“Matrix Resurrections” convince a metà

matrix resurrections

Sono passati 18 anni da Matrix Revolutions, uscito lo stesso anno (2003) del secondo capitolo Matrix Relodaded. E ne sono passati ben 22 dal primo capitolo, quel Matrix che tanto ha influenzato la cultura cinematografica e non solo del decennio successivo. La prima sfida di questo quarto, inaspettato capitolo intitolato Matrix Resurrections è stata, quindi, quella di affrontare tematiche strettamente contemporanee, riallacciandole a una materia narrativa di vent’anni fa. Non era facile e, infatti, il risultato è claudicante, anche se a tratti lodevole.

In questo nuovo capitolo, Neo vive la sua vita da famoso programmatore di videogiochi in una reiterazione del quotidiano che non fa che sottolineare il vuoto che lo circonda. Qualcosa lo tormenta ma non sa cosa. Non aiuta l’instabilità psichiatrica che lo porta a confondere la realtà con la sua creazione più famosa, il videogioco Matrix. Tutto questo fino a quando qualcuno non gli apre gli occhi sulla verità.

Matrix Resurrections presenta alcune sostanziali differenze, da un punto di vista creativo, rispetto alla vecchia trilogia. È diretto dalla sola Lana Wachowski, che al tempo era Larry. La collaborazione con la sorella Lilly – che un tempo era Andy – si è interrotta, lasciando alla sola Lana la gestione di questo capitolo. 

Le motivazioni che hanno portato Lilly a rinunciare sono state dichiarate dalla stessa regista recentemente: «Abbiamo iniziato a parlarne nel breve periodo passato tra le morti dei nostri genitori, cinque settimane l’uno dall’altra. E c’era qualcosa in quest’idea di tornare indietro a un qualcosa che avevo già fatto che trovavo francamente poco interessante. Tutte le cose insieme, la mia transizione, la morte dei nostri genitori e soprattutto il pensiero di infilarmi nuovamente delle vecchie scarpe che non avevo più voglia di mettere, mi hanno convinta che non era quello che volevo fare».

Già solo queste parole dovrebbero far comprendere la complessità di una simile operazione, il rischio di ripetizione, di stantio, di stanchezza di un progetto che, al contrario, era noto soprattutto per la sua forza rivoluzionaria e postmoderna. Lana Wachowski ha mitigato solo in parte questa deriva, riuscendo a dare corpo al film solo fino a un certo punto per poi abbandonarsi alle esigenze del fandom.

Wachowski si è portata dietro parte dello staff della serie tv Sense8 da lei ideata e diretta e ha realizzato una sintesi fra il progetto Matrix e la serie di Netflix. Abbiamo quindi una prima parte molto teorica, che destruttura, ripensa e ricompone in chiave contemporanea le tematiche e i flussi narrativi della trilogia originale. 

È l’occasione per riflettere sul senso di serializzazione cinematografica, su ciò che ha portato Matrix a definire l’estetica e la narrazione degli ultimi vent’anni (anche auto-criticandosi), ma anche per riflettere sulle intersezioni di media differenti (videogiochi, serialità, fumetti). In pratica quello che già aveva fatto la trilogia originaria, ma in una forma ancora più radicale, senza compromessi, lavorando su un linguaggio e un approccio sarcastico. E qui finisce la parte interessante del film.

Dal secondo atto, Matrix Resurrections infatti si trasforma e diventa schiavo di quelle stesse dinamiche che fino a poco prima aveva destrutturato. Ripresenta situazioni simili, narrazioni simili, scelte visive simili. Ma senza l’afflato epico che aveva contraddistinto l’originale trilogia. [SPOILER] Per esempio, l’assedio finale, con Neo e Trinity inseguiti da migliaia di bot-umani, è una pallida copia di momenti decisamente più riusciti e intensi che avevano contraddistinto soprattutto il secondo e il terzo capitolo, come la lotta di Neo con centinaia di Agenti Smith o l’inseguimento in autostrada. [FINE SPOILER]

C’è un ovvio rimando alle tematiche care alle sorelle Wachowski, come uno spinto femminismo (la vera protagonista è, di fatto, Trinity) o come la cosiddetta “metafora transgender” che, come dichiarato di recente dalle sorelle, era il vero senso dell’originale trilogia ma che qui si limita a essere una semplicistica citazione o un banale riferimento alle libertà di scelta, privo di prospettiva o reale profondità. 

Ci sono inoltre personaggi poco riusciti o del tutto fuori fuoco, come lo stesso Agente Smith o come l’Analista, che non hanno un vero e proprio background dettato da un conflitto interiore e che, alla fine, appaiono come macchiette sterili all’interno di un grande meccanismo spettacolare. Il risultato finale, dunque, è un film spezzato in due. Tanto brillante e interessante nel primo atto quanto prevedibile e vuoto nel secondo e nel terzo. 

Ripensando il percorso artistico delle sorelle Wachoswski, ci troviamo di fronte a una coppia che ha ben chiaro quali siano gli assi portanti dell’architettura concettuale del loro cinema, ma che talvolta sono succubi del loro irrefrenabile desiderio di spettacolo e di postmodernità, senza riuscire a trovare il giusto equilibrio fra forma e contenuto, fra teoria e messa in scena. 

Ed è una schizofrenia che emerge in tutto il loro percorso filmografico, che mescola scivoloni come Jupiter – Il destino dell’universo, lavori complessi ma assolutamente degni (Cloud Atlas e la stessa Sense8) e altre opere sublimi (Matrix) o incomprese (Speed Racer). Matrix Resurrections è la fotografia di questo percorso (im)perfetto, l’emblema di questo spirito dicotomico, dei pregi e dei difetti del cinema delle sorelle Wachowski.

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