Sanpei Shirato, narratore di drammi storici e umani

di Mario A. Rumor*

sanpei shirato kamui den
“Kamui” di Sanpei Shirato

Se n’è andato anche Sanpei Shirato. E con lui il fratello disegnatore Tetsuji Okamoto, pochi giorni dopo, lo scorso 8 e 12 ottobre. Ma dei due, solo Shirato (all’anagrafe Noboru Okamoto) era diventato un mostro sacro. Aveva raggiunto il successo quasi in punta di piedi restando in ultima fila, e raccontando con feroce realismo gli infuocati drammi e il passato del suo Paese. La storia dei manga è piena di fratelli che condividono una stessa passione. Nel caso di Sanpei, la questione della famiglia ha un alibi dirompente.

Nato nel 1932, era infatti figlio di Tōki Okamoto, membro del movimento proletario nonché pittore e disegnatore. Da giovane Noboru sogna di dedicarsi all’arte come il padre, si interessa alla pittura Ukiyo-ema il Dopoguerra ha in serbo per lui altri programmi e a 18 anni si trova a scrivere e illustrare kamishibai: gli “spettacoli di carta” della tradizione popolare giapponese molto in voga tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento, in cui il narratore legge una storia facendo scorrere le tavole illustrate in una valigetta di legno. Realizza fumetti brevi di 4 vignette, si appassiona all’inevitabile Osamu Tezuka. Quindi conosce Maki Kazuma, autrice di fumetti per bambine su Margaret, che lo sprona a perfezionare le tecniche di disegno facendogli fare per un po’ l’assistente. Nel 1957, pubblica il primo lavoro: Kogarashi Kenshi.

A fine anni Cinquanta, accanto alle principali riviste di manga appaiono quelli pubblicati per le librerie a noleggio, e pur fra mille sacrifici Noboru si presta al gioco finché dura il boom, imponendosi come autore nel 1959 con il nome di Sanpei Shirato e il fumetto Ninja Bugeichō (edito dalla benemerita Hazard Edizioni di Gianni Miriantini in 4 volumoni dal titolo Kagemaru Den – La leggenda di un ninja). Un successo grandioso, che – insolito per l’epoca – si protrae per anni: fino al 1962, per poi essere raccolto in 17 volumi dalla Shogakukan.

Non solo Shirato si crea un nome ma diventa uno degli esponenti di spicco del genere gekiga, i manga per il pubblico adulto. Nel 1963 partecipa infatti alla nascita della rivista Garo per la Seirindo e l’anno dopo inizia lì a disegnare l’altro suo celebre fumetto, Kamui Den, ambientato nel periodo Edo (1600-1868), che il mangaka conclude nel 1971 a quota 21 volumi. In Italia è arrivato solo parzialmente, nell’aprile 1991 su Mangazine (Granata Press) con Kamui Gaiden, la seconda parte realizzata con l’assistenza prima di Gōseki Kojima (futuro autore di Lone Wolf and Cub, pure lui nato nel kamishibai) e in seguito del fratello Tetsuji.

Altro suo famosissimo manga è Sasuke (1961-66), il piccolo ninja apparso su Shōnen e vincitore di un premio Kodansha con un remake nel 1968 per Shōnen Sunday in concomitanza con la celebre serie tv animata giunta anche da noi. Per i ragazzini Shirato aveva realizzato Shīton Dōbutsuki (1961-64), un fumetto sul naturalista americano Ernest T. Seton (vera star di manga e anime, pensate alla serie Jacky l’orso del monte Tallac) dai lavori tradotti da Kenji Uchiyama. In Italia è giunto anche l’one shot Akame – The Red Eyes (sempre per Hazard) e Akame Pro era il nome della società fondata dal sensei nel 1964 per gestire i suoi lavori.

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Una tavola da “Kagemaru Den”

Il cinema e l’animazione si sono subito interessati a Shirato: nel 1967 Nagisa Oshima realizza una particolare versione cinematografica di Ninja Bugeichō (“Cronache delle imprese dei ninja”) utilizzando le tavole del fumetto. Quanto agli anime (o tv manga, come si diceva all’epoca), dopo lo sgarbo di Tōei Dōga con l’estromissione del suo nome dal 29° episodio della serie Shōnen Kaze Fujimaru basata sulle raccolte Ninja Senpū (1959) e Kaze no Ishimaru (1960), Shirato diventa più esigente e prudente. Nel 1969 è la volta di Ninpu Kamui Gaiden (il nostro Ninja Kamui), trasmesso con successo ogni sabato sera su Fuji TV e seguito da orde di ragazzine innamorate del protagonista (il film del 1971 è un montaggio degli ultimi 6 episodi).

Ma quanto ci è voluto per fare di Shirato una leggenda? Apparentemente pochissimo. Negli anni Sessanta era il beniamino degli studenti universitari, principalmente a sinistra. Tra chi noleggiava i suoi fumetti c’erano molti giovani trasferitisi in città dalla campagna: giovani senza una particolare istruzione, per lo più impiegati e con pochi soldi in tasca, che in quei manga trovavano svago e una forma di libertà. Forte di un’ideologia che guardava all’annientamento delle distinzioni di classe, Shirato possedeva l’indubbia capacità di saper raccontare il Giappone feudale con crudezza e un realismo intrisi di sangue. Vicino ai jidaimono (i racconti in costume), ma da una posizione distinta e inedita, i suoi fumetti possono essere considerati alla stregua di saggi, tanto da diventare oggetto di studio nelle università.

I personaggi erano stranamente attraenti, di uno “strano” indefinibile, all’inizio li disegnava nello stile dei suoi kamishibai, sempre con una pasta creativa unica e avvolgente, per poi sporcarli con tratto rozzo e marcato come in Kamui Gaiden. Spettacolari apparivano le vignette, tanti schermi cinematografici in miniatura dove le masse di individui non erano mai sembrate così vive e in movimento. Disegnava imprimendo un ritmo anomalo per i manga dell’epoca, per creare tensione e dare un significato speciale all’azione.

C’era sempre qualcosa che spaccava il suo animo di uomo e artista, un richiamo che poi trasformava in rancore cieco nelle sue opere, dove accanto agli eroi guerrieri sfilavano contadini, giovani disillusi, gli emarginati dalla società e dalla storia. Shirato dava loro un ruolo e una voce… a tal punto che le sue non erano più semplici opere a fumetti, ma drammi storici e umani dai quali i lettori non riuscivano mai a smarcarsi. Addio e grazie, maestro.

*La versione integrale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 312, ora in edicola, fumetteria e online.

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