Guida di lettura alla JLA di Grant Morrison

jla grant morrison

A fine anni Novanta, la Justice League of America era un super-gruppo poco super. Composto da eroi di secondo o addirittura terzo piano di DC Comics – per una scelta precisa della casa editrice – era costantemente nelle posizioni più basse delle classifiche di vendita. Per rivitalizzare la testata, fu allora arruolato il trentasettenne britannico Grant Morrison, uno dei principali esponenti della british invasion, reduce da testate ottimamente recensite come Animal Man e Doom Patrol.

Per Morrison si trattò del primo passo nel fumetto mainstream, dopo le esperienze nella linea Vertigo, anni prima di poter mettere le mani su personaggi come gli X-Men, Batman e Superman. Per l’occasione, la serie della Justice League ripartì dal numero uno con un nuovo titolo (l’acronimo JLA, molto più d’effetto e moderno) e un team all-star.

Le vendite della serie passarono da 20.000 a 120.000 copie con il primo numero pubblicato a novembre 1996, e JLA rimase la serie più venduta di DC Comics per alcuni anni, facendo da traino ad altre testate della casa editrice, proveniente da un periodo di stanca, non essendo riuscita a stare sempre al passo con i cambiamenti degli anni Novanta. Non a caso, nel 2020 il sito ufficiale di DC Comics ha dedicato un approfondimento alla JLA dello sceneggiatore britannico, intitolato «Come la JLA di Grant Morrison salvò i più grandi eroi di DC».

Numero di albi: Il ciclo di Grant Morrison si sviluppò su 33 albi della testata JLA, da lui inaugurata (per l’esattezza i numeri 1-17, 22-26, 28-31, 34, 36-41), più l’albo speciale JLA 1000000, la miniserie One Million e lo one-shot Prometheus, per un totale di circa 900 pagine. A questi si può aggiungere il crossover fra la JLA e i Wildcats di Jim Lee, scritto dallo stesso Morrison.

Dove posso leggerlo in Italia: In attesa della nuova edizione di Panini Comics in formato “bonellide” che arriverà nella seconda metà del 2022, per leggere integralmente in un’unica soluzione la run di Morrison bisogna recuperare l’Omnibus pubblicato da Planeta DeAgostini nel 2009. Sempre che non vogliate recuperare gli albetti e i brossurati pubblicati da Play Press…

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Di cosa stiamo parlando: Il primo passo compiuto da Grant Morrison una volta accettato l’incarico di rilanciare la Justice League fu quello di riportare al centro della scena i 7 principali eroi della casa editrice: Superman, Batman, Wonder Woman, Aquaman, Martian Manhunter, Flash e Lanterna Verde, ai quali nel corso dei mesi si aggiunsero altri eroi come Freccia Verde (Connor Hawke, figlio di Oliver Queen), Plastic Man, Acciaio, Aztek e altri ancora.

Per Morrison, la JLA doveva rappresentare un vero e proprio pantheon di divinità, cosa che è rimarcata spesso nel corso degli episodi, con parallelismi anche piuttosto ovvi con la mitologia: Flash/Ermes, Batman/Ade, Plastic Man/Dioniso e così via. Non è un caso che uno dei principali avversari del gruppo – Prometheus – fu creato appositamente da Morrison prendendo spunto dal mito di Prometeo, colui che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini.

Sulla carta, un roster così d’eccezione – comprendente praticamente tutti gli eroi più potenti della casa editrice – rendeva il gruppo quasi invincibile, e allora le minacce dovevano avere una portata altrettanto epica: da eserciti alieni a macchine da guerra proveniente dal futuro, passando per coalizioni di super-cattivi e vere e proprie potenze cosmiche.

In questo modo, poi, la Justice League sembrò essere al centro dell’Universo DC come non mai. I personaggi potevano andavare e venire tra una singola storia e l’altra, ma le spiegazioni restavano fuori scena, perché quello che avveniva tra le pagine della serie doveva essere a esclusiva funzione della trama orizzontale ideata dallo sceneggiatore. Così, se Superman diventava un essere di pura energia con nuovi poteri e un nuovo costume, bastavano un paio di battute tra i personaggi per chiarire la situazione ai lettori, lasciando gli approfondimenti alle testate personali dell’eroe.

Perché leggerlo: Perché JLA è una serie blockbuster dai ritmi serrati che alza l’asticella sempre più in alto numero dopo numero, intrattenendo e mantenendo una qualità media costante come pochi altri fumetti (soprattutto fra quelli di quegli anni), tanto da non risultare quasi per nulla invecchiata.

Perché in queste storie Morrison iniziò a studiare i personaggi per le sue future gestioni di Batman (di cui abbiamo parlato qui) e di Superman (in quella che è probabilmente la migliore storia del personaggio), inserendo anche alcuni elementi che sarebbero poi ritornati.

