Come si scrive la storia di Natale perfetta per “Topolino”?

natale topolino

Ne abbiamo lette tutti di quelle storie. C’è la neve, molto spesso, luci e addobbi festosi, quasi sicuramente, i buoni sentimenti e Babbo Natale, per forza. Tra le tante ricorrenze di dicembre, le storie natalizie di Topolino sono una tradizione irrinunciabile che ha portato alla realizzazione di una manciata di avventure all’anno, per un totale di centinaia di fumetti a tema. Un bacino di creatività che, in alcuni casi, sta alla base dell’universo di Topolino e Paperino. Ma com’è che si scrive la storia di Natale Disney perfetta?

«Ci vuole un certo romanticismo, ci devi credere un po’ al Natale» dice a Fumettologica Valentina De Poli, direttrice di Topolino dal 2007 al 2018. «Poi i bravi autori sanno raccontare di tutto ma la differenza è credere a quella magia, senza diventare troppo sdolcinati. Di sicuro, la cosa più difficile da affrontare è andare incontro alla doppia sospensione dell’incredulità. Oltre ai personaggi Disney, che devono restare credibili, c’è l’ingombrantissima presenza di Babbo Natale, che deve risultare altrettanto credibile

«Il Natale lo puoi celebrare in tanti modi» aggiunge Alex Bertani, direttore di Topolino in carica dal 2018. «Ci sono le cose classiche, come il caminetto acceso, i regali e Babbo Natale che non entra nel camino, ma anche cose meno convenzionali. Non è facile ma credo che il tentativo dovrebbe essere quello di presentare situazioni nuove, perché è lo stesso sforzo che ha reso memorabili le storie più belle.»

Rispetto alle altre storie, l’iter produttivo non cambia, ma, a differenza di quelle generiche e quindi intercambiabili da un numero all’altro, ci vuole una programmazione più attenta, per fare in modo che siano pronte per le feste. «E a Natale cosa facciamo?» è tormentone che, all’incirca a giugno, tiene banco nella redazione di Topolino

Controintuitivamente, non è sempre stato così. Se la prima copertina natalizia di Topolino risale al 1949, il primo anno di vita del formato libretto, le storie italiane a tema iniziarono ad apparire solo nel 1954, quando su Topolino 104 Guido Martina e Giovan Battista Carpi realizzarono Topolino e i regali a valanga, una fiaba corale in stile Martina (ci sono perfino i Sette Nani di Biancaneve, in quel crogiolo narrativo tipico dello sceneggiatore, e le didascalie in rima).

Forse anche per scarsa coordinazione editoriale, le storie natalizie di Topolino prima degli anni Ottanta non sono molte, e spesso quando comparivano erano traduzioni dall’estero. Ci si limitava a segnalare le ricorrenze in copertina, con illustrazioni a tema – in alcuni anni nemmeno quelle – lasciando i festeggiamenti a strenne esterne alla rivista. La situazione cominciò a cambiare con Gaudenzio Capelli, direttore dal 1980 al 1994, che trasformò il numero natalizio di Topolino in un appuntamento importante, un grande biglietto di auguri e un regalo per i lettori a casa da scuola.

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Non a caso, per accentuare la dimensione celebrativa, in quel decennio nacque la tradizione delle copertine raffiguranti i piatti natalizi, veri oggetti venduti in edizione limitata e ispirati all’usanza danese. Il primo vero numero tutto natalizio è datato 1985, con una serie di storie come Pippo e l’ultimo viaggio di Natale (di Luigi Mignacco e Massimo De Vita) e Paperino e il Natale… Spaziale (di Massimo Marconi e Romano Scarpa). Negli anni, hanno contribuito moltissimo al canone natalizio Bruno Sarda, Massimo Marconi e Carlo Panaro, quest’ultimo definito da De Poli «un grande specialista, perché lui è una certezza, è un classico vivente. Se hai bisogno di una storia di Natale classica, lui è la penna giusta».

Tra gli autori moderni più natalizi c’è Tito Faraci, che a partire dal 1997 si è costruito un proprio filone di storie con Babbo Natale calato in contesti reali e quasi da classe operaia. La sua prima storia a tema festoso, Manetta e l’indagine natalizia, sulle matite di Giorgio Cavazzano, vedeva Manetta e Rock Sassi arrestare Babbo Natale e sbatterlo in prigione insieme a Gambadilegno.

