“Uno” di David Marchetti: la meraviglia e il viaggio

uno david marchetti

Il graphic novel Uno, realizzato da David Marchetti e pubblicato da Hollow Press, è stato senza dubbio uno dei migliori esordi del 2021. Un libro visionario e denso, che ha segnato l’arrivo sulla scena di un giovane autore con le idee già ben chiare sull’immaginario a cui si appoggia e sulle tecniche da sfruttare per svilupparlo.

Durante l’edizione 2021 del festival BilBOlbul Marchetti ha presentato il suo libro in conversazione con Manuele Fior (Celestia, Cinquemila chilometri al secondo, L’intervista), un confronto con un autore sensibile e affermato che ha rappresentato un battesimo di fuoco ancor più intenso del vero e proprio debutto del libro, avvenuto a Lucca Comics & Games 2021.

Prima di BilBOlbul abbiamo però conversato con lui per la prima volta, scoprendo un autore molto consapevole, che ha intrapreso una via ambiziosa di ricerca, ancora appoggiata su modelli importanti, ma ben lanciata verso un percorso ambizioso. Marchetti ci ha così raccontato come è arrivato alla realizzazione di Uno e quali sono alcuni dei temi che animano il libro.

Uno è il tuo primo lavoro ed è un libro piuttosto imponente, di ampia foliazione. A cosa avevi lavorato prima, come ti sei formato?

Ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Prima di fare Uno ho sperimentato molto. A un certo punto dovevo diplomarmi e mi sono detto che quella era l’occasione per lavorare a un libro che parlasse di qualcosa che sentivo profondamente. Poco dopo è nata l’idea di Uno, che negli anni ho coltivato e oggi ha preso la forma di questo volume.

Come nasce Uno?

È difficile dirlo. Il processo creativo che parte da un’idea e arriva alla realizzazione di un oggetto è per me ancora un grande mistero. L’arrivo di un’idea è qualcosa di totalmente inaspettato, che non dipende da un tuo sforzo. Quando l’idea arriva non è mai completa. È come se arrivasse un seme che tu devi essere in grado di cogliere e poi nutrire affinché germogli. Questo è quello che è successo con Uno, in questo modo è nato.

Quali sono gli autori o le opere che ti sono state da modello?

Tantissimi e tantissime, non potrei nominarli tutti. I principali però sono Ghirlanda di Lorenzo Mattotti e Il palloncino rosso di Iela Mari.

Il tuo libro ha una narrazione particolarmente sequenziale, come se tu volessi ricreare effetti cinematici dell’animazione. Come mai questa scelta?

Mi piace molto l’animazione. Sono più i cartoni animati e i film che guardo rispetto ai fumetti e agli albi che leggo. Quindi mi viene naturale raccontare in modo “cinematografico”, se così si può dire.

Come mai un racconto muto? Che difficoltà hai trovato e quali sono stati invece i vantaggi?

Ho trovato più vantaggi che difficoltà. Mi trovo molto meglio a disegnare che a scrivere, quindi per me è stata una scelta facile.

Uno è in realtà la storia di un viaggio di molti che sono parte di un’unica collettività. Alla base di questa visione c’è una concezione positiva o scettica dell’umanità?

Non saprei, forse entrambe. Ovviamente se guardiamo l’umanità nel suo complesso, al giorno d’oggi c’è molta sofferenza e divisione. In generale le cose non vanno benissimo. Ma io credo che l’uomo sia anche un essere straordinario, davvero sorprendente e bellissimo. Uno racconta proprio di questo.

Cosa rappresenta il viaggio per te?

In Uno il viaggio e la vita dei personaggi sono una cosa sola. Forse viaggiare significa vivere.

In un certo senso il libro è anche un’allegoria della crescita, dell’affacciarsi all’età adulta. Mostri una sorta di diffidenza verso questo passaggio, è così?

Non saprei, forse ho un’inconscia paura di crescere. Però credo che crescere sia fondamentale ed inevitabile. Devo dire che è stato strano rispondere a queste domande perché ho iniziato a lavorare a Uno nel 2016, circa cinque anni fa. Allora avrei risposto in modo del tutto diverso. Per esempio, inizialmente in Uno doveva esserci una forte componente critica verso l’umanità, che poi è andata a scemare. Forse allora nutrivo un certo risentimento verso il mondo adulto.

Però, col tempo, grazie ai miei professori Stefano Ricci ed Emilio Varrà (che mi hanno accompagnato nella realizzazione di Uno e mi hanno sempre saputo consigliare benissimo), tutte quelle parti più giudicanti e critiche si sono fatte da parte e hanno lasciato spazio all’interpretazione del lettore. E devo dire che con il senno di poi sono molto più contento così.

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