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E poi anche perché forse senza la JLA di Morrison non sarebbero esistiti i New Avengers di Marvel Comics, altro gruppo all-star arrivato solo nel 2005 (con due tra i personaggi più famosi della casa editrice, Wolverine e Spider-Man, per la prima volta negli Avengers). Ma forse nemmeno i New X-Men dello stesso Morrison, altro passaggio fondamentale nella carriera dello sceneggiatore.

Le storie di Morrison erano lontane dal revisionismo supereroistico degli anni Ottanta ma anche dal post-modernismo dei primi del Duemila. Non c’era alcun intento realistico in questo ciclo, ma «genuini e stupefacenti miti fantascientifici», come affermato dallo stesso Morrison nel suo saggio Supergods.

Le storie migliori: Il ciclo di Morrison ha due apici principali. Il primo è La pietra dei tempi (in originale Rock of Ages), che vedeva la JLA al confronto con Lex Luthor e la sua Gang dell’Ingiustizia, intenzionata a prendere il controllo della JLA tramite un cristallo alieno, ma che finisce per scatenare la minaccia di Darkseid.

La pietra dei tempi anticipò inoltre alcune storyline successive (e persino opere successive dello sceneggiatore, come Crisi finale), che sarebbero poi culminate in Terza guerra mondiale (World War III), l’arco narrativo conclusivo dello sceneggiatore, con lo scontro con Mageddon, un’arma creata millenni fa con lo scopo di sterminare tutta l’esistenza.

Fra tutte queste battaglie di portata maestosa, trovò però spazio anche un episodio autoconclusivo dalle atmosfere più “quotidiane”, sul numero 5 della serie, che presentò la prima apparizione della Donna del Domani (in originale Tomorrow Woman). Una storia dalla struttura circolare – che si apre e si chiude con un funerale – tragica e appassionante, che ebbe la funzione di fare da raccordo tra la tradizione e l’innovazione, tra la storia del gruppo e il suo rinnovamento.

La vicenda della Donna del Domani – come raccontato anche all’interno della storia stessa – ricalcava infatti in parte quella di Red Tornado, androide creato proprio dallo scienziato malvagio T.O. Morrow per infiltrarsi nella Lega e che invece si era unito a loro, proprio come fa qui la nuova eroina.

Le storie peggiori: Difficile trovare una singola storia fuori posto all’interno dell’intero ciclo. Tutto sembra essere indispensabile, senza alcun calo di qualità. E allora forse l’unica storia sacrificabile – anche perché di più difficile reperibilità, essendo stata tenuta fuori dal suddetto Omnibus – diventa il crossover con i Wildcats, pubblicato negli Stati Uniti su un albo one-shot e in Italia su un numero di Play Magazine.

Al suo interno ci sono avvenimenti che vengono poi citati più avanti nel corso delle storie successive di Morrison, ma il gancio è talmente flebile che questo crossover non è necessario per comprendere gli sviluppi successivi. E poi Val Semeiks è un disegnatore davvero troppo “classico” e poco esplosivo e immaginifico per le trovate di Morrison e un crossover all-action di questo tipo.

I momenti migliori: In così tante pagine, i momenti da ricordare sono davvero tanti, a partire dal primo numero, in cui Flash sembra dimostrare complessi di inferiorità nei confronti di Superman mentre i due sono intenti a raggiungere in fretta la base della JLA («Uhm… è una gara, Superman?»), richiamando anche le varie storie in cui negli anni si sono sfidati sulla velocità.

Dal punto di vista dell’epicità, c’è poi la scena nell’ultimo numero di One Million in cui il Superman del futuro esce dal Sole, dopo secoli di auto-esilio, interamente dorato, con una didascalia che aggiunge, senza troppa retorica, enfasi alla portata dell’avvenimento: «Dieci miliardi di soli intelligenti restano in silenzio per un breve arco di tempo. Intere costellazioni interrompono la loro traiettoria salutare il più grande campione della verità».

La medaglia per il momento più sadico la vince invece Batman, nel suo scontro finale con Prometheus. Il criminale è solito inserire nel proprio casco ultra-tecnologico dei CD – ehi, siamo pur sempre negli anni Novanta – contenenti registrazioni di grandi combattenti, che si imprimono sul suo sistema muscolare, permettendogli di replicarne le capacità. Per sconfiggerlo, Batman gli sostituisce allora a sua insaputa il disco con un altro contenente le caratteristiche fisiche di Stephen Hawking.