Faraci aveva unito il suggerimento dell’allora caporedattore Ezio Sisto di fare «un noir colorato di Natale» e l’ispirazione di Lobo Paramilitary Christmas Special, storia natalizia cult con il personaggio di DC Comics intento a sterminare tutto il villaggio di Babbo Natale. Di quell’albo, realizzato nel 1992 da Keith Giffen, Alan Grant e Simon Bisley, a Faraci divertiva che avessero dissacrato Babbo Natale, mostrandone la vita quotidiana, in tutte le sue tediosità. «Ero rimasto colpito da questa cosa» spiega Faraci a Fumettologica, «e all’epoca trascivano le fascinazioni che arrivavano dal fumetto americano dentro il fumetto disneyano. Volevo che fosse dissacrante ma con leggerezza».

Fece seguito l’anno successivo Un papero in rosso, storia co-sceneggiata con Francesco Artibani e disegnata da Paolo Mottura in cui Zio Paperone riceve l’incarico di sostituire Babbo Natale la notte della vigilia. Faraci iniziò a baloccarsi con l’idea di costruirsi un proprio universo natalizio, «con i paperi e i topi, che variava ogni volta, ma con l’idea fissa di un Babbo Natale demotivato che trova sempre qualche ragione per non lavorare».

L’accostamento di un Babbo Natale stanco del proprio ruolo di padrone, che spesso abdica in favore di qualcun altro, e di una fabbrica luddista che funziona tutto l’anno per lavorare un solo giorno creava un cortocircuito tra un elemento molto magico e la pragmaticità di un lavoro come un altro. Faraci tornò poi sul tema in Topolino & Eta Beta e il Natale che non c’è (2002, su matite di Marco Palazzi, una storia in cui, in un futuro remoto l’usanza del Natale è scomparsa a causa di un benessere diffuso che non fa più desiderare nulla), Topolino in: Un eccezionale normale Natale (2018, disegni di Lorenzo Pastrovicchio, dove Topolino si trova a sostituire Babbo Natale) e Topolino… Zio Paperone e il condono natalizio (2019, su disegni di Stefano Intini, in cui Babbo Natale, per ammendare ai regali non consegnati negli anni, concede un desiderio garantito a tutti, lasciando paperi e topi a sbrogliarne le conseguenze), inserendo anche puntate metafumettistiche – e solo vagamente natalizie – come la storia a incastro del 2010 disegnata da Marco Mazzarello, Giampaolo Soldati e Silvia Ziche (Paperino e l’incombenza natalizia, Topolino e lo smisurato mistero di Natale e Topolino, Paperino e la smisurata e misteriosa incombenza di Natale).

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Le storie di Natale sono iscritte nel codice genetico del patrimonio Disney, in particolare per quanto riguarda i paperi. Non solo perché Zio Paperone, ispirato all’Ebenezer Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens, esordì nella storia Il Natale di Paperino sul Monte Orso (1947), ma perché il suo autore, Carl Barks, scrisse e disegnò alcune delle sue migliori storie proprio in un contesto natalizio, tra cui Paperino e la scavatrice (1949), dove Zio Paperone e il nipote si scornavano per fare il regalo più bello a Qui, Quo e Qua, e Paperino e il ventino fatale (1952), in cui Qui, Quo e Qua cercavo di alleviare il Natale di un gruppo di orfani, e in cui Barks dipinse un quadro quasi neorealista della società. Sono fumetti che, a detta di chi Topolino lo dirige, oggi vedrebbero la luce solo a patto di smussare gli aspetti più crudi della rappresentazione della lotta di classe.

Che sia dei paperi o dei topi, il mondo Disney, laico e privo di simboli religiosi, ha spogliato il Natale di ogni connotazione sacra: Babbo Natale è una figura folkloristica dal sapore fantastico e Natale è la festa in cui essere più buoni e volersi bene, il momento in cui ci si dedica a migliorare sé stessi e la propria empatia.

«Quello di Topolino», dice Tito Faraci a Fumettologica, «è un mondo basato sull’amicizia, quello di Paperino sulla famiglia e i rapporti sociali, quindi i paperi si prestano meglio per il Natale. Il registro umoristico con Babbo Natale e Topolino è difficile da reggere. Con Topolino è più facile fare storie di un Natale “rubato”, per esempio».

«Nei paperi c’è un’idea di famiglia legata proprio a Nonna Papera, matriarcale o patriarcale, con tanti parenti e gli anziani che fungono da collante» ha aggiunto Silvia Ziche, in un’intervista apparsa su Topolino 2978. «A Topolinia i legami sono di tipo diverso, più metropolitano, più contemporaneo.»

