“Senza parole” di Trillo e Mandrafina, la ricchezza del fumetto muto

di Angela Viola Borzachiello

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Le storie di Senza parole sono un piccolo gioiello non molto noto del fumetto argentino: scritte da Carlos Trillo e disegnate da Domingo Mandrafina, sono apparse per la prima volta sulla rivista L’Eternauta nel 1982 e poi pubblicate nel primo albo della collana Black Bird, edita da Edizioni ACME nel 1991. Non c’è nessuna pubblicazione più recente purtroppo ma, se vi impegnate, potete trovarlo ancora in qualche bancarella dell’usato o in rete a un prezzo onesto. 

Carlos Trillo è considerato uno dei più grandi maestri del fumetto argentino. Dal 1975, anno in cui iniziò a sceneggiare storie a fumetti, ha prodotto una quantità spropositata di titoli di notevole qualità, affiancandosi a grandi nomi del disegno. Tra i suoi lavori più noti ricordiamo Alvar Mayor e Robin delle stelle (disegnati da Enrique Breccia), Un certo Daneri e Chi ha paura delle fiabe? (Alberto Breccia), Chiara di notte e Custer (Jordi Bernet), Loco Chavez (Horacio Altuna), Spaghetti Bros e Frutto acerbo, in coppia con lo stesso Mandrafina.

Quest’ultimo esordì invece come disegnatore nel 1969, con vari lavori per la rivista argentina Patoruzito. Dagli anni Settanta ha lavorato con alcuni dei massimi esponenti della scrittura per fumetti argentina del dopoguerra, come Guillermo Saccomanno, col quale realizzò il personaggio di Cayenna, e Robin Wood, con il quale creò Savarese, il suo personaggio più famoso, un italo-americano espatriato per necessità in America e lì diventato il primo agente della neonata FBI. 

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Senza parole di Trillo e Mandrafina è una raccolta di dieci racconti di sei tavole ciascuno, accomunati appunto dall’assenza di parole e dalle atmosfere buie e amare. Storie “mute” ma fortemente espressive, capaci di suscitare nel lettore un forte senso di inquietudine, grazie all’uso di un codice comunicativo solo all’apparenza semplice e all’immediata forza evocativa delle tavole in bianco e nero. In queste gag surreali e piene di amara ironia, la descrizione dei personaggi è lasciata ai gesti, agli sguardi dei protagonisti, alle strade delle città. 

La mela è l’incontro tra un uomo affamato che ruba il frutto da un cesto in bella vista e un ragazzino al quale, mosso da pietà, dona il frutto, diventando inconsapevole artefice di un delitto. In La ballerina una fanciulla in tutu piroetta leggiadra per le strade della città, tra voli mozzafiato e salti sui tetti, sorprendendo gli spettatori con il suo ondeggiare nel vuoto.

Vi è un uso degli ambienti, degli oggetti e della messa in scena pienamente consapevole; ogni elemento presente in una tavola è frutto di una scelta studiata in funzione del significato che esso possiede nel racconto. Grazie alle inquadrature e a una “regia” sapiente e controllata, il tratto grottesco di Mandrafina disvela l’interiorità dei personaggi, che commuovono per la genuinità con cui mostrano le proprie contraddizioni, i timori e le angosce crescenti. 

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Ad esempio il triste protagonista di La statua, maltrattato ovunque, si rifugia nell’alcol e vagando per le strade trova conforto nell’osservare la scultura della Bella Naturale, arrivando a cercare disperatamente l’affetto che gli manca in quel marmo freddo. Il portalettere di ll postino si invaghisce di una donna innamorata di un altro uomo, fantastica di conoscerla, fino a trovare un modo sleale per sedurla. Mentre la tragedia in Il fuochista si consuma tra l’indifferenza e la noncuranza dei presenti, sollevati infine che il morto non sia una persona a loro cara. 

Le storie sono sospese in un’atmosfera di suspence kafkiana, e l’ironia beffarda diventa la dimensione più inquietante di ogni vicenda. La narrazione è sempre improntata all’ottenimento di una sorta di colpo di scena finale, che fa del turbamento suscitato il punto di partenza di ogni tipo di considerazione, come in Il mago, dove un gioco di prestigio si tramuta in numero macabro, o in La porta con un uomo che si sposta da un varco all’altro, incontrando vari personaggi che gli giocano un bel tiro. 

L’immaginario di Trillo e Mandrafina è popolato da vinti, disadattati, miserabili, illusi, succubi e carnefici, e regala squarci di vita autentica, descrivendo con ironia beffarda il vuoto esistenziale, l’incapacità di comunicare, l’alienazione, il disagio. Come il protagonista di Il suicida, che deluso e stanco della propria vita in un momento di disperazione acquista un’arma e tenta di usarla. O il giovane di Il ring, che lotta tutta la vita per farsi accettare dagli altri, arrivando a combattere contro se stesso. 

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Queste piccole storie, all’apparenza semplici, acquisiscono profondità proprio grazie all’assenza di dialoghi. Il fumetto “muto” consente ai grandi maestri dello storytelling di esprimere al meglio le proprie capacità, giocando sul legame tra le vignette, sulla recitazione dei personaggi e sul mutare dei contesti, sviluppando situazioni surreali, o al limite del reale, e facendo fiorire significati inediti, imprevisti, che solo il fumetto è in grado di esprimere. Senza parole di Trillo e Mandrafina è un’esperienza di lettura piena di passaggi di una bellezza rara che solo i grandi autori sono capaci di creare.


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