Il “Diabolik” di Mario Bava, un gioiello di pop art

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Nel 1968 Mario Bava aveva già tracciato un solco enorme nell’immaginario fantastico del nostro paese. I risultati raggiunti nel giro di otto anni di intensa attività cinematografica erano stati  straordinari. In un lasso di tempo così breve aveva – tra le altre cose – codificato in maniera definitiva il gotico all’italiana con La maschera del demonio, gettato i semi dello slasher con Sei donne per l’assassino, introdotto e destrutturato la fantascienza con Terrore nello spazio, dimostrato che follie psicotroniche permetteva il colore in Ercole al centro della Terra (richiamato quasi alla lettera da titoli altrettanto folli come Inframan, tokusatsu made in Hong Kong del 1976). 

L’occhio del regista sanremese era straordinario, così come la sua abilità nel giocare con i generi. In mano a lui ogni filone cinematografico – a eccezione del western, mai davvero digerito – diventava l’occasione per intraprendere un viaggio nel suo universo fatto di ambienti surreali, cromatismi spinti al limite, crudeltà e movimenti di macchina inconfondibili. Erano anni di estremo fermento per il cinema italiano e i produttori erano alla continua ricerca del prossimo campione di incassi. Così, nonostante il flop del Kriminal di Umberto Lenzi di soli due anni prima, l’arrivo di Diabolik al cinema fu più che scontato.

Per Bava l’avvio dell’avventura con il Re del Terrore non fu dei migliori – il regista non ne voleva proprio sapere, tanto da fingersi malato pur di non incontrare Dino De Laurentiis – e lo svolgersi delle riprese subì diverse battute d’arresto. Eppure alle sale cinematografiche fu consegnato un film pieno di stile e carisma, anche se claudicante e imperfetto.

Il flop in sala fu cocente ma non devastante, visto che da grande artigiano quale era Bava era riuscito a completarlo sfruttando una minima parte del budget previsto. All’estero la critica più antipatica – alla Cahiers du cinéma – apprezzò, e con gli anni è arrivata la consueta rivalutazione e la celebrazione come film di culto, tanto da finire campionato anche dai Beastie Boys per il loro videoclip Body Movin’.

Diabolik si apre nel peggiore dei modi, con un lungo inseguimento tra la Jaguar del malfattore e un elicottero della polizia. Bava non si è mai sentito a suo agio nel filmare gli spazi aperti – ha sempre preferito ricreare gli esterni in teatri di posa – e l’incertezza si vede tutta. La sequenza è dilettantesca, goffa, a un passo dall’autoparodia. Di quei primi minuti si salva solo un Michel Piccoli in forma nella parte di Ginko

Poi, all’improvviso, il film cambia marcia e diventa un gioiello di pop art. In primis l’apparizione di una Marisa Mell che forse somigliava poco alla Eva Kent del fumetto, ma in compenso con i suoi micro-abiti sapeva comunque dire la sua. Nella scena di debutto indossa un vestitino dalla scollatura inguinale – nessun errore – che si rivelerà ancora più esiguo inquadrato da dietro.

In seconda battuta abbiamo il fenomenale arrivo al rifugio sotterraneo di Diabolik, una follia che pare disegnata da un Joe Colombo senza freni inibitori. A questo punto la colonna sonora lounge di Ennio Morricone trova la sua collocazione, e noi spettatori ci ritroviamo immersi in un mondo fatato fatto di enormi letti rotanti coperti di denaro, di docce dotate di flora tropicale dove il vetro delle pareti è sempre satinato alla giusta altezza e di piscine sotterranee con fondale marino. Il tutto immortalato su pellicola come solo Bava – che diresse la fotografia senza farsi accreditare – sapeva fare.

Il Diabolik visto cinema non è crudele come la sua controparte cartacea, ma un giullare anarchico che pare interessato solo a deridere l’autorità, ad accumulare soldi e a finire tra le gambe della bella Eva. L’atmosfera è lasciva, patinata, completamente vuota. I due protagonisti sono belloni da fotoromanzo e proprio quello devono fare. 

Al di là del notevole aspetto tecnico risulta evidente come non ci sia nessuna volontà da parte del cineasta di approcciare il materiale di partenza in maniera seria e approfondita. Non a caso tutti gli attori più dotati sono scritturati per le parti degli antagonisti, che interpretano con gusto, divertimento e la giusta foga.