La convivialità di queste storie si esprime spesso nell’immagine conclusiva di molte di esse: una tavola imbandita attorno a cui si raccolgono famiglia e amici. «Per rappresentare la famosa tavolata natalizia è più facile usare i paperi» commenta De Poli. «Non perché bisogna arrivare lì per forza, ma se cerchi quel gusto è più facile trovarlo coi paperi.» L’importante è che al centro del tavolo non ci sia un tacchino, bandito da anni per evitare accuse di cannibalismo. Meglio un panettone, anche se il dolce milanese è spesso un oggetto gastronomico sconosciuto negli altri paesi.

Nella storia Disney il panettone è stato protagonista di una manciata di storie, a partire dal 1959, quando Guido Martina e Giulio Chierchini realizzarono Topolino e il panettone dell’imperatore. La più riuscita resta però Topolino e la leggenda del panettone, un’avventura firmata da Bruno Sarda e Massimo De Vita per festeggiare i seicento anni del Duomo, che cadevano convenzionalmente nel 1986, e che, data l’ambientazione meneghina, non poteva esimersi dal celebrare anche il suo dolce più famoso.

Nel fumetto, i professori Zapotec e Marlin mandano Topolino e Pippo indietro nel tempo per scoprire chi fosse l’architetto che progettò l’edificio. I due finiscono nel capoluogo lombardo di fine Quattordicesimo secolo, intrecciando l’origine del panettone e quella del Duomo. Tentando di presenziare alla cena in cui Gian Galeazzo Visconti scelse il progetto del Duomo, Topolino e Pippo si fanno assumere come garzoni dal fornaio incaricato di preparare il dolce per la serata.

natale topolino panettone

Le storie italiane, quelle natalizie in particolare, sono molto richieste all’estero, in particolare nei mercati europei e sudamericani, dove il 70% delle storie pubblicate arrivano dall’Italia, e quindi si cerca di non sporcarle con riferimenti culturali incomprensibili fuori dal nostro paese, o se non altro estranei (come per noi l’eggnog, la tipica bevanda delle feste anglosassoni).

L’ultima storia in ordine di tempo con il lievitato natalizio è I giustissimi panettoni sbagliatissimi (2021), di Roberto Gagnor e Alessio Coppola, in cui Pippo aiuta una pasticceria a vendere i panettoni fallati che hanno assunto forme cubiste. Ma quella precedente risaliva al 2006 – Paperino e il panettone agostino, di Nino Russo e Alessandro Gottardo, una storia che tra l’altro con il Natale non c’entra nulla – ed è un segnale che il panettone (e ancor meno il pandoro) non sia nella mente degli autori, per disinteresse personale o suggerimento aziendale – non che ci sia un divieto tassativo, dato che riferimenti casuali al dolce sono presenti tutt’ora nelle storie, ma sono limitati ad apparizioni fugaci, un po’ come accade con la Befana, alla quale Disney non ha mai dedicato le proprie attenzioni.

Quasi sempre a disegnare le storie sono le grandi firme disneyane. La cifra è quella della rotondità accogliente (Giorgio Cavazzano, Stefano Intini, Silvia Ziche), della neve che fa scomparire tutti gli angoli retti, delle stelle e dei lumini, anche se a volte si può optare per segni inconsueti come quelli di Fabio Celoni (disegnatore di Soul Papers, un atipico racconto natalizio in cui Paperino e Paperoga organizzano uno spettacolo musicale per raccogliere fondi a favore di pensionati indigenti), Paolo Mottura o Casty.

Quest’ultimo, in particolare, in qualità di autore unico ha creato delle storie natalizie sui generis: Topolino e il cappotto da 1 dollaro (2011) è un’avventura di Topolino che gira dalle parti del Dino Buzzati di La giacca stregata e in cui una giacca magica permette a Topolino di diffondere la generosità presso la popolazione; in Topolino e l’elettromistero di Natalimburgo (2016) la magia natalizia si mescola con la fantascienza, in una storia di mistero attorno alla crisi economica di un piccolo paese e all’arrivo di alieni a forma di alberi di Natale capaci di salvare la situazione. Pur con una morale che predica sentimenti natalizi come la gioia e l’empatia, entrambe le storie di Casty utilizzano il Natale come sfondo narrativo su cui proiettare le vicende, una cifra estetica di luci, neve e notti stellate che si piega a raccontare altri temi.

Negli anni Dieci del nuovo secolo questa tendenza ha espanso i confini del racconto includendo storie thriller, d’azione o sguaiatamente comiche. I protagonisti non sono più soltanto paperi e topi ma anche DoubleDuck (Regali di Natale, di Marco Bosco e Marco Mazzarello, in cui l’agente segreto deve salvare la collega Kay K) o il campagnolo Dinamite Bla, che in Dinamite Bla ViceBabbo ufficiale (di Fausto Vitaliano e Corrado Mastantuono) aiuta Babbo Natale a riparare la sua slitta.

