“La vetta degli dei”: semplificare Jirô Taniguchi su Netflix

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Di tutte le opere di Jirô Taniguchi, La vetta degli dei è una delle più facili da proporre a un pubblico largo, eppure una delle più complesse. Fumetto fiume tratto da un romanzo altrettanto fiume (quasi duemila pagine) di Baku Yumemakura, è un misto di fatti reali (il mistero circa la terza scalata del monte Everest a opera di George Mallory e Andrew Irvine, anno 1924), fatti un po’ meno reali (uno dei personaggi è ispirato all’alpinista Tsuneo Hasegawa) e finzione.

La scoperta da parte del fotografo Fukamachi della macchina fotografica appartenuta a Mallory potrebbe portare alla notizia che i due avevano raggiunto la vetta della montagna quasi trent’anni prima di Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Seguendo le ricerche di Fukamachi il lettore si imbatterà in Habu Joji, mitologico alpinista ritiratosi in solitudine che sarà il tassello mancante per completare il quadro.

La facilità della trasposizione è data dal fatto che la storia è appassionante, costruita attorno a personaggi affascinanti e portata avanti tra mistero e azione, con sequenze di scalate vertiginose. Niente di troppo ostruso, quindi, ma nemmeno vuoto come un blockbuster qualsiasi. La complessità sta nel rimontare una storia che si estende su cinque volumi e utilizza questo spazio non solo per approfondire, ma per costruire proprio i caratteri.

È attraverso l’insistenza, la ripetizione, il fallimento, la tenacia e la capacità di resistenza che i personaggi evolvono, o se non altro è così che il lettore impara a conoscerli. La vetta degli dei – distribuito internazionalmente in streaming su Netflix – è un lento cadere preda della storia ed entrare nella modalità di pensiero di chi scala montagne solo perché, come diceva Mallory, sono lì. Cercare di far stare dentro un fumetto del genere in un film dalla durata canonica era dunque una vera impresa, perché togliendo il superfluo c’era in realtà il rischio di togliere il cuore della storia. Andavano per forza pensati nuovi modi per raccontare Fukamachi e Habu.

Il regista Patrick Imbert – che aveva già co-diretto il premiato lungometraggio d’animazione Le Grand méchant renard et autres contes… insieme a Benjamin Renner – ha affrontato la sfida insieme agli sceneggiatori Magali Pouzol e Jean-Charles Ostoréro. Dopo una lunga lavorazione iniziata nel 2016, gli autori hanno consegnato un film animato che per forza di cosa prende molte scorciatoie e fa a meno di quel senso della ripetizione che serviva per raccontare il carattere ossessivo dei personaggi.

Nella pellicola, Fukamachi e Habu dicono (e fanno) le cose una sola volta e una sola volta sono raccontati episodi relativi al passato di Habu. Vengono meno alcuni temi del fumetto, come il tentativo di restituire le diverse filosofie di chi affronta la montagna, cercando di capire perché una persona dovrebbe confrontarsi contro qualcosa di più grande e forte, e di conseguenza anche il rapporto uomo-natura, tipico dei fumetti di Taniguchi, si indebolisce.

Ora, questi paragoni erano interessanti per capire la chiave interpretativa dell’adattamento (e se non hanno ragione d’esistere su un sito che si chiama Fumettologica, dove altro?). Però, fatta la tara rispetto alla fonte originaria, il film trova una sua indipendenza come opera che riduce la trama all’osso e prova a raccontare, con abbondante uso della voce narrante (utile, ancora una volta, a ridurre i tempi narrativi) una storia di personaggi – il rapporto tra Fukamachi e Habu – ma anche d’atmosfera, con un’impostazione visiva elegante ed essenziale che funziona meglio sui totali piuttosto che sui primi piani.

Concede alle sequenze di scalata il grosso del tempo, e dedica il resto alla contemplazione della montagna, protagonista di lunghe inquadrature che rallentano il ritmo del film quasi fino a farlo diventare un testo cogitabondo. Il problema è che non lo è mai davvero, perché appena il film si acclimata la storia gli bussa sulla spalla e gli ricorda che deve anche raccontare le vicende relative ai due protagonisti.

In bilico tra i due pesi, La vetta degli dei tenta fino alla fine di stare in equilibrio tra contemplazione e azione. Non scivola mai, ma il suo carattere timoroso dà l’impressione che avrebbe potuto essere molto di più e andare molto più in alto.

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