“Diabolik” è un film lento ma ben riuscito

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Si potrebbero dire veramente tante cose sul Diabolik dei Manetti Bros. che finalmente esce nelle sale (500 sale!) dopo un lunghissimo stop del progetto dovuto tra le altre cose alla fase acuta della pandemia. Davvero tante. Alcune inevitabilmente farebbero degli spoiler enormi a questo film che invece è bello e non li merita. Quindi, prendetemi per mano e facciamo una passeggiata dentro questo universo cinematico Made in Italy.

Come spiegarvi di cosa stiamo parlando? Ci provo così. C’è una scena, all’inizio del film, che da sola spiega tutto o quasi. Eva Kant (una fenomenale Miriam Leone, che regge quasi tutto il film da sola sulle spalle) è stata invitata dal viceministro Giorgio Caron a casa sua. Caron, interpretato da un notevole Alessandro Roja, cerca di sedurla e per farlo mette su un disco. Scorre due o tre custodie, ne sceglie uno, sfila l’ellepì, lo mette nella colonna del selettore (perché il giradischi potrebbe farne passare più d’uno) e lo fa calare nell’incasso del mobile dov’è celato. Il disco cade, il braccio (vecchio stile, la puntina chissà com’è) si posiziona e parte la musica, che dà qualche scarica per via della polvere.

Poche cose, a cui seguono due bicchieri di whiskey con ghiaccio, la giacca psichedelica di Roja, la gestualità e le posture di Leone, che è una Eva Kant a tratti migliore di quella disegnata in originale. Tutto combacia e ci fa piombare negli anni Sessanta di questa finta città continentale della Francia del sud, dentro lo stato e la città di Clerville, che non è altro che una fantastica Milano, forse nella sua prima interpretazione fumettistica. C’è anche l’altra città, quella gemella sul mare, cioè Ghent, ma ci si arriva dopo. Qui quel che conta è l’atmosfera. Ed è stata presa in pieno.

La pulizia degli anni Sessanta, lo stile, la stagione, il costume sociale, l’atmosfera continentale, le vecchie Lancia e Alfa Romeo della polizia, ovviamente la Jaguar E-Type di Diabolik. Questo è un film per hipster e per chi, tra i Millennial, vuol vivere l’emozione di un altro tempo. Ed è anche un film per gli anziani, i boomer, quelli che un ricordo seppur vago di quella stagione ce l’hanno. È un film di citazioni, di richiami, di atmosfere prese in prestito.

In realtà probabilmente il ricordo che viene fuori nella mente di chi guarda il film di Diabolik è un finto ricordo. È invece la rivisitazione degli anni Sessanta fatta dopo, negli Ottanta e Novanta dalla serie da edicola di Diabolik che da questo punto di vista è come un film o un fumetto western: racconta qualcosa che non c’è già più, giocando sulla nostalgia più che sul mito. Gli anni Sessanta di Diabolik e dei Manetti Bros. sono fittizi, virtuali, da rivista patinata, da copertina. Sono anni Sessanta come quelli che gli americani si sono inventati ventimila volte in altrettanti film, con i set decorati alla perfezione per raccontare un’idea e divulgare un’estetica e una ideologia. Tutto inventato, per quanto riguarda gli americani. E anche noi adesso questi anni Sessanta ce li siamo inventati, finalmente a modo nostro.

Ecco, parliamo di Diabolik (quello dei fumetti, non del film) come di una grandiosa invenzione. La storia del fumetto creato da Angela Giussani a cui poi si è aggiunta la sorella Luciana è nota. Astorina, la casa editrice, ha numerosi record e primati che però non sono mai esplicitati perché la partenza del “cattivo” Diabolik è sempre stata vista con cipiglio dalla critica e dalla letteratura. Diabolik non piaceva ai benpensanti perché è un assassino violento (ma lo è solo in parte) e poi è stato snobbato perché è un fumetto estremamente popolare, per le masse. In realtà Diabolik – imitatissimo e già passato sia dal cinema nel 1968 con un film di Mario Bava che in televisione con una serie animata del 1999-2001 – è nato in maniera furba, con anche indagini di mercato per capire se ci poteva stare.

L’idea di Diabolik non è originale: è costruita a partire dal romanzo noir e dagli efferati casi di cronaca nera pubblicati dai rotocalchi e dai giornali della sera nel Dopoguerra. Tuttavia, la vera “base”, la fonte stilistica, sono i romanzi di appendice francesi di fine Ottocento: Fantômas (è l’ispirazione diretta), Arsenio Lupin (da cui Lupin III) e Rocambole (da cui “rocambolesco”). Il resto è tutto genio nostrano, cioè di Angela Giussani e poi della sorella Luciana.

Diabolik a fumetti è la trasposizione italiana a fumetti della Littérature de gare, cioè i roman de gare, i romanzi che si leggono facilmente e si compravano in stazione per intrattenersi durante un viaggio in treno. Diabolik racconta la storia dei crimini, e infatti il protagonista è un ladro e criminale ma con una sua etica. È noir, è letteratura d’appendice, è un modo diverso di raccontare le storie che è sopravvissuto a se stesso. È un prodotto commerciale rivolto fin da subito al più largo pubblico possibile, che oggi arrivando al cinema con questo primo film di tre (ne sono già stati “ordinati” altri due) cambia passo.

Astorina arriva prima di Sergio Bonelli Editore sul grande schermo e detta le regole del suo gioco con la mano decisa di Mario Gomboli: Diabolik al cinema non è un romanzo popolare adattato ai nostri tempi. Invece, è un’operazione di rivisitazione dell’immaginario visivo italiano, di tempi e modi di fare narrazione, e di panorami cittadini. È un film coraggioso e si vede.