O perfino personaggi inediti come Holly, la bambina protagonista di Topolino e l’albero di Holly (di Pietro Zemelo e Giuseppe Zironi), in cui Topolino e Pippo viaggiano nel tempo per aiutare la piccola a diffondere lo spirito natalizio, arrivando ad affrontare – di sponda, come sempre – il tema tabù della morte: ci viene raccontato che Holly è nata agli inizi del Novecento e, quando tornano nel presente, Topolino e Pippo si rammaricano che la loro nuova amica potrebbe non essere più viva.

Quella di un Natale eclettico è stata la direzione intrapresa da Valentina De Poli. La sua gestione si è aperta proprio con una storia natalizia: Zio Paperone in.. un altro Natale sul Monte Orso, seguito alla storia di Carl Barks in cui debuttava Zio Paperone, scritta da Tito Faraci e disegnata da Giorgio Cavazzano. L’idea partiva dalla volontà di rivisitare storie classiche del canone disneyano (sarebbero seguite storie come Topolino e la banda dei cablatori, omaggio a Topolino e la banda dei piombatori di Floyd Gottfredson, e Topolino e la Spada di Ghiacciolo, parodia della Saga della spada di ghiaccio di Massimo De Vita).

In realtà, spiega Faraci, «lì il Natale c’entrava molto poco, volevo trovare una spiegazione del perché Zio Paperone parte tutto negativo, cinico e duro e poi diventa quello simpatico, pieno di umanità, e la spiegazione che mi sono dato è l’amore paterno per Paperino. Quella era una storia a tema per dimostrare cosa l’ha cambiato, questo amore fortissimo che non riusciva a riconoscere neanche a sé stesso».

Una cosa è certa: le storie di Natale catturano aspetti diversi della disneyanità. «Per me Babbo Natale è Capitan Mutanda, perché ho il debole per le storie da ridere» confessa De Poli. «Ma per il Natale bisogna capire ogni anno che sentimento c’è nell’aria. Se chiedo una storia natalizia a Casty avrò una storia di Topolino di un certo tipo, con una morale, emozionante, profonda. Se la chiedo a Silvia Ziche o a Tito Faraci vuol dire che cerco un Natale poetico ma da ridere. Il registro della storia segue il carattere dei personaggi ma anche quella degli autori.»

Quella stessa volontà di variazione nelle storie natalizie è presente nella direzione di Alex Bertani, a capo del settimanale dal 2018. Con così tante storie alle spalle, l’obiettivo è quello di non cadere nei luoghi comuni più biechi. «Per me, le storie di Natale sono calore, famiglia, rapporti tra personaggi, elementi che la maggior parte delle persone ricercano nelle storie natalizie, anche sulla spinta di un condizionamento psicologico che ci porta a essere più suscettibili a certi legami ed emozioni» dice Bertani. «Poi, siccome sono un po’ bastian contrario e mi piacciono le storie che inseriscono elementi diversi, cerco di spingere qualche variante o complicazione in più, senza dimenticare che Topolino parla a tanti pubblici e bisogna fare un mix di tante cose.» Ne è un esempio lo sforzo di coordinazione editoriale non indifferente di fine 2021 in cui, per tre settimane, Topolino si è organizzato attorno all’imperversare di Macchia Nera durante una grande nevicata che ha colpito il Calisota, in un grande crossover tra le varie storie del settimanale.

Forse anche per questo, le storie di Natale di Topolino hanno quasi sempre evitato la parodia di grandi racconti della letteratura o del cinema, prassi che invece non è estranea alla tradizione Disney. Se già una storia di Natale presenta degli elementi conosciuti dai lettori, aggiungerci l’elemento parodistico significherebbe appesantire di riferimenti e passaggi obbligatori una storia che già gioca in un campo ristretto. Una delle poche eccezioni è il Canto di Natale di Charles Dickens, già ispirazione per il personaggio di Zio Paperone, ma poi apertamente parodiata nel 1982 da Guido Martina e José Colomer Fonts in Canto di Natale e nel 2017 dal suo seguito spirituale Zio Paperone e il nuovo canto di Natale, di Marco Bosco e Silvia Ziche.

Quindi, ecco, come in un perenne esercizio di variazione dello standard musicale, per scrivere le storie di Natale bisogna avere in mente i gusti classici, variegarli con un po’ di inconsueto e cercare di presentare le solite situazioni come se fossero nuove di zecca. È un compito ingrato, ma quando succede, le storie riescono allo stesso tempo a essere fresche e ad abbracciare il lettore con il tepore rassicurante che ci si aspetta dalle feste.

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