Questo momento d’altra parte è esemplare di tutto il ciclo di Morrison: nelle sue storie, gli eroi vincono quasi sempre perché sono più intelligenti e scaltri dei loro nemici, non perché sono necessariamente più forti. La soluzione, quel quid necessario per arrivare alla vittorie, è sempre lì a portata di mano, spesso invisibile al lettore, e il focus delle storie è sempre sul come (e quando) questo viene rivelato o messo in atto.

Poi, nel caso in cui tutto questo non fosse abbastanza, a un certo punto c’è sempre Superman che combatte contro un angelo (un angelo toro, per l’esattezza), mentre Flash si domanda «Quello sarebbe il tipo che mi ha confessato di non sentirsi all’altezza del suo mito?».

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Il personaggio migliore: Difficile trovare un protagonista sopra tutti gli altri, visto che la bravura di Morrison fu anche nel saper dosare in modo giusto tutti i suoi personaggi e dargli i giusti spazi, lasciandogli prima o poi la “poltrona d’onore” in una storia o nell’altra.

Una menzione particolare però può essere dedicata a Flash (Wally West) e Lanterna Verde (Kyle Rayner). In mezzo a tanti eroi con tanta esperienza, loro fanno la parte degli ultimi arrivati, in cui ci si può immedesimare (un po’) più facilmente. Il loro costante battibeccare su chi sia più novellino dell’altro diventa uno dei leitmotiv costanti di tutta la serie, fungendo quasi da traccia di sottofondo.

Passando agli avversari del gruppo creati da Morrison, ci sono invece gli Ultramarine, super esseri creati dal governo degli Stati Uniti, con cui l’autore anticipò i supereroi del nuovo millennio, decisi a operare su scala globale, affrontando minacce realistiche e senza farsi troppi scrupoli (come Authority, per esempio).

Il disegnatore migliore: Il disegnatore di quasi tutte le storie del ciclo di Morrison fu Howard Porter, il mediano della situazione, che fa legna senza troppi fronzoli. Non molto appariscente come i suoi colleghi più in voga degli anni Novanta, fu l’uomo giusto al posto giusto, un autore in grado di raccontare una storia per disegni e dare forma e sostanza alle trovate dello sceneggiatore.

Dotato di uno stile molto pulito e perfetto per fare ordine nelle tavole piene di personaggi e macchinari, Porter trovò inoltre il partner perfetto in John Dell, inchiostratore dalla pennellata decisa e corposa.

Miglior tavola: La mancanza di un disegnatore esplosivo e geniale, d’altra parte, fa sì che le tavole indimenticabili – ovvero più che semplicemente ben elaborate e disegnate – si contino sulle dita di una mano.

Tra queste, ce n’è una del terzo numero di JLA con protagonista Batman, che si lancia dall’alto, sfonda una vetrata e atterra in piedi tra i nemici, come se fosse un’ombra, in una sequenza dal grande impatto dinamico, che coglie alcune delle caratteristiche salienti di Batman e allo stesso tempo fa subito capire al lettore che cosa sta succedendo.

Miglior copertina: La prima, che Morrison ha dichiarato di aver ideato lui e che offre una prospettiva dal basso per dare maestosità agli eroi in “posa”, come se fossero adulti visti da un bambino.

Dialoghi memorabili: Più che di dialoghi memorabili, il ciclo di Morrison è pieno di battute memorabili, alcune delle quali già citate. Tra le altre, nel secondo numero della serie, c’è una affermazione di Superman in risposta alle domande dei giornalisti, dopo che l’Hyperclan – una squadra di misteriosi eroi extraterrestri – ha iniziato a curare i mali del pianeta Terra:

«L’umanità vuole davvero diventare il cagnolino viziato di esseri super umani e sprecare il proprio potenziale? Che cosa succederebbe allora all’arte?»

La battuta di Superman, sembra quasi un voler prendere le distanze da parte di Morrison contro ciò che sarebbero stati i super gruppi nel decennio successivo, decisamente più proattivi (con Authority in testa). C’è poi invece Batman che, sempre alle prese con l’Hyperclan, dimostra di essere sempre un passo davanti a tutti, quando, in risposta all’arroganza dei suoi nemici che lo stanno accerchiando, capovolge la situazione con una semplice mossa e dice semplicemente «Quando siete pronti».

Infine, la chiusura del ciclo di Morrison, con Superman che schernisce proprio un titubante uomo pipistrello, in risposta a una chiamata d’emergenza: «Ebbene, Batman? Dai, su. Siamo la Justice League. Lo so che ti piace».

Se dovessi sintetizzarlo: Userei le parole dello stesso Morrison in Supergods, quando dice che la sua JLA era «un fumetto di supereroi che i bambini potevano leggere per sentirsi grandi e che gli adulti potevano leggere per sentirsi nuovamente giovani».

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