Si potrebbe pensare che l’andamento discontinuo di Diabolik fosse dovuto alle tensioni tra Bava e De Laurentiis – il primo voleva spingere più su crudeltà e cattiveria, il secondo voleva un blockbuster – e a tutti i cambi di cast fatti in corsa. In realtà il primo sabotatore delle proprie opere era Bava stesso, genio incontenibile e irrequieto. Fin dal famigerato pipistrello de La maschera del demonio – unico punto trash di un film altrimenti elegantissimo – in ogni sua opera coesiste una spinta a creare mondi e un desiderio innato di distruggerli. 

Come abbiamo già detto, per Diabolik il regista aveva a disposizione il budget più alto della sua carriera, ma preferì girare tutto in estrema povertà come suo solito. Si trattava pur sempre del cineasta che rifiutò la regia del remake di King Kong e che sfuggì alle offerte degli studios hollywoodiani per rimanersene rintanato a Cinecittà a girare film come un ossesso.

Una spinta così divisiva la si vedeva anche nella progettazione degli effetti speciali. Bava era un maestro nella gestione di specchi e prospettive falsate, si dipingeva da solo gli sfondi e trovava sempre una soluzione per tutto. Come se non bastasse sul set di Diabolik era aiutato addirittura da Carlo Rambaldi, conosciuto ai tempi di Terrore nello spazio. Eppure nel film dedicato al Re del Terrore trovate grossolane e colpi di genio convivono senza soluzione di continuità

Set veri vengono fotografati in maniera tale da sembrare finti e al contempo quinte in cartapesta non fanno nulla per nascondere la loro essenza. Si passa dal gioiello art-pop alla poverata di serie b – e viceversa – come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il tutto immerso in una sorta di atmosfera camp simile a quella del Batman di Adam West ma con più sesso – mai esplicito, però – e meno balletti strampalati.

La sceneggiatura è a sua volta un patchwork fuori controllo, figlio della volontà di far convivere stimoli presi dalle avventure del Diabolik cartaceo – c’è anche una sorta di cameo di Angela Giussani, con la comparsa di suoi disegni durante un identikit della polizia – a svolte deliranti.

A un certo punto, in risposta a una grossa taglia messa sulla sua testa, il ladro decide di far esplodere tutti i palazzi del fisco, in modo da scatenare una crisi finanziaria senza precedenti. La scena, memorabile e anarchica, è stata ripresa poi quasi alla lettera da David Fincher per la conclusione del suo Fight Club. Da una parte c’è l’epilogo del famigerato Progetto Mayhem, macchinazione sovversiva di stampo anarco-primitivista al centro di un racconto sospettosamente vicino a certe idee tanto care alla destra (non me ne voglia Chuck Palahniuk). Dall’altra parte, quella di Diabolik, abbiamo l’ennesima trovata di un criminale egomaniacale, ossessionato dai soldi e dal sesso. Uno che di fare politica e proseliti, e ancor meno di cambiare il mondo, non sa che farsene. Gli basta il suo lussuosissimo resort sotterraneo e una bellissima compagna fasciata in abiti sempre più ridotti.

Si dice che Lynch non si prese neppure il disturbo di leggere Dune prima di mettersi al lavoro sulla sua tormentata trasposizione cinematografica. Non ho idea se Bava si approcciò al lavoro delle sorelle Giussani alla stessa maniera, rimane il fatto che trattò il fumetto da sottoprodotto culturale, svuotandolo completamente di significato e divertendosi tanto con l’involucro che ne rimaneva. 

Nonostante i limiti imposti dalla produzione e la pretesa di un minimo di fedeltà alla fonte originale, Bava consegnò al suo pubblico uno dei suoi lavori più personali. Cinico da morire, esplicito nel voler giocare con i generi fregandosene di cercare qualsiasi forma di sdoganamento, estetizzante fino al paradosso. Manca giusto il consueto gusto del macabro tipico del maestro, altrimenti il quadro sarebbe stato completo. 

Non si tratta del suo film più riuscito, ma rimane una splendida incursione nel mondo dei cinecomic. Nonostante i tempi pionieristici, molto più incisiva, personale e sferzante di quello a cui siamo abituati in questi anni di transmedialità esasperata. Passano gli anni ma ancora oggi il tema di Morricone si stampa in testa al primo ascolto, ci si diverte da matti, Marisa Mell rimane – diciamolo ancora una volta – bellissima e la regia di Bava è sempre un piacere.

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