“Spider-Man: No Way Home”, la recensione

ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER

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Spider-Man: No Way Home è un gran film. Il ritorno di Spider-Man, in una fase di passaggio molto delicata del Marvel Cinematic Universe (ancora non si è capito dove vogliano andare a parare in questo nuovo ciclo), è ben riuscito. Andatelo a vedere, merita.

Tom Holland e i suoi due partner, Zendaya e Jacob Batalon, vanno alla grande. Dopo aver costruito un arco lungo dell’evoluzione di Holland, che è nel frattempo anche cresciuto con il suo pubblico (l’attore è nato il primo giugno del 1996, Zendaya il primo settembre dello stesso anno e Batalon il 9 ottobre), questo terzo film di Spider-Man porta a maturazione anche fisica un personaggio che assume toni realistici e drammatici ma non perde la caratteristica picaresca e fumettistica. L’Uomo Ragno è un personaggio che piace ai più piccoli, e una buona fetta demograficamente parlando è cresciuta assieme a Holland e ai suoi, trovandosi a vivere problemi, situazioni e traumi esattamente (si fa per dire: è pur sempre l’Uomo Ragno) come i suoi protagonisti.

In Spider-Man: No Way Home si trova anche una Marisa Tomei in stato di grazia. Ma sappiamo che l’attrice, che ha vinto un Oscar molto giovane per Mio cugino Vincenzo e poi ha avuto una carriera tutto sommato meno sorprendente di quanto ci saremmo potuti aspettare, si trova in un periodo di straordinaria seconda maturità artistica e in un ruolo – quello della zia single di mezza età del Queens – perfetto per il suo registro recitativo. E la sorpresa di un Jon Favreau, che in realtà è soprattutto regista, sceneggiatore e produttore anche di film del Marvel Cinematic Universe, che adesso fa un passo avanti ancora più deciso e copre un ruolo abbastanza convincente, anche se non perfetto.

C’è infine Benedict Cumberbatch, il dottor Strange, che qui si porta a casa praticamente un altro suo film (o almeno un mezzo film), dimostrando da un lato la coralità dei film dell’arrampicamuri e di questo in particolare, e dall’altra la versatilità dell’attore britannico che sa tenere assieme registri diversi e mostrare un personaggio più umano ma sempre nel profondo arrogante come il primo della classe.

La pellicola diretta da Jon Watts su sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik Sommers è inoltre ben congegnata: il tema del multiverso rispetta lo zeitgeist, lo spirito del nostro tempo (basti vedere cosa ha fatto “il social una volta conosciuto come Facebook” a riguardo con Meta), ma è anche l’asse portante della trama. I multiversi nascono quando gli autori di una serie perdono fiato oppure più semplicemente finiscono le possibili combinazioni dei personaggi. Gli approfondimenti della personalità dei personaggi costruiscono archi che poi arrivano a saturazione, e occorre resettare tutto: si può scegliere la strada del reboot, delle storie gaiden, oppure del multiverso, che introduce nuove possibilità combinatorie intriganti.

Un esempio è stato lo Spider-Man animato di ‌Un nuovo universo di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman. La libertà data da fumetto e animazione di poter giocare con personaggi vecchi, nuovi, “paralleli” e ripescati è stata colta perfettamente da Marvel e Sony con il casting degli attori delle precedenti incarnazioni dell’Arrampicamuri, Tobey Maguire e Andrew Garfield, ma anche di alcuni cattivi delle altre produzioni Spider-Man/Sony, che adesso vengono rettificate e inserite (per quanto ortogonalmente) nella continuity del MCU. Tutto torna e tutto si spiega, insomma.

Il film costruisce e fa esplodere a dovere la tensione nata l’ultima volta che avevamo visto Spider-Man in azione in Far From Home, e cioè in volo con MJ dopo aver sconfitto Mysterio, quando la sua identità segreta è rivelata da J. Jonah Jameson, direttore dello scandalistico The Daily Bugle. L’innesto del multiverso funziona, e la capacità espressiva e drammatica del terzetto di protagonisti riesce nel difficile tentativo di tenere assieme pubblici diversi con una recitazione che tocca registri diversi e dimostra soprattutto in Holland doti recitative notevoli.

I due Spider-Man paralleli sono vecchie conoscenze (nel caso di Tobey Maguire, più che ventennali conoscenze) e si muovono senza sbavature. I temi più profondi del film sono quelli della perdita, della memoria, del desiderio di vendetta e di quella soglia che può essere attraversata oppure no, quel “lato oscuro” (direbbero in un altro franchise anch’esso diventato di proprietà di Disney) che cambia in maniera forse irreversibile chi lo frequenta, facendo sì che anche i buoni si possano perdere allontanandosi dalla luce per seguire il buio della vendetta. Compiere o no una cattiva azione è il dilemma morale alla base della seconda metà di Spider-Man: No Way Home, che si aggiunge ai temi della memoria dell’amore e dell’amicizia: due sentimenti che nella fantasia post-adolescenziale di Spider-Man si sovrappongono.

Consentite in conclusione a questo cronista di cose cinematografiche e non solo una nota per fatto personale. La visione di questo film, come di quasi tutti quelli che la stampa specializzata recensisce, avviene in anteprime riservate per consentire di arrivare con un’opinione e un giudizio per i lettori quando i film vengono distribuiti in sala. È un lavoro utile sia per i giornali e i siti come Fumettologica, che per chi distribuisce e proietta i film, nonché ovviamente per il pubblico che si può fare un’opinione informata. Va anche detto che non c’è mai stata alcuna pressione di alcun tipo su noi che facciamo recensioni, e che il rispetto da parte delle case di produzione, che invitano tipicamente a Roma e a Milano un paio di centinaia di giornalisti, è sempre stato massimo e correttissimo, almeno nell’esperienza di chi scrive.

Così non è purtroppo per le regole di sicurezza, che stanno peggiorando di volta in volta, al punto di far pensare che sarebbe meglio ripensare l’idea stessa di fare anteprime con duecento persone alla volta.

Siamo arrivati al paradosso di perquisizioni personali, metal detector, pressioni a spegnere e consegnare dispositivi di qualsiasi genere, ben oltre il semplice telefono cellulare. A chi scrive, per esempio, a metà proiezione è stato puntato addosso un puntatore laser rosso e poi è arrivata una signorina vestita da Men in Black per chiedere di consegnare l’orologio (un Apple Watch, per la cronaca) salvo poi accontentarsi di imbustarlo e lasciarlo in mano al cronista.

Ora, va bene tutto, ma se c’è un problema di pirateria forse si può risolvere conoscendo e selezionando meglio non solo chi si occupa della sicurezza ma anche le persone che vengono a vedere i film per lavoro, e non assumendo atteggiamenti intimidatori e fastidiosi. Poco prima dell’inizio, tre signore di una certa età si lamentavano a gran voce di essere state spogliate di giacche e cappotti e perquisite alla ricerca di improbabili videocamere. Se l’obiettivo è di lavoro, cioè proiettare un film da recensire a dei giornalisti specializzati, mi spiace ma questo non è più il modo corretto. Trovate un altro modo.

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