Reale come la finzione: “Bambino paura” di Juta

di Angela Viola Borzachiello

bambino paura juta

Bambino paura, graphic novel pubblicato da Rizzoli Lizard, è il primo libro di Juta, nome d’arte di Simone Rastelli, classe 1991, che finora si era cimentato su diversi lavori di illustrazione e su storie brevi. In questo suo primo racconto lungo, Juta parte dal concetto di paura per riflettere sulla forza delle emozioni e sulla differenza tra reale e immaginario

Il libro verte sulla vita sonnacchiosa di un piccolo paesino di provincia, movimentata dall’arrivo di una troupe che ha scelto proprio questo luogo come ambientazione per girare un lungometraggio horror e per cercare il giovane protagonista. La vicenda inizia a riprese finite, quando il bambino Giulio, su cui è caduta la scelta, sta per recarsi alla prima proiezione del film, dal titolo appunto di Bambino paura, assieme alla madre e alla sorella adolescente.

Attraverso un registro linguistico che riproduce il parlato, l’autore sceglie di raccontare gli eventi filtrandoli nel vissuto personale di Giulio. Tutto ruota intorno a questa eccitazione, data appunto dall’aver recitato in un film dell’orrore vietato ai minori di sedici anni. Giulio fa vedere di nascosto il film ai suoi amici: quando i genitori lo vengono a sapere, ricordano loro che il film non è la realtà, come per proteggerli dalla negatività delle cose raccontate. Tuttavia, benché il film sia una fiction, le emozioni che suscita durante la visione sono reali. 

Ad aggiungere ulteriore complessità in questo rapporto tra realtà e finzione, c’è il fatto che il film è ambientato nel paese in cui vivono i ragazzi, in particolare in una vecchia torre dove gli stessi si recano in cerca di emozioni forti, per scoprire se fa davvero paura, come se fosse una prova di coraggio. Ma dopo l’esperienza cinematografica, il rapporto di Giulio con la paura cambia totalmente: in un tema scolastico racconta di quanto gli sia piaciuto partecipare al film e di come non abbia avuto paura perché è tutta una finzione

bambino paura juta

Riconosciuto per strada da persone che hanno visto il film e vogliono farsi un selfie con lui, viene coinvolto dal regista a una presentazione durante un festival dell’horror. Il lavoro come attore lo fa sentire grande e importante, e vorrebbe fare ciò che è permesso alla sorella maggiore, uscire con i suoi amici o montare un tavolo tutto da solo, fino al punto da ribellarsi alla madre.

L’angosciosa monotonia della vita quotidiana in famiglia è raccontata dall’autore in modo genuino e efficace. I giorni scorrono tra il lavoro in autoscuola della madre, il tran-tran della sorella liceale in compagnia del fidanzato, Giulio alla scuola elementare con i suoi amici e le ferie al mare in visita dai nonni. In questa apparente ma insidiosa normalità, che riflette quella di ogni luogo del mondo, il film girato in quegli stessi spazi diventa quasi un correlativo oggettivo della paura, di tutta la paura del mondo. E Giulio coglie, attraverso il personaggio che ha interpretato nel film, il senso profondo di quella paura. 

Il segno di Juta è affine a quello di maestri del manga horror come Hideshi Hino, o a quello di fumettisti italiani che dal manga d’autore sono influenzati, come Vincenzo Filosa. La narrazione è portata avanti con grande efficacia tramite la sequenzialità visiva, che richiama quella cinematografica, come nell’espressività dei volti, con l’uso frequente dei primi piani focalizzati sul protagonista, circondato dal bianco delle vignette. 

bambino paura juta

L’immagine di copertina, che rappresenta uno zombi bambino seduto su dei gradini con due occhi grandi e vuoti, è la locandina del film Bambino paura: quasi a indicare che la paura è un’emozione raccontata solo nel film. È Giulio, quel bambino? O è solo il personaggio di un mondo immaginario, qualcosa che non esiste se non dentro uno schermo cinematografico? In un mondo attuale dove tutto viene esteriorizzato, anche tramite i social, la paura smette di essere qualcosa che ci appartiene e con cui dobbiamo fare i conti: diventa qualcosa d’altro, uno zombi da allontanare nell’illusione di potercene liberare per sempre. 

Infine, l’occhio gocciolante di sangue o inchiostro sul retro del libro rimanda alla lunga sequenza del rientro della famiglia dalle ferie al mare. Un momento di quotidianità che all’interno della narrazione assume le forme proprio di un film horror. Per strada quell’occhio è disegnato ovunque, sui segnali stradali, sulla banchina e finanche sul muro di casa.

L’occhio è un simbolo che ci vede e ci rende oggetti di uno sguardo esterno, quello della società in cui viviamo, sempre monitorata ed esteriorizzata: un mondo dove la realtà si confonde con la finzione e in cui la paura è solo un’emozione da film, qualcosa che non esiste se non per essere raccontata.

Bambino paura
di Juta
Rizzoli Lizard, settembre 2021
brossura, 240 pp., b/n
18,00 € (acquista online)

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su InstagramFacebook e Twitter.