L’universo di Diabolik è fatto di “stranieri”, certo, perché i nomi ci tengono a quella esterofilia che contraddistingue il nostro Paese, ma con molte concessioni all’Italia e all’italiano. I Manetti Bros. sono bravi a tenere questo delicato equilibrio in piedi, e la collaborazione del cast principale aiuta. Diabolik è Luca Marinelli, che in passato ha vinto un David di Donatello e si rivela autore di presenza fisica adeguata a quella del personaggio principale della serie: diventa fisicamente “possente” senza esserlo eccessivamente.

Poteva essere l’anello debole, un clone inadatto, e invece ha la gravitas giusta per Diabolik, che è una specie di motore quasi immobile ma che fa da volano a tutti gli snodi della trama. Valerio Mastrandrea nella parte dell’ispettore Ginko fa esattamente quello che dovrebbe, e il trucco lo rende quasi perfetto. Claudia Gerini ha poco più di un cameo ma ben giocato, mentre il resto del cast scivola ogni tanto nella macchietta per la difficoltà di interpretare un registro attoriale difficile, ma ci arriviamo tra un attimo.

Diabolik è stato girato un po’ a Milano, un po’ a Bologna, un po’ a Trieste e un po’ a Courmayeur. L’ambientazione è correttamente italiana perché anche il fumetto ha sempre ambientato in città italiane parzialmente riconoscibili la maggior parte degli esterni. La riscoperta dell’Italia come set e scenario per dare spazio alle avventure di Diabolik, un’Italia monumentale e monumentalizzata negli anni Sessanta immaginati dal film, è doppiamente felice perché ci regala una geografia conosciuta e simbolicamente potente, ma anche perché ci permette di creare questa specie di diorama, di plastico fantastico dove si potranno collocare anche altre storie, se la produzione riuscirà ad andare avanti.

E arriviamo alla parte più difficile, quella recitativa. Il film parte da un soggetto di Gomboli che a sua volta ha ripreso due soggetti (uno storico del numero 3 di Diabolik anni Sessanta e uno più recente, “svecchiato”, scritto sempre da Gomboli con Tito Faraci) e da essi ha elaborato la sceneggiatura con Michelangelo La Neve e i Manetti Bros. (che si chiamano Marco e Antonio, per chi non lo sapesse). Il soggetto del film racconta l’arresto di Diabolik ed è anche quello in cui il criminale incontra Eva Kant.

È una storia delle origini, in qualche modo. Ed è un buon soggetto con la sua particolarità stilistica: mette in scena la staticità del fumetto e l’iconicità dei personaggi di Diabolik. Che sono fatti di inquadrature fisse, di movimenti di camera moderna a spalla ma con pose molto marcate, quasi esagerate. Non sempre e non a tutti riesce, ma l’effetto è quello voluto dai Manetti Bros.: un leggero straniamento, la sensazione di vivere dentro un fumetto e dentro gli anni Sessanta, che sono un’epoca lontana (parliamo di quasi settant’anni fa) con movenze e gestualità molto differenti da quelle di oggi.

Ci sono insomma questi tempi dilatati, queste gestualità differenti, queste pose esasperate da fumetto che per qualche strano miracolo vengono veramente bene solo a Miriam Leone, in parte a Claudia Gerini e stranamente anche a Valerio Mastrandrea (che interpreta sempre se stesso ma senza accento romano, un po’ come fa George Clooney tra un film e l’altro). Tutto questo serve ai Manetti Bros., che producono un film decisamente lento. E lo sottolineo: lento.

Come è stato detto, non aspettatevi supereroi, superpoteri e supercattivi mostruosi con poteri mutanti e ultraterreni. Questo è un film che ha un passo molto diverso dalla maggior parte delle cose che si trovano al cinema oggi. È un film italiano, ma non l’ha fatto Netflix. Richiede uno sforzo da parte dello spettatore: accettare una diversità. È un film dal passo lento, ambizioso, a tratti lungo, sicuramente perfetto per la storia e il tempo in cui si colloca. Fumettistico ma al tempo stesso realistico, anche se in un suo modo molto particolare.

In conclusione, perché non voglio fare spoiler e raccontare la storia, è un bel film. Molto ben diretto, con una colonna sonora fantastica (le musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi con due canzoni interpretate da Manuel Agnelli) e attori che fanno il loro mestiere più che bene, con l’eccezione di Miriam Leone che è oggettivamente fantastica (e non mi riferisco all’aspetto fisico), portando avanti il film per la maggior parte del tempo, aiutata anche da Mastrandrea e da Roja. Mi è piaciuta molto la fotografia di Francesca Amitrano, che collabora spesso con i Manetti Bros., e il lavoro epico su scenografia e costumi guidato rispettivamente da Noemi Marchica e Ginevra De Carolis.

Per due ore e dieci sono andato in vacanza in un immaginario italiano che è genuinamente una nostra fantasia, non un adattamento storico o una qualche narrazione contemporanea più o meno realistica. No, i Manetti Bros. hanno fatto la cosa più simile alla creazione di un universo cinematico e, se andranno avanti le cose, l’inizio di un’esperienza molto godibile destinata a durare nel tempo ancora per un po’. Ma attenzione, ve lo ripeto: se lo andrete a vedere preparatevi, perché è un film con un suo passo, decisamente non frenetico, anzi lento, che può prendere in contropiede. Ma è un gran bel film e vale la pena.

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