti di Hyperion che era semplicemente l’obiettivo del primo romanzo. Ispirato da Jack Vance e da una decina di altre influenze, mescolando viaggi nel tempo, cibernetica, poesia classica ed escapismo più puro, il lavoro di Simmons è considerato una finezza per intenditori.

Il ciclo dei Dorsai

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Il ciclo dei Dorsai di Gordon R. Dickson (1923-2001) è forse il capolavoro dello scrittore canadese naturalizzato americano. Dickson è stato uno degli scrittori più importanti ma sottovalutati della fantascienza americana del dopoguerra: prolifico autore ma anche grande aggregatore di altri scrittori, creatore di momenti sociali, gregario di altri romanzieri (epica la sua collaborazione con Poul Anderson che ha portato alla nascita degli strepitosi Hoka).

Il punto centrale del ciclo dei Dorsai è uno degli elementi più cari alla poetica di Dickson, cioè il ruolo dei mercenari: nell’universo da lui creato la razza umana è sparpagliata su pianeti lontanissimi con pochi contatti. Non c’è una civiltà unica e i pianeti evolvono ciascuno in direzioni diverse dagli altri. Le specializzazioni dei vari ambienti portano l’umanità a rimettersi in connessione attraverso lo scambio utilitaristico di mercenari, capaci di svolgere specifici compiti ignoti o mal fatti dagli altri. I Dorsai, dal pianeta omonimo dove vive la famiglia Graeme, sono mercenari abilissimi. Il ciclo non è stato terminato per la morte improvvisa dell’autore e c’è un ultimo romanzo inedito e forse completo che da anni gli appassionati vorrebbero leggere. I romanzi sono molto belli.

I Fabbricanti di Universi

L’autore di fantascienza che per qualche strano motivo amo di più è Philip Josè Farmer, scomparso pochi anni fa (1918-2009). Lo scrittore dell’Indiana è stato un fenomenale artigiano della scrittura, dalle grandi ambizioni e dalla capacità disperata di portare avanti la professione di autore che si manteneva un tot a cartella. Un mestiere semplicemente impossibile in Italia o nella maggior parte dei paesi europei, ma che gli anglosassoni considerano una professione ragionevole vista l’ampiezza e la solvibilità del mercato editoriale. (Semplicemente: la gente legge e gli editori pagano gli autori).

In particolare, Farmer ha creato decine di pastiche, rimasticato la letteratura popolare, scritto biografie di Tarzan e Doc Savage, ambientato i suoi romanzi in mondi paradossali (L’inferno a rovescio è semplicemente strepitoso) e dato il suo meglio in questa serie di romanzi che costituiscono forse il culmine di un certo modo di intendere la fantascienza. Anzi, molti modi: la capacità metariflessiva di Farmer, che “guarda” e studia la fantascienza popolare e poi se ne appropria riscrivendo le sue storie, giunge all’acme mettendo assieme il viaggio nel tempo, gli universi paralleli, la modificazione genetica, l’immortalità, la discrezionalità degli dei ed il loro interferire nelle cose terrene. Sono i temi di praticamente tutta la fantascienza (e di tutti i film e delle serie televisive di fantascienza) di oggi. Tutte in un solo ciclo di sei romanzi più uno (La rabbia di Orc il rosso).

Farmer ha scritto anche molte altre cose: la trilogia di Dayworld, il ciclo di Opar (due romanzi) e soprattutto il ciclo del Mondo del fiume, composto da cinque romanzi e due raccolte di racconti, uno più spettacolare dell’altro. È un autore di culto, il moderno Edgar Rice Burroughs, e al tempo stesso un grande affabulatore classico.

I Principi Demoni

cicli di fantascienza

Tra i tanti autori di fantascienza in lingua inglese c’è un ruolo particolare per Jack Vance (1916-2013), prolifico scrittore di San Francisco che è in realtà uno scrittore “vero” prestato alla fantascienza. Vance (che ha scritto anche con vari pseudonimi) ha creato creato alcuni dei più stimolanti e intriganti cicli della fantascienza contemporanea a partire dalla notevole serie di romanzi della saga di Tschai (molto famoso in Italia e più volte ristampato da Mondadori).

Ma il ciclo dei Principi Demoni, composto da cinque romanzi, è forse il più bello. Sviluppato nell’arco di quasi vent’anni (dal 1964 al 1981), il ciclo è basato su una semplice premessa: la vendetta. Il protagonista è Kirth Gersen, a cui cinque signori del crimine, i “principi demoni” hanno ucciso la famiglia e tutti gli altri abitanti della colonia dove abitava. Ogni romanzo è il racconto della ricerca e dell’uccisione di uno di questi cinque criminali, ma la vendetta personale porta dietro di sé molto più che non semplicemente l’azione e l’avventura.

I romanzi si svolgono nell’Oikumene, una confederazione libera dei pianeti civili della galassia che fa da campo di prova per lo sviluppo del Gaean Reach, la base di un’altra serie di romanzi molto più ampia scritta da Vance nel corso degli anni. Per la sua semplicità, le trame ricche ma sempre comprensibili perché legate a uno sviluppo lineare e ciclico, e la forza dell’idea di base (una vendetta per ogni romanzo) il ciclo dei Principi Demoni è un caposaldo della letteratura fantascientifica e non solo.

Sorpresina: Dominic Flandry

cicli di fantascienza

Come easter egg, ecco il ciclo di romanzi di un grande autore classico della fantascienza: Poul Anderson (1926-2001) che ha creato alcune delle storie più popolari a cavallo della seconda guerra mondiale e poi nei decenni successivi, vincendo tonnellate di premi. Uno dei suoi cicli “avventurosi” è quello di Dominic Flandry, agente dell’impero terrestre. In realtà Anderson narra le gesta del suo eroe a partire da quando è un semplice guardiamarina, e i romanzi (soprattutto brevi novelle, scritte nell’arco di quarant’anni) sono un modello di tanti altri personaggi generazionali la cui maturazione accompagna la vita dell’autore e dei lettori.

Dominic Flandry non è la cosa più importante di Anderson (quello è il ciclo della “Lega Psicotecnica” o di “Loro i terrestri” o della “Lega Polesotecnica”) o la più divertente (quello è sicuramente il ciclo di racconti sugli Hoka scritto con Gordon R. Dickson, parodia della cultura anglosassone e di alcuni personaggi come Sherlock Holmes). Però Dominic Flandry ha il pregio di essere un grande eroe classico e fa sognare con dosi di escapismo puro. Il che non è poco.

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Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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