Pugaciòff, il luposki che veniva dal futuro

pugacioff giorgio rebuffi sbam

C’era un tempo, diciamo 50-60 anni fa, in cui le edicole italiane erano invase di fumetti umoristici. Qualche nome è noto ancora oggi: Geppo, Soldino, Felix, Tiramolla, Chicchirichi, Cucciolo, Tarzanetto, Braccio di Ferro. Erano tutti prodotti in Italia, pubblicati da editori come Alpe e Bianconi nello stesso formato “libretto” che aveva deciso il successo del Topolino Mondadori. Molti lettori si sono formati sulle loro pagine e ne hanno un ottimo ricordo. È indubbio che molti protagonisti di quelle storielle fossero simpatici, ma dobbiamo ammettere a malincuore che gran parte dell’affetto che proviamo per loro è dettato da nostalgia. 

Gli autori erano costretti a ritmi massacranti, come racconta Sandro Dossi, tra i protagonisti di quella stagione. «Per l’editore dovevamo essere veloci… si doveva consegnare prima di subito, tutto era urgente! In molti si ricordano una storia di Geppo Diritti d’autore dove mi raffiguro legato ad una catena e il redattore mi diceva “Non parli, non mangi, non beva, non dorma e mi chiami appena la storia è finita!”.»

Altre volte Dossi ha quantificato la mole di lavoro in circa 100 pagine al mese per i disegnatori, e addirittura 600 o 700 per lo sceneggiatore Alberico Motta. Se ve lo state domandando, sì, sono numeri davvero mostruosi. Ma necessari, perché l’editore mandava in edicola una decina di mensili fatti da un pugno di autori. Bisognava quindi correre. 

Di conseguenza ne risentiva inevitabilmente la qualità delle storie. Non tanto nei disegni, perché Pierluigi Sangalli, Tiberio Colantuoni, Nicola Del Principe e gli altri avevano sviluppato uno stile molto asciutto ma efficace, a volte quasi intercambiabile tra l’uno e l’altro, però funzionale a quello che raccontavano.

Erano più le trame a risentire della fretta. Sviluppate spesso intorno a un’idea e seguendo uno o due canovacci ben definiti, così da poter essere scritte in fretta. Un lavoro “da catena di montaggio”, quindi, per mandare in edicola un prodotto seriale molto standardizzato, adatto al suo pubblico – e perciò ancora amatissimo – ma con pochissimi picchi qualitativi.

pugacioff geraldo bombarda

Tra le poche eccezioni c’era indubbiamente Giorgio Rebuffi, autore che è riuscito più di tutti a trovare una voce personale e unica all’interno di quel mare di pubblicazioni, in particolare con il suo lupo Pugaciòff, di cui Sbam! ha recentemente riportato in libreria un’antologia di storie.

Pugaciòff è un lupo siberiano – un “luposki della steppaff” come dice lui nel suo finto russo – che esordì nel 1959 come comprimario di Cucciolo e Beppe. Erano i principali eroi delle Edizioni Alpe, coppia costruita nei primi anni Quaranta sul modello di Topolino e Pippo da Giuseppe Caregaro, Federico Pedrocchi e Rino Anzi, e che proprio Rebuffi aveva svecchiato a metà anni Cinquanta. La loro vita piccolo borghese nella villetta di periferia fu sconvolta dall’arrivo della belva della steppa, che pian piano rosicchiò loro spazio in scena e affetto del pubblico.

Rispetto ai due umani, privi di una caratterizzazione particolarmente forte, Pugaciòff era un tornado. Iracondo, suscettibile, sempre affamato e in caccia del corpulento furfante Bombarda, il Gambadilegno del mondo Alpe. Rebuffi riuscì in poche storie a inventare un personaggio memorabile, basato su due tratti caratteriali in croce e una parlata buffa. Tutto quello che gli serviva per imbastirgli intorno storie per una decina di anni.

Chiaramente i trucchi del mestiere dei suoi colleghi erano ben noti anche a lui. Anche le storie del luposki erano basate su canovacci sempre uguali e, per chi ne ha lette molte, finiscono inevitabilmente per confondersi l’una con l’altra con poche eccezioni. In tutte, bene o male, o il lupo cerca un modo per mangiare Bombarda e fallisce, o il delinquente si inventa un nuovo modo per salvarsi la pelle e lo sperimenta contro il canide. Un po’ come nei cartoni di Wilie E. Coyote, a divertire sono le trovate messe in campo ogni volta, non la trama particolarmente appassionante che le giustifica.

Eppure prima scrivevo che Pugaciòff spicca sui fumetti umoristici suoi contemporanei. Com’è possibile, se le storie non sono nulla di particolare? Oltre al carisma del protagonista ci sono altri due motivi che rendono le opere di Rebuffi più interessanti di altre: i comprimari che sapeva inventare e il suo stile di disegno.

pugacioff cavaliere

Intorno a Pugaciòff si muove un nugolo di tizi bislacchi dai nomi improbabili. A casa di Cucciolo vivono ad esempio Pitagora, pianta carnivora filosofa e fumatrice, il gatto Bernabò, sempre scettico sulla riuscita delle imprese di Pugaciòff, e il topo Aiace, nel quartiere ci sono il mastino Martino e il bracco judoka Gigorocane, nel bosco vicino ha la tana l’orso Agamennone, mentre lo squalo Geraldo fa la guardia nella piscina di Bombarda, per proteggere il suo padrone dalle fauci del lupo. 

Non sono animali antropomorfi come gli eroi Disney ma animali-animali, che vivono in un mondo per alcuni aspetti parallelo, per altri intersecante quello degli uomini. Parlano tra loro ma non vengono capiti dai loro padroni; imitano i vezzi umani in modo superficiale, esteriore, quasi bambini che giochino a fare gli adulti.

I loro comportamenti infantili, decisamente ingenui, e la loro caratterizzazione senza sfumature e sempre sopra le righe li fa spiccare sullo sfondo opaco degli umani che vivono con loro. È facile capire come abbia fatto Pugaciòff a rubare il palcoscenico ai pallidi Cucciolo, Beppe e Bombarda.

Sfogliando le storie prodotte da Rebuffi si nota inoltre una decisa evoluzione nello stile di disegno. Non è necessario possedere l’edizione quasi integrale pubblicata anni fa da Annexia, basta confrontare la prima (1961) e l’ultima storia (1967) dell’antologia di Sbam!. In meno di un decennio, il disegnatore cambiò quasi completamente il suo tratto, abbandonando man mano le linee morbide tipiche del fumetto umoristico verso un segno sempre più grafico.

Le figure divennero molto più stilizzate, secche, squadrate. I personaggi assomigliarono sempre più a marionette di carta, con gli arti composti da figure geometriche che si intersecavano tra loro. I tratti del pennino si fecero sottilissimi e nervosi. Gli arredi classici vennero sostituiti da mobili di design, segno dei gusti dell’autore e perfettamente in linea con il suo nuovo modo di disegnare. Un’evoluzione che avrebbe avuto l’apice nei fumetti di un altro personaggio, l’Ottag, un gatto alieno disegnato come una silhouette felina con gli occhi.

pugacioff cucciolo beppe

Man mano che il segno si asciugava, le tavole si facevano più vive. I personaggi diventavano più dinamici e più deformabili, perdendo quasi ogni ancoraggio al realismo. Pugaciòff poteva finalmente spiaccicarsi completamente per terra, Bombarda trasformare le gambe in linee cinetiche mentre si gettava dalla finestra per sfuggirgli, Beppe cacciare urli che gli deformavano la faccia in un modo che prima sarebbe stato inconcepibile.

Questo rifiuto del naturalismo e delle rotondità “disneyane” da fumetto per ragazzi è l’aspetto che rende così interessanti ancora adesso le tavole di Pugaciòff rispetto alla maggior parte della produzione loro contemporanea. I fumetti degli anni Sessanta hanno sessant’anni. I fumetti di Giorgio Rebuffi, che all’epoca sembravano venire dal futuro, sembrano disegnati oggi.

Pugaciòff – Il luposki della steppaff
di Giorgio Rebuffi
Sbam!, settembre 2021
brossurato, 208 pp., b/n
13,00 € (acquista